REVIEWSLE RECENSIONI
06/11/2017
Protomartyr
Relatives In Descent
Il sensazionale nuovo album del quartetto di Detroit, con le sue tinte cupe e atmosfere post-punk alternate a episodi violenti e dirompenti, non lascia speranza e conferma il valore artistico della band di Joe Casey.
di Roberto Briozzo

C’è poco da stare allegri a vivere a Detroit, Michigan. Basta googlare il nome della città americana, scegliere uno a caso tra i numerosi risultati che testimoniano tutto quello che è successo dall’inizio del declino dell’industria automobilistica e del suo indotto a oggi, passando per la bancarotta del 2013, e farsi un’idea. L’aggravante, ora, è che c’è poco da stare allegri tout court negli USA delle vile trumpets, per dirla alla Protomartyr. In un clima in cui non c’è niente da ridere, la sfida impossibile per un progetto di tale levatura è dare alle stampe un disco più ottimista di “Relatives in descent” nelle sonorità e meno profondo e impegnato nei testi.
I Protomartyr vengono da lì. Joe Casey, la voce della band, addirittura non si è mai mosso dalla casa in cui è nato. Ma sarebbe riduttivo non citare ben altre coordinate appartenenti a una geografia emotiva che interessa di più a noi che osserviamo dalla finestra un contesto culturale per il quale, a differenza di quello sociale e politico, da sempre proviamo un’invidia mai risolta.
Basta attendere quei pochi secondi in cui la puntina sul disco affronta i primi solchi vuoti per trovarsi nel pieno del ritmo di tamburi di “A private understanding”, la prima traccia di “Relatives in Descent”, e capire in quali paraggi ci troviamo. Il post punk è un genere che si è evoluto moltissimo, a dispetto dei detrattori che se non sentono le chitarre rassicuranti e i tratti tipici della confort zone del rock’n’roll vanno in tilt, soprattutto di quello statunitense, e oggi c’è molto di più del fenomeno derivativo attraverso il quale la new-new wave di inizio secolo aveva rimesso in gioco certe sonorità di rottura di fine anni 70 del precedente.
Chi ascolta i Protomartyr per la prima volta proprio con “Relatives in Descent”, il primo album pubblicato per la Domino e il quarto della loro carriera (il gruppo è attivo dal 2008), si troverà così al cospetto di un sound struggente, denso di poesia, trascinante nelle dinamiche e caratterizzato da un’equilibrata commistione di momenti di rassegnata cupezza e violenti impeti di riscatto, identificabili rispettivamente dall’assenza o la presenza di una graffiante chitarra distorta, abbondantemente oltre i limiti del garage punk.
Il tutto reso unico dal grave timbro vocale di Casey e il suo incedere a volte parlato e biascicato, altre più melodico, parole di un lirismo unico con punte di cattiveria sommessamente urlata e dosata con intelligente moderazione. Se volete un consiglio, provate ad ascoltare in lungo e in largo il disco sforzandovi di non documentare l’immaginazione con foto o video della band prima di averlo completamente interiorizzato. Abituati a una certa estetica propria del genere, si rimane piacevolmente sorpresi di fronte all’eterogeneità e all’ordinarietà del quartetto di Detroit (perdonate la superficialità dell’inciso), anni luce dalle pose, dall’hipsteria e dagli outfit d’ordinanza a cui certi più blasonati rappresentanti di categoria ci hanno abituati. Tutto grasso che cola: è la prova che i Protomartyr sono molto più autentici di quanto risultino se ci si ferma ai soliti paragoni che si leggono in giro.
Gli spunti di “Relatives in Descent” sono molteplici ma tutti riconducibili al loro stile fortemente personale. L’incedere funereo di “A private understanding” trasmette egregiamente, attraverso una scomoda sequenza di accordi, l’idea della consapevolezza privata con cui gli americani si sono arresi all’era di Donald Trump, per poi riscattarsi con un ritornello punk suonato con una cattiveria sconcertante. Ci sono altri episodi di analoga durezza, come “Caitriona”, “Don’t go to Anacita”, il paranoico monito a buttare giù la porta di “Up the tower”, ripetuto fino alla nausea e, su tutti, “Male plague”, il brano forse più spietato che contrasta perfettamente come coda del precedente “Night-Blooming Cereus”, una perfetta ballata new wave.
Dello stesso stampo “My children”, uno degli episodi più riusciti dell’album, una canzone che alterna un incipit lento e comodamente mixabile con “Atmosphere” dei Joy Division per poi dileguarsi lungo una trascinante cavalcata post-punk. Sulle stesse sonorità "The Chuckler” e "Corpses in Regalia", mentre con "Here Is the Thing" emergono addirittura reminiscenze di certi Killing Joke di metà carriera. L’album ci lascia con "Half Sister", un altro piccolo capolavoro di pessimismo, un brano che non stonerebbe in “Jeopardy” dei The Sound.
I fan della prima ora dei Protomartyr probabilmente punteranno il dito contro un lieve discostamento dai precedenti lavori e una maggior elaborazione stilistica, dovuta a fattori quali maturità artistica, miglior consapevolezza delle proprie potenzialità e, perché no, un budget utile a far le cose con maggior calma dovuto al cambio di etichetta. Nel complesso “Relatives in Descent”, severo e crudo come pochi, è uno dei migliori dischi dell’anno, e non solo per il genere a cui lo si vuole a tutti costi far rientrare. Il linguaggio dei Protomartyr, tra poesia e tinte fosche, è la più efficace e moderna espressione delle complessità e delle contraddizioni del presente, un’arma potente che il quartetto americano usa senza pietà sfruttando una gittata in grado di raggiungere anche le nostre pavide coscienze, qui oltre oceano.