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How Did We Get So Dark
Royal Blood
2017  (Warner Bros. Records)
ROCK
6/10
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16/07/2017
Royal Blood
How Did We Get So Dark
Finito l’effetto sorpresa del primo album, i Royal Blood riescono comunque a tenere dritta la barra del timone e tirano fuori un altro disco picchiato e caciarone
di Nicola Chinellato

A tre anni di distanza dall’acclamato esordio (Royal Blood del 2014), il power duo di Worthing (Sussex) torna in scena con un nuovo disco. Al centro del progetto, c’è nuovamente quella miscela esplosiva di hard rock, grunge e garage che aveva ottenuto molti consensi sia a livello di critica che di pubblico. Resta intatta anche la formula con cui era stato strutturato il primo album: voce, basso e batteria, e via di corsa fino alla fine delle dieci canzoni in scaletta. La prima cosa che viene da chiedersi, allora, è se un assetto così minimale riesca, alla seconda prova, a eccitare nuovamente gli animi così come era stato per il brillante primo capitolo. Alla fine, infatti, per quanto si possano mischiare le carte, sempre di basso e batteria stiamo parlando: puoi lavorare sulle sovra incisioni, puoi stratificare il suono, puoi caricare di effetti e distorcere gli strumenti, ma il risultato finale è più o meno la stessa zuppa. Insomma, visto il ridotto parco macchine, per andare lontano bisogna scegliere quella più veloce e lavorare duro per mantenerne altissime le prestazioni. Bisogna, cioè, avere a disposizione belle canzoni e farle funzionare. Ad esempio, i White Strypes e i Black Keys (penso ai primi Black Keys, non certo agli ultimi) su questo concetto hanno costruito una carriera più che dignitosa. E i Royal Blood? I Royal Blood, tutto sommato, restano in sella. Finito l’effetto sorpresa del primo album, riescono comunque a tenere dritta la barra del timone e tirano fuori un altro disco picchiato e caciarone, su cui imperversano il basso effettato di Mike Kerr e il quattro quarti martellato di Ben Thatcher. La novità consiste in una svolta decisamente più radiofonica, con melodie che si fanno canticchiare fin da subito (I Only Lie Whan I Love You, Where Are You Now?, Lights Out) e un pianoforte che spunta a sorpresa in Hole In Your Heart, che, guarda caso, è anche la migliore del lotto. Non molto, certo, ma quel che basta a tener desta l’attenzione fino all’ultima traccia di un disco che, tutto sommato, riesce ancora a divertire (ma non a stupire). L’impressione, però, è che un terzo capitolo avrà bisogno di qualcosa in più per mantenere il progetto Royal Blood ad alti livelli qualitativi.