RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
1977
La (finta) rivoluzione del Punk
PUNK
all RE-LOUDD
17/07/2017
La (finta) rivoluzione del Punk
1977
Il 1977 è l’anno in cui il R’n’R riprese ciò che era già suo. L’anno del Punk, o meglio, l’anno in cui il Punk esplose perché la sua gestazione fu lunga e articolata...
di Giorgio Cocco

Il 1977 è l’anno in cui il R’n’R riprese ciò che era già suo. L’anno del Punk, o meglio, l’anno in cui il Punk esplose perché la sua gestazione fu lunga e articolata, dalle band americane etichettate in seguito come Proto-Punk, quali Stooges, MC5, New York Dolls fino agli esordi di Patti Smith e Ramones avvenuti prima rispettivamente nel ‘75 e nel ‘76. Esemplificando si può affermare che tutto nacque negli USA (principalmente a Detroit e New York) - come istintiva reazione e possibile via d’uscita dal cul de sac in cui il Rock s’era infilato per colpa dei suoi “Dinosauri” nella prima metà degli anni ’70 - per poi trovare in Inghilterra la patria d’adozione dove il Punk crescerà freneticamente diffondendosi alla velocità della luce.

      

La definizione di “Dinosauri del Rock”, che i punkers faranno propria per etichettare la maggior parte degli artisti over 30 sopravvissuti agli anni ‘60, è da attribuire a Robert Fripp che in seguito al primo scioglimento dei King Crimson avvenuto nel ‘74 ebbe a dire: “Il mondo sta cambiando. Noi viviamo in un periodo di transizione tra il vecchio ed il nuovo. Il vecchio era caratterizzato da quello che un filosofo contemporaneo ha definito “la civiltà dei dinosauri”. Unità enormi, massicce, non molto intelligenti, proprio come i dinosauri. Un esempio, nel campo della politica, può essere una superpotenza come gli Stati Uniti. Oppure, in ambito musicale, un supergruppo Rock, con decine di tecnici, tonnellate di materiale, milioni di dollari d’investimenti. Tali unità, all’origine, sono nate per rispondere ad un bisogno reale. Poi si sono messe a fabbricare bisogni artificiali per prolungare la loro esistenza. In altri termini, sono divenute dei vampiri. Il nuovo mondo appartiene alle piccole unità mobili, indipendenti ed intelligenti. Al posto delle città, comunità che si organizzano da sole, una versione moderna dei villaggi. Al posto di grande gruppo come i King Crimson, una piccola unità mobile, indipendente ed intelligente.” (1)

Nonostante Fripp fosse tra coloro aspramente criticati dalle frange più integraliste del movimento Punk, aveva capito tutto e con largo anticipo. Infatti quando riformerà la band nell’80, riuscirà a ritagliarsi un posto di rilievo facendo proprie molte delle sonorità del Punk e della New Wave americana (vedi la trilogia del periodo 81/84 che s’inaugura con Discipline). E’ dunque il Rock che divora se stesso, “il salto dello squalo” come si dice nel mondo dello spettacolo quando l’esagerazione incongrua è l’ultima delle carte da giocare. Nel Rock furono devastanti passaggi epocali come l’introduzione della musica classica (i Deep Purple che registrano con la Royal Philharmonic Orchestra), l’affermarsi dell’Heavy Metal melodico con il suo portato di misoginia e cattivo gusto, il Prog (un movimento quasi del tutto immemore delle influenze del Blues) che mieteva vittime a colpi di suite, tecnica strumentale accademica, ostentata e sovraccarica (chitarre a due/tre manici, terrazzamenti di tastiere, batterie come fungaie), live set interminabili ed oltremodo risibili in tante sue rappresentazioni. Riferimenti al fantasy e al suo combinato disposto: leggende nordiche,  hobbit, gnomi, fate, etc. (a questo proposito il geniale e divertentissimo mockumentary This Is Spinal Tap di Rob Rainer esemplifica l’argomento meglio di tanti scritti).

          

Una follia se pensiamo a come Presley, Chuck Berry e gli altri leggendari capiscuola del R’n’R erano riusciti a cambiare il mondo della musica (e non solo), con una formula semplice quanto efficace prendendo le sonorità tradizionali Blues e Country e forgiandone materia originalissima ad uso esclusivo delle nuove generazioni. Bastarono un paio di etichette discografiche coraggiose (la Sun Records su tutte), chitarre, (contra)basso e batteria, jeans attillati e giubbotti alla Marlon Brando: la rivoluzione musicale e culturale più desiderata ed immediata della storia. Sponsor migliori tutte le lobby conservatrici dell’America di quegli anni (integralisti cattolici, anticomunisti, associazione per la salvaguardia della famiglia tradizionale), uno per tutti il mitico giornalista di Variety che nel 1955 affermò: “Il Rock’n’Roll morirà entro giugno.

Per il Punk non si può quindi asserire che fu una vera e propria rivoluzione musicale rappresentò, più semplicemente, il necessario tentativo di restaurazione delle forme originarie del Rock facendo proprie alcune caratteristiche dei sixties prima dell’avvento dei mega concerti negli stadi e dei contratti a sei zeri che, in meno di un decennio, trasformò il Rock prima in star-system e poi in inammissibile show-business. Tra le similitudini più evidenti il ritorno alle esibizioni nei piccoli club come il CBGB’s a New York e il Roxy a Londra, il 45 giri come mezzo promozionale economico e di più facile distribuzione (gli album arriveranno più in là). Un ruolo importante lo ebbero anche le etichette indipendenti, così come le intendiamo ancora oggi, le fanzine che contribuiranno alla crescita e all’affermazione di tutto il movimento (tra le più popolari Sniffin’ Glue in UK e Slash negli Usa) e alcuni dj radiofonici come il mitico John Peel della BBC. Tra i generi preferiti dai punkers, il Mod, il Garage, lo Ska. Insomma tutta la musica degli anni ‘60 che non seppe mai incontrare pienamente le preferenze del grande pubblico.

                     

La vera novità va invece ricercata nell’apparato scenico disturbato e disturbante, questo sì del tutto inedito. In primo luogo l’impatto visivo volutamente scioccante con musicisti e pubblico abbigliati spesso allo stesso modo: capigliature con creste moicane, jeans strappati, t-shirt personalizzate su cui veicolare istanze nichiliste ed incitamenti tout court alla disobbedienza civile e sociale, oggetti del quotidiano decontestualizzati utilizzati come accessori (spille da balia, catenelle strappate agli scarichi dei wc, vecchie medaglie, collari per cani, etc), la sporcizia come sfondo identitario, metafora di un diffuso malessere giovanile soprattutto tra il proletariato delle periferie inurbate. Una nuova moda che nacque all’insegna del trash che rimarrà prerogativa dei vicoli e delle strade solo per poco riempiendo presto le vetrine del fashion. Un’altra peculiarità del movimento Punk fu che molte band si organizzarono attorno a figure femminili carismatiche, fenomeno rarissimo prima d’allora: Siouxsie, Poly Styrene, Debbie Harris, Joan Jett, le Runaways come le Slits e le Raincoats.

Con l’arrivo delle major il Punk diventa un affare a tutto tondo, EMI, Virgin, Elektra, Polydor si buttano a capofitto offrendo contratti milionari a chiunque avesse il look giusto a scapito della qualità musicale. Un enorme emporio a cielo aperto in cui acquistare di tutto un po’ e che vedrà tra i suoi massimi protagonisti quel Malcon McLaren, regista per nulla occulto, dell’ascesa alla notorietà mondiale dei Sex Pistols e della “Grande truffa del Rock’n’Roll”, il docu-film di Julian Temple che fece dubitare dell’autonomia e della genuinità dei Pistols ma anche delle altre band di primo piano. Gli stessi Clash furono accusati di aver ucciso lo spirito originario del movimento quando firmarono per la CBS che produsse il loro omonimo esordio. Il Punk che divora se stesso!

                   

                   

In questi episodi le contraddizioni di un movimento complesso e diversissimo nelle sue manifestazioni che comunque darà luogo a decine di esordi memorabili (tante le pietre miliari) che cambieranno per sempre le vicende del Rock. Ne menzioniamo solo alcuni, tutti venuti alla luce nel ’77. In Gran Bretagna: Clash, Damned, Wire, Stranglers, Jam, Buzzcocks, Elvis Costello, Ultravox. Negli Stati Uniti: Talking Heads, Television, Dead Boys, Richard Hell & The Voidoids, Suicide, Chrome, Devo, Johnny Thunders & The Heartbreakers. In Australia: Saints e Radio Birdman. In giro per il mondo vale la pena citare i francesi Métal Urbain, i tedeschi Kraftwerk, i canadesi Viletones, e, qui da noi, i Chrisma e gli Skiantos. Questi ultimi affini al movimento studentesco bolognese che vide in Radio Alice uno dei pochissimi mezzi di diffusione in Italia ad occuparsi ampiamente del fenomeno Punk. Qualche anno dopo nasceranno le nostre riviste musicali storiche: Mucchio Selvaggio, Rockerilla, Musica 80, sulle quali si formeranno tutti gli appassionati italiani del vecchio come del nuovo Rock’n’Roll, ovvero il Punk.

               

In conclusione, senza l’avvento del Punk e delle innumerevoli digressioni prese dalla New Wave nei tre/quattro anni successivi, difficilmente avremmo vissuto stagioni musicali altrettanto esaltanti nelle decadi a noi più vicine. Hardcore, Paisley Underground, Grunge, Indie, Alternative, Stoner, etc. tutti figli, imbastarditi finché si vuole, di quella incredibile, esaltante, “rivoluzionaria” annata.

 

(1) "IL ROCK, star-system e società dei consumi. David Buxton (Ed. Lakota, 1987)