REVIEWSLE RECENSIONI
Damage And Joy
JESUS AND MARY CHAIN
2017  (Artificial Plastic)
ALTERNATIVE
7/10
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07/07/2017
JESUS AND MARY CHAIN
Damage And Joy
Il ritorno sulle scene dei massimi ispiratori del movimento Shoegaze.
di Giorgio Cocco

Il Rock inglese nella metà degli anni ‘80 si contraddistingue per una massiccia opera di rinnovamento tesa al superamento della lunghissima stagione del Punk e della New Wave. L’implosione dei Clash, con il pessimo atto finale Cut The Crap, ha un suo immediato contraltare qualitativo con l’affermazione degli Smiths, di Lloyd Cole and The Commotions e degli Housemartins a cui si aggiungono le frizzanti sonorità Folk/Rock dei cugini irlandesi Pogues e Waterboys. Tra le vecchie glorie tengono botta gli XTC, i Cure, Costello e i Fall, intanto gli U2 fanno le prove generali per assumere di lì a breve il ruolo di band più popolare del terraqueo. E’ in questo contesto che arriva la rivoluzione del cosiddetto Shoegaze che vedrà tra i suoi esponenti più popolari, nonché massimi ispiratori, la band scozzese Jesus and Mary Chain.

Tutto nasce in un sobborgo di Glasgow sotto l’impulso di due giovanissimi chitarristi, i fratelli Jim e William Reid e dell’amico d’infanzia Douglas Hart al basso. Dopo l’incisione di una demo che contiene la registrazione domestica di Upside Down raggiunge la band anche un nuovo batterista, quel Bobby Gillespie che in seguito diventerà una gloria d’Inghilterra con i suoi Primal Scream. Grazie a quest’ultimo conoscono Alan McGee della Creation che intravedendo il grande potenziale dei quattro finanzia il singolo d’esordio: una versione riveduta e corretta di Upside Down sul lato A e sul retro la cover Vegetable Man di Syd Barrett. Il disco sortisce i suoi effetti, le migliaia di copie vendute in poche settimane scatenano una vera e propria asta tra le maggiori etichette discografiche per mettere sotto contratto i Jesus. Sarà il potente manager della Rough Trade Geoff Travis, che gestisce anche la Blanco Y Negro per conto della WEA, ad assicurarsi le future performance della band. Arrivano quindi altri singoli memorabili Never Understand, You Trip Me Up e la hit Just Like Honey, che accrescono febbrilmente l’interesse per il quartetto scozzese in vista dell’uscita di Psychocandy, il debutto a 33 giri che segnerà indelebilmente le vicende del Rock nel decennio successivo influenzando decine di nuove band con il suo portato di originalità e forza impattiva. Velvet Underground, Suicide, Ramones, Stooges, gli esperimenti Noise dei Sonic Youth ma anche il Garage e il Pop dei sixties, tutto dentro ad un frullatore impazzito che i J&MC alimentano con l’elettricità sporca ed abrasiva delle chitarre di Jim e William e l’annoiata sussistenza di una sezione ritmica tra le più basiche e strascicate di sempre. Coltri di feedback proteggono la natura delicata delle loro canzoni essenzialmente Pop, un’aggressione sonica atta ad erigere un moderno “muro del suono” dietro al quale nascondere anche timidezze ed insicurezze mai completamente risolte. Per tutta la carriera preferiranno infatti il lavoro in studio alla dimensione live dove, il reiterato sforzo di scomparire sotto le foltissime capigliature, finirà per connotare l’estetica di tutto il movimento Shoegaze. Fissare le Dr. Martens quindi, anziché aizzare le folle sotto al palco, più per un malcelato senso d’inadeguatezza che non per una predefinita opzione scenografica. Così My Bloody Valentine, Spacemen 3, Loop (sul versante inglese), Pixies, Dinosaur Jr, Galaxie 500 (oltreoceano), le band che meglio sapranno introiettare la lezione di Psychocandy.

Tra alti e bassi e leggendarie risse tra fratelli i Jesus and Mary Chain produrranno dall’87 al 98 altri cinque album, tutti di grande successo mediatico e di pubblico, fino all’auto consunzione e allo scioglimento intervenuto dopo l’uscita di Munki con Jim e William incapaci di rapportarsi l’un con l’altro. Da allora soltanto rumors di fantomatiche riappacificazioni e qualche sporadico progetto collaterale, vedi i Lazycame di William, i Freeheat di Jim con alcuni membri dei Gun Club e i Sister Vanilla (ancora Jim con la sorella Linda). Dopo l’estemporaneo ritorno nel 2007 per la partecipazione al Coachella Festival insieme a Scarlett Johansson (Just Like Honey, Lost in Translation, conoscete la storia) che non porterà a nessuna nuova registrazione, la svolta nel 2015 con la realizzazione del doppio album Barrowlands Live che ripercorre le fasi salienti della loro carriera e ora l’agognatissimo settimo album: Damage and Joy. Prodotto da Youth (l’ex Killing Joke Martin Glover) il disco assembla 14 pezzi tra inediti e cose già sentite (Amputation proviene dal repertorio dei Freeheat, Can't Stop The Rock da quello dei Sister Vanilla) e si avvale delle ospitate, tutte al femminile, di Isobel Campbell, Bernardette Denning, Sky Ferreira e Linda Reid accreditata “Fox”. Il disco suona benissimo in brani come All Thing Pass e Always Sad che non avrebbero sfigurato in Darklands, la ritmata Facing Up To The Facts e l’emozionante interplay vocale di Black and Blues con la Ferreira sugli scudi. Non allo stesso modo quando ci si imbatte nella debolissima ballad narcolettica War On Peace, oppure nel Brit Pop mellifluo di Mood River e Presidici (Et Chapaquiditch), poco più che dei riempitivi senza i quali si sarebbe potuto parlare di un piccolo miracolo da aggiungere ai lavori più accessibili dei J&MC. Damage and Joy si erge comunque sulle sciatterie dell’Indie attuale e potrebbe, per chi troppo giovane o non ancora nato all’epoca, suscitare la giusta curiosità per recuperare i lavori più belli di una delle band fondamentali degli anni ‘80.