RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
17/07/2017
Prefab Sprout
Steve McQueen
Steve McQueen rappresenta uno dei prodotti più belli e duraturi del pop inglese di sempre, lontano da certe tronfie pacchianerie del periodo pur mantenendo una giusta (e necessaria) dose di alterità squisitamente british.
di Massimiliano Manocchia

Che Paddy McAloon non abbia ancora ricevuto il legittimo riconoscimento come uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo scorcio del Novecento, rimane un mistero non meno che un’ingiustizia. Né credo che Paddy (“I tried to be the Fred Astaire of words” canterà in “Paris Smith” sull’album Jordan: The Comeback del 1990) sia mai stato davvero consapevole di come la sua incessante ricerca tesa alla realizzazione della perfetta pop song lo abbia portato ben oltre la perfetta pop song; eppure sono le imperfezioni a fare di Steve McQueen (1985) un disco perfetto, dai cui solchi prendono forma dolcezze improbabili trasportate da un refolo d’ineffabile bellezza che la voce agrodolce di McAloon coglie talvolta con romantico cinismo, talaltra con rassegnata amarezza, mentre il gaudio del putiferio emotivo (sempre discreto, mai tempestoso) riapre le ferite di ieri e prepara quelle di domani.

Well, I sing to express my belief

That sweet talk like candy rots teeth

In questo splendido distico, che si trova in “Hallelujah” (quasi una sprezzante condanna dell’escapismo e stilnovo in ritardo di sette secoli) ci sono tutti i Prefab Sprout. Eccole, le “songs written out of necessity” ovvero SWOON – traducibile con “deliquio” – titolo del loro album d’esordio risalente al marzo del 1984. Sono meraviglie, vere. Affiorano discrete e sfumano nei sogni; e i sogni ridiventano canzoni. Nessun effetto speciale. Come Morrissey, come Lloyd Cole, Paddy McAloon è un “intellettuale pop” che protesta contro la banalità dilagante di un’epoca infestata da irraggiungibili gnocche biondo platino dalle gigantesche tette cromate.

Steve McQueen apre un varco spazio-temporale sull’universo dell’intimità inteso come rifiuto dell’omologazione sociale, dell’identità pubblica, del ruolo: l’intimità come esercizio di sovversione. È qui, sembrano dirci queste canzoni, quando siamo soli con noi stessi, nella nostra intimità più vera, che ci togliamo la maschera. Solo per scoprire che sotto ne abbiamo un’altra.

L’album (negli Stati Uniti pubblicato col titolo di Two Wheels Good a causa dei capricci degli eredi McQueen) difetta soltanto della deliziosa ingenuità dell’opera prima. La produzione di quel genio, oggi semi-dimenticato, che risponde al nome di Thomas Dolby regala ai brani (magnifici) un suono terso, cristallino, assai più patinato e accessibile rispetto al già più che accessibile esordio, nonché un discreto successo commerciale.

Citazioni letterarie (Salinger in testa), flashback cinematografici, melancolia a gogo, atmosfere old-fashioned dai retrogusti à la Broadway (che si faranno sostanza a tratti ingombrante nel successivo From Langley Park To Memphis del 1988), melodie appiccicose come miele tra le dita – il tutto concentrato in undici perle pop di sublime fattura che culminano nella catarsi agrodolce di “Desire As”:

In whose bed you’re gonna be and is it true you only see

Desire as a sylph figured creature who changes her mind?

Per scrivere un verso del genere (e cantarlo in modo così struggente senza diventare stomachevoli) serve un coraggio da leoni o un’incoscienza da bambini, che in fondo sono la medesima cosa.

Dal pastiche country-rock di “Faron Young” al vivace up-beat di “When The Angels” (poetico omaggio a Marvin Gaye), questa musica s’insinua sottopelle provocando adorabili formicolii di piacere; con misura e precisione, colpisce lì dove deve colpire, cioè un punto non identificato e non identificabile tra cuore e anima, lì dove la malinconia nasce e pervade l’essere prendendo le forme più disparate: la bossa nova di “Horsin’ Around”, il dream-pop di “Appetite”, gli effluvi gerswiniani di “When Love Breaks Down”, il soul patinato fino alla contraffazione di “Moving The River”, la rassegnazione ora sussurrata, ora gridata di “Goodbye Lucille #1”.

Steve McQueen rappresenta uno dei prodotti più belli e duraturi del pop inglese di sempre, lontano da certe tronfie pacchianerie del periodo pur mantenendo una giusta (e necessaria) dose di alterità squisitamente british. Di tanto in tanto, la voce di McAloon, dolcissima, sembra sorprendersi essa stessa della bellezza che sta cantando, e persino i cori eteri, spettrali di Wendy Smith – sempre sul pericoloso filo di una patetica svenevolezza – diventano sopportabili.

Nel 2007 la Sony/BMG ha stampato in CD una Legacy Edition, aggiungendo all’album originale (finalmente rimasterizzato in modo dignitoso) un bonus disc con otto brani, scelti tra gli undici originali, che lo stesso Paddy McAloon ha scelto di rivisitare in chiave rigorosamente acustica, e sono nuovi tremolii che velano gli occhi: ciò che emerge dalle versioni acustiche è la stupefacente maturità di queste canzoni che vivono fuori dal tempo, o meglio, che vivono nel solo tempo possibile: il tempo tra un battito e l’altro del cuore.