Banner 1
logo
Banner 2
THE BOOKSTORECARTA CANTA
Il Nostro caro Lucio
Donato Zoppo
CARTA CANTA
all THE BOOKSTORE
01/10/2018
Donato Zoppo
Il Nostro caro Lucio
"Realtà: ho voglia di scrivere che questo nuovo libro di Donato Zoppo ci restituisce la realtà di Lucio Battisti." L'intervista di Paolo Tocco.
di Paolo Tocco

La scrittura di Donato Zoppo è qualcosa di terapeutico e di salvifico. Amico nella vita privata prima di tutto, giornalista (ma giornalista per davvero) poi. Ma prima ancora di tutto questo trova ampio spazio il conoscitore di musica a tutto tondo che è divenuto negli anni del mestiere, cosa che a far gara di dischi e citazionismi vari si perde sistematicamente. Avevo ospitato tra queste pagine il suo compendio per la Mimesis Edizioni circa le maschere dei Genesis, pubblicazione di qualche tempo fa che ho rispolverato grazie al supporto sempre attento della redazione di Loudd. Ma oggi la storia ci trascina tra le pagine di una delle più importanti calamità culturali e discografiche del pop d’autore italiano: parliamo di Lucio Battisti, occasione ghiotta in questo 2018 in cui ricorre il ventennale dalla sua morte. Hoepli pubblica la nuova creatura letteraria di Donato Zoppo dal titolo “Il nostro caro Lucio. Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana”. Un gigante… proprio così.

Di Battisti si è ampiamente detto, scritto, ascoltato e celebrato di tutto. O quasi… ed è per tali ragioni che la lettura di questo libro ci regala, con meravigliosa semplicità, un punto di vista appena fuori asse, esaustiva e interessantissima osservazione del tutto come solo frutto di un’esperienza personale sul “campo di battaglia all’indomani della grande guerra”, dove tra cocci rotti, segni sulle rocce, trofei, statue commemorative e qualche reperto non ancora catalogato, Zoppo si sofferma a riflettere, ad analizzare, ad incontrare i protagonisti e, soprattutto, a non consacrare più del dovuto un mito reso immortale per sua stessa natura. In poco più di 200 pagine anche ben formattate con un gusto grafico abbastanza popolare, Zoppo ci restituisce un Lucio Battisti reale, vicino al quotidiano, irraggiungibile nel genio creativo ma pur sempre figlio di questa musica italiana che ha contribuito a segnare in modo indelebile. Ritroveremo altrettanto da vicino i protagonisti di questo lungo viaggio, da Mogol a Vandelli, partendo da Roby Matano e dai suoi Campioni per finire ad un esilio, forse esagerato, tra le parole di Pasquale Panella e le contaminazioni culturali non predicibili a priori.

Donato Zoppo ci regala un libro che servirà a restituire quel senso pratico di realtà laddove ogni mito, più o meno devoto alla vita pubblica, si vede cambiata la faccia e spesso anche la voce, occasioni di ghiotti bottini mediatici a volte ma anche violenze vere e proprie a forzare contro natura il disegno dei propri confini. Dunque, parlerei di realtà: una parola importante capace di celebrare il dono dell’imparzialità appena impreziosito dal senso critico ampiamente educato dal professionista e dall’uomo di cultura, forse uno dei grandi traguardi a cui dovrebbe tendere un giornalista propriamente detto.

Realtà: ho voglia di scrivere che questo nuovo libro di Donato Zoppo ci restituisce la realtà di Lucio Battisti.

Sappi che, vista la grande stima e amicizia che ci lega, voglio avventurarmi in domande insidiose. Insidiose ma non troppo. Pronto? Dunque, vorrei partire da un banale affare di nomenclatura. Lucio Battisti. Tutti lo chiamano cantautore. Ma in fondo, a parte qualche raro caso sul finale di questa magica storia, lui non ha scritto una sola parola dei testi… o sbaglio? Perché, allora, chiamarlo cantautore?

Lucio Battisti non si è mai considerato un cantautore. Lo ha anche dichiarato in una vecchia intervista: si considerava autore ma non cantautore. E credo che lo abbia sottolineato in modo marcato perché all'epoca presentarsi come cantautori sottintendeva un'adesione "ideologica", una missione – alla Guccini, alla Lolli, alla De Gregori – che a lui era estranea, o perlomeno non era di suo interesse. Ma era tutta la procedura a essere diversa: Battisti non scriveva musica e testi delle sue canzoni, il percorso compositivo era prettamente musicale e subito dopo – o quasi contemporaneamente, negli episodi di maggior simbiosi – subentrava Mogol. L'intesa della coppia, ai limiti del magico per alcuni versi, è stata una unicità assoluta negli anni '70, li ha resi una vera e propria fabbrica di canzoni, ma Lucio cantautore non lo è mai stato. Personalmente preferisco considerarlo un musicista, come rilancia spesso Mogol quando rifiuta la dicitura "paroliere" in favore della più generica ma anche pertinente "autore".

From Poggio to Duluth. O meglio potremmo dire: from Dylan to De Gregori passing through Battisti. Secondo te qual è stata la vera alchimia di collegamento tra il cantautore americano e i nostri poeti musicisti? Cosa davvero passa dall’uno all’altro come un vero e proprio testimone? C’è un ingrediente costante secondo te?

Battisti ha ascoltato, studiato analiticamente, assimilato Dylan e "importato" nei suoi brani: ascoltandoli però non si direbbe, ma Dylan per Lucio è stato più importante di quello che si pensa. Anzi è stato decisivo per la sua discografia. Gli ha confermato quello che lui aveva intuito ma che non sapeva esprimere in modo compiuto: non è necessario che una canzone risponda rigorosamente a certi canoni formali, che la voce sia perfettamente intonata, che le componenti del brano siano tutte architettate in modo chirurgico, ma è importante che venga trasmessa un'emozione. Lucio ha portato avanti questo pensiero in ogni suo brano, anche quello più glaciale e inattaccabile dell'epoca Panella: l'emozione come bussola, ma anche come orizzonte al quale tendere. Ecco il grande insegnamento dylaniano su Battisti. Da questo punto di vista credo sia più vicino all'influenza dylaniana su John Lennon che a quella su De Gregori o De André.

Che poi in quegli anni l’America era davvero lontana e forse Dylan in Italia esisteva già ma (forse) ben poco presente nella vita di massa. Insomma, l’Italia era assai lontana da quello che accadeva altrove nel mondo, paragonando a quanto oggi siamo capaci di contaminarci in tempo reale di cose che accadono dall’altra parte della Terra. La domanda è difficile ma ci provo lo stesso: che sia questa mancanza di conoscenza dell’altro a preservare e a rendere celebre il carattere di “originalità” di un artista? In altre parole: se nascessero oggi, Battisti e le sue canzoni, saremmo così in grado di riconoscerne la potenza unica e inarrivabile? O avremmo troppo materiale conosciuto e orizzonti esplorati per lasciarci meravigliare?

Domanda complessa caro Paolo. Cominciamo col dire una cosa importante: non credo che l'originalità di Battisti sia dovuta all'isolamento italiano rispetto al dominio angloamericano negli anni '60, anzi. Battisti era aggiornato, era un ascoltatore vorace, attentissimo, curioso e maniacale, non gli sfuggiva nulla, era abbonato a Billboard e seguiva con estrema dedizione ciò che succedeva fuori già ai tempi dei Campioni con Roby Matano, dal 1963 al 1966, e ha sempre avuto questo atteggiamento, anche nei primi anni '80 quando in anticipo si innamorò del Fairlight di Peter Gabriel, o quando negli anni '90 ascoltava il trip-hop. Lo stesso panorama editoriale nostrano era allineato con quello straniero, pensa al ruolo che in Ricordi aveva Rapetti padre e anche Giulio come traduttore/riscrittore di classici istantanei del beat. L'Italia era lontana dai grandi giri ma non li ignorava affatto, purtroppo viveva tutto con ritardo, tanto che quando in USA il rock 'n' roll era morto qui iniziava Celentano, quando il Mersey Beat era annebbiato qui spopolava l'Equipe 84, quando i King Crimson dell'epoca Sinfield cessavano di esistere qui cominciava il percorso della PFM.

Per quanto riguarda la seconda domanda, temo di doverti dare ragione: siamo sommersi dalla musica, siamo sempre più smaliziati e informati, dunque oggi difficilmente riconosceremmo un nuovo Battisti, che ha avuto modo di affermarsi grazie alla sua tenacia ma anche a quella della Ricordi che lo ha fatto maturare. La musica per entrare dentro ed essere compresa nei suoi contenuti e nelle sue novità, ha bisogno di tempo, di respiro, deve sedimentare: oggi non concediamo grandi chance alla nuova musica che accogliamo, deve stupirci o coinvolgerci subito. Pian piano sta scomparendo quel senso di meraviglia che ha accompagnato ascoltatori di vecchie generazioni.

E forse una riprova è proprio il grande flop americano… sbaglio a vederla sotto questa chiave di lettura?

Il flop americano a mio avviso fu dovuto ad altri fattori. In primo luogo, elemento determinante, Battisti non aveva voglia di imbarcarsi in tour, promozione, insomma non gli andava di trapiantarsi in USA e fare quel biennio massacrante che serviva per mettere radici ed entrare nelle case degli americani. Avrebbe dovuto fare, in una posizione inevitabilmente più difficile, quello che fece John Lennon (che però di suo aveva, oltre al decennio di fama beatlesiana, anche un'indole di comunicatore che Lucio non aveva), oppure quello che stava facendo la PFM fino alla decisione di tornare in Italia. Il disco nacque dunque come un esperimento. Se a questo aggiungi che, a fronte di una musica pur aggiornata e in linea con i gusti degli americani, la pronuncia non era perfetta e i testi erano troppo aderenti al senso di quelli italiani, questo fu un errore di provincialismo, bisogna ammetterlo.

Numerose canzoni cantate da Lucio hanno poi avuto il grande successo che conosciamo… cosa ne pensi? Davvero una questione di anima o forse esiste anche un contributo mediatico o di promozione che hanno contribuito al gioco?

Nel caso di Battisti la promozione ha contato molto poco, sai bene che lui e Mogol optarono per centellinare la presenza in radio e in tv alimentando un mito che però si reggeva su solidissime basi: le canzoni. Il segreto è quello. Una sensibilità speciale, un fiuto pazzesco, una sequenza di canzoni che parlava al cuore del pubblico. Una combinazione di cose, che univa la novità alla non voce che però suonava autentica, la familiarità rassicurante delle melodie che però si univano ad arrangiamenti nuovissimi. Il segreto è tutto nella volontà tenace di un musicista selvatico e ruspante ma profondamente devoto. Se potessi consigliare qualcosa a un giovane musicista, gli direi di imitare la devozione battistiana.

So che un tema a te caro è proprio la censura che Battisti visse da vicino con il disco “Amore e non amore” … qualche curiosità oltre alle tante che ci racconti nel libro?

È un tema a me caro non solo perché l'ho approfondito totalmente nel mio libro “Amore libertà e censura” del 2011, ma anche perché, come uomo di libertà, come sostenitore del libero pensiero, mi sento sempre toccato da qualsiasi episodio di censura. Una cosa che ricordo sempre con piacere – anche se proprio piacevole non è – è che sulla copertina dell’antologia argentina del 1982 “Pensamentos Y Palabras”, sulle chiappe della signorina di spalle il censore argentino applicò delle bellissime mutande nere posticce...

E della politica? Perché secondo te è stato sempre ricorrente questo carattere politico di Lucio Battisti? Uomo di destra o di sinistra? Direi che ci sono aneddoti da ogni parte di schieramento…

A volte mi viene da pensare: "ma anche se fosse di destra, sarebbe così grave?". E lo dico da persona libera, da nipote di partigiano che fu persino torturato dai tedeschi, proprio per farti capire che nel mio Dna c'è l'antifascismo, ma anche la tutela del libero pensiero. In ogni caso, questa presunta posizione politica non c'era. Non che Battisti fosse un radicale di sinistra, ma non lo era neanche di destra. In un decennio con una polarizzazione così forte, in un'epoca in cui alla musica si chiedeva molto – forse anche troppo! – era doveroso esporsi in qualche modo, e questo "messaggio" nella musica di Battisti non c'era. Da qui le accuse di fascismo, le interpretazioni fin troppo fantasiose di versi come "planando sopra boschi di braccia tese", peccato che molti dimentichino che nel 1975 Mogol e Battisti tentarono un avvicinamento alla sinistra dialogando con Re Nudo per un ipotetico tour con Il Volo, cosa che però non avvenne. Lucio era una sorta di curioso animale anarchico, disinteressato a tutto fuorché alla musica. Per avere un Battisti curioso su altre cose, toccherà attendere gli anni '80, il suo interesse per la matematica, la filosofia, la psicanalisi, la tecnologia. Prima però aveva un unico obiettivo: fare musica. Al resto – probabilmente sbagliando, visto che ogni uomo è un animale sociale – non rivolgeva alcun interesse.

So che ti piace questa espressione che ti rilancio qui: industria di canzoni. La coppia Battisti-Mogol sembrava davvero aver messo in piedi un’industria di canzoni. Però voglio farti una domanda provocatoria. Non hai l’impressione che si sia sorpassato quel filo sottile che divide da una parte l’arte come creazione personale, figlia di una ispirazione e di una spiritualità e dall’altra quella produzione in serie, quasi su misura, quasi meccanica e matematica come fosse uno strumento di marketing aziendale?

Nel caso di Mogol e Battisti questo non c'è stato a mio avviso. Era un rischio serissimo, vista la mole di pezzi scritti e prodotti per loro ma anche per Lauzi, Mina, Patty Pravo, Formula 3 etc. a cavallo tra anni '60 e '70. Ma loro furono abili proprio perché erano sorretti da una spiccata sensibilità che gli consentì di affidare all'interprete del momento un pezzo adatto, scritto su misura, quasi una sartoria musicale che abbinava tanto il marchio di fabbrica quanto la confezione perfetta per l'interprete del momento. Credo che questa varietà abbia influito molto. Ma era anche importante per Battisti testare su altri quello che avrebbe poi fatto per se stesso. Un'industria di canzoni, indubbiamente, ma con anima, sentimento, dedizione, lungimiranza.

Tutti i dischi di Lucio Battisti: ce li racconti, ce li fai rivivere, ci arriviamo passo dopo passo. Ma ce ne sta uno che non ami e che vorresti poter criticare liberamente?

È difficile che io scriva di qualcosa che non ami, e per amare qualcosa debbo conoscerla profondamente. Questo significa che se ho scritto di Battisti è perché lo amo - anche se non mi considero affatto un fan, categoria che fa male alla musica - e lo conosco. Questo per dirti che non ci sono suoi dischi che non amo, se però entriamo nel gusto personale, allora ritengo che qualche album sia meno ispirato, come ho scritto nel libro, liberamente e senza condizionamenti. Ritengo ad esempio “Una giornata uggiosa” un lavoro un po' debole, come se Battisti avesse mollato la presa, in attesa che la relazione con Mogol finisse e si potesse esprimere con maggiore libertà. Ritengo anche che “La sposa occidentale” non sia il massimo del Battisti panelliano, come se quel disco, pur pregevole, fosse schiacciato tra la novità dell'Apparenza e la voglia di ulteriori rinnovamenti poi affidati a CSAR.

Tra l’altro, come fatto in precedenza con gli Area (tanto per citare uno dei tuoi tanti lavori editoriali) sei andato alla ricerca dei protagonisti per catturare curiosità e non detti ancora. Qualcosa che non hai inserito nel libro?

Ho inserito tutto quello che serviva a offrire una panoramica fedele, motivata e attendibile della storia di Battisti, avendo però come vincolo una certa lunghezza e un equilibrio di fondo. È stato bellissimo dialogare a lungo con colossi della nostra musica come Pietruccio Montalbetti, Massimo Luca, Gabriele Lorenzi, Roby Matano, Massimo Luca, Gianni Dall'Aglio e molti altri. Se non ricordo male Borges diceva che un libro non è un sistema chiuso ma uno strumento di relazione, e ogni volta io interpreto così la mia scrittura.

A Poggio Bustone? Che aria tira quando si parla di Lucio Battisti?

Ci sono stato a curiosare e ho notato che se ne parla con gioia e al tempo stesso con cautela. Come se si avesse paura di dare fastidio a chi ne tutela il patrimonio artistico. Ciò non è piacevole, visto che non c'è nulla di più bello che parlare di musica con gioia, trasporto e passione. Però è importante salire a Poggio per capire i luoghi che hanno influenzato un carattere e una personalità così enigmatica. Non è un caso che il libro termini proprio con un ritorno ideale nella piana reatina.

Arriviamo al caso affascinante della “scomparsa” dalle scene. Voglio provocarti ancora: che sia una bellissima trovata di marketing anche questa? Di sicuro il mito l’ha costruito e, se vuoi, lo ha reso immortale…

Credo che il marketing, per come lo intendiamo oggi, non sia mai penetrato nelle scelte artistiche battistiane. Vero è che Mogol lo aveva caldamente consigliato nell'esporsi con moderazione, ma di base Lucio per carattere non era affatto propenso a farsi vedere in giro, sul palco, nelle sale stampa. La sua indole da questo punto di vista lo ha aiutato molto, poi però dal 1979, dall'ultima intervista, qualcosa secondo me è cambiato: è come se il ritiro fosse diventato più "patologico", senza quella serenità degli anni precedenti. Ma anche lì non c'era marketing, bensì una visione radicale, molto rigida, della musica come unico e sacro mezzo espressivo, rispetto al quale le parole, le interviste, le apparizioni, i concerti, non avevano ragion d'essere. È stato profondamente coerente, nel bene e nel male. Se oggi potessi parlargli, gli chiederei però il motivo di questa rigidità, che percepisco eccessiva.

Ed in ultimo voglio restituire uno sguardo d’insieme a questo bellissimo libro. Cosa c’è ora che prima non c’era?

Mi conosci e sai che l'ego cerco di tenerlo da parte, però in questo libro ci sono io. È così per ogni libro, ogni scritto è il punto di vista del suo autore, quindi la differenza dai precedenti libri su Battisti è nel mio punto di vista. Ho voluto raccontare la vita di Battisti sottolineando il suo carattere, le sue motivazioni, come la persona traduceva ispirazione, idee e visioni in musica. Spero di esserci riuscito! Come disse il paroliere, anzi l'autore: lo scopriremo solo vivendo...