SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
L’OSSIMORO SMILE (The Beach Boys non sono mai stati allegri)
The Beach Boys
all SPEAKER'S CORNER
06/07/2017
The Beach Boys
L’OSSIMORO SMILE (The Beach Boys non sono mai stati allegri)
Ho cominciato ad essere affascinato, questo e solo questo può essere il verbo, da The Beach Boys – cioè da Brian Wilson (e i suoi parolieri) – tramite “Good Vibrations”: un’opera musicale assolutamente barocca per la quantità di suoni che la compongono (non a caso esiste un triplo CD dedicato ad essa: “ovviamente” (si veda qui di seguito) edito nella collana “Unsurpassed Masters” della Sea Of Tunes Records
di Stefano Galli

Ho cominciato ad essere affascinato, questo e solo questo può essere il verbo, da The Beach Boys – cioè da Brian Wilson (e i suoi parolieri) – tramite “Good Vibrations”: un’opera musicale assolutamente barocca per la quantità di suoni che la compongono (non a caso esiste un triplo CD dedicato ad essa: “ovviamente” (si veda qui di seguito) edito nella collana “Unsurpassed Masters” della Sea Of Tunes Records1.

Un paio di lustri dopo – scusate ma il punk era un tiranno esigente – apparve nel quadro che contemplavo, senza nemmeno un granello di sabbia fra le dita, Charles Manson e i suoi omicidi di fine decennio sessanta scorso, mentre Brian era nella decade successiva invisibile ai molti2.

Ecco pian piano insinuarsi nella mente il mostro Smile (o se si preferisce SMiLE), l’album inesistente che esiste, a partire dalla grafica di copertina e addirittura dalle copertine stampate dalla Capitol Records in centinaia di migliaia. Perché il problema non è riuscire ad ascoltare questo, IL, supremo disco fantasma, ma solo come e quanto (quanto, ripeto) ascoltarlo.

Un cofanetto antologico ufficiale (significativamente intitolato Good Vibrations: è un quintuplo in CD) per i trent’anni di carriera dei Ragazzi della Spiaggia dà la stura con un pugno di registrazioni che smentiscono ogni leggenda di inesistenza delle matrici siccome distrutte. Ma non basta!

Esiste letteratura sul Sorriso, un doppio (doppio cosa? Ne troverò una versione in duplice CDR) di tale etichetta Vigotone (sembra sia giapponese) album, eccetera eccetera. Più Smile trovi, più ne vorresti; schizzi, frammenti, tracce singole, piste sovrapposte, immagini più o meno sgranate del genio al lavoro con in testa un casco da pompiere…

Ti calmi solo quando incontri il cofanetto triplo pubblicato ancora una volta dalla Sea Of Tunes che è corredato anche da un corposo libretto (lungo come due CD allineati in verticale) e il “compagno” CD singolo che compila una possibile versione dell’album.

Quando l’album uscì ufficialmente moltissimi anni dopo nel 2011 (e con ritardo di mesi: ormai speravo che non fosse pubblicato: a noi appassionati non serviva3), comprai la versione in 5 CD di Smile solamente per evitare di avere spifferi sonici e per godermi quella copertina tridimensionale che raffigura la vetrina di una bottega poco californiana e semmai reminiscente del Village newyorkese (quello, ormai scomparso, con i negozi nei basement).

Come finisce questo post?

Inevitabilmente, ma non banalmente, con la canzone più triste di tutte, sin dal suo titolo: “Surf’s Up”.

Per il surf guardate altrove, ché forse il mito della tavola che cavalca le onde non ha bisogno di un bardo, ma solo di un musico: cfr. “Pipeline” e “Wipe Out”, (anc)ora e sempre.

1 Si saprà mai se dietro ad esso si celava lo stesso Brian Wilson?

2 Devo questa scoperta a una rivista di surf USA che non riesco a localizzare da troppi anni, quanti?, nel mio archivio.

3 Ci tengo a precisarlo: in Italia Smile interessava a pochissimi: quando ne parlavo nessuno mi aiutava: ho costruito il mio archivio nei negozi newyorkesi dove tutto era lì, ma solo se sai cercare: valeva per tutti gli artisti, gli Italiani si pascevano, stolidi, di U2 e Bruce Springsteen.