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L'amante Imperfetto
Emidio Clementi
2017  (Playground)
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11/11/2017
Emidio Clementi
L'amante Imperfetto
Clementi ha ancora una volta fatto centro: è un piacere ritrovare la sua prosa asciutta, quasi “americana”, il suo stile secco ma all’occorrenza poetico, il suo tratteggiare i personaggi alla perfezione, dando l’idea della profondità con pochi tocchi, senza immergersi in lunghe introspezioni
di Luca Franceschini

Emidio Clementi ha sempre scritto di cose che conosce bene, che ha vissuto in prima persona o che gli sono state raccontate. Ci sono scrittori che amano nascondersi dietro i loro personaggi, costruendo fiction per parlare di sé, in dosi più o meno abbondanti a seconda del caso. Lui non lo ha mai fatto. Non si è mai vergognato di mettersi a nudo, di mettere in mostra il proprio vissuto, peraltro già di per sé materiale da romanzo, e ha continuato a farlo con diverse declinazioni fino a quest’ultimo “L’amante imperfetto”.

C'è un uomo che canta in una band, pubblica romanzi e insegna in università. Vive a Bologna ed è sposato con una donna più giovane di lui; la coppia ha due bambine.

Fatta eccezione per i nomi, ovviamente di fantasia, qualunque non neofita riconoscerà al volo la vicenda di Clementi, paroliere e voce dei Massimo Volume, autore di romanzi e racconti e, nel tempo libero, insegnante di scrittura creativa al DAMS di Bologna. E che ormai da diversi anni è marito e padre sereno e realizzato. Un quadro senza dubbio confortante, un esito che magari non tutti si sarebbero aspettati, per lo meno leggendo i romanzi “L’ultimo dio” e “La notte del Pratello” (recentemente ristampato da Fandango, che ha pubblicato anche quest’ultimo. Vivamente consigliato.) che erano incentrati sui suoi sregolati e difficili anni giovanili.

“L’amante imperfetto” però, non ha nulla di rassicurante. Clementi è infatti partito dalla dimensione autobiografica per dipingere un quadro a tinte fosche di un alter ego auto iniziatosi al sesso molto presto, sull’onda di una serie di foto del padre scattate durante un’orgia e del fastidio per un corpo che ha raggiunto tardi la fase della pubertà. È un susseguirsi di incontri occasionali che si intrecciano con relazioni stabili, dove la ricerca della trasgressione risulta preponderante rispetto a quella del piacere.

Una doppia vita, tra locali a luci rosse, appartamenti di prostitute e circoli scambisti, nell’ossessione inconscia di raccogliere quella che sentiva essere l’unica eredità che il padre gli avesse lasciato. Poi, di colpo, l’incontro con Lucia, la convivenza, le bambine, il matrimonio; una dimensione affettiva stabile che sembra definitivamente conquistata. Fino a quando la moglie non confessa di averlo tradito (ma si tratta poi di un tradimento vero e proprio?) con un collega di lavoro durante una trasferta. A quel punto, il protagonista senza nome si trova di fronte nuovamente ai propri demoni interiori. Lui, che per tutta la sua vita aveva ricoperto il ruolo del traditore, adesso, di colpo, si ritrova, seppur in maniera insignificante, in quello della vittima. Il crollo è rapido, senza freni, impietoso. Per lui e Lucia comincia un momento di travaglio e di messa in discussione delle antiche certezze, nel tentativo di scoprire se il loro rapporto saprà rinascere su nuove basi o se, all’opposto, sarà invece destinato a sgretolarsi sull’onda dei traumi e delle insicurezze che entrambi si trascinano irrisolti dal loro passato.

Resta da dire che Clementi ha ancora una volta fatto centro: è un piacere ritrovare la sua prosa asciutta, quasi “americana”, il suo stile secco ma all’occorrenza poetico, il suo tratteggiare i personaggi alla perfezione, dando l’idea della profondità con pochi tocchi, senza immergersi in lunghe introspezioni.

“L’amante imperfetto”, che segna tra le altre cose il ritorno dell’autore marchigiano alla forma del romanzo, otto anni dopo “Matilde e i suoi tre padri”, presenta anche interessanti novità: mai prima d’ora, infatti, si era spinto così tanto in profondità in quello che potremmo chiamare “il lato oscuro” del suo protagonista. Non è solo la spietata crudezza della prima parte del romanzo, inesorabile nel tratteggiare una vita sessuale senza freni ma anche priva di qualsiasi possibilità di appagamento. È anche per i meandri della psiche, indagati con acuta precisione, messi a nudo con lucidità e senza nessun tipo di compiacimento o virtuosismo. Il protagonista è un uomo scisso che improvvisamente scopre di esserlo e questa rivelazione lo proietta di fronte alla sfida più difficile della sua vita. Vincerla, significa innanzitutto comprendere che un rapporto amoroso, portato avanti sulla lunga distanza, non può esaurirsi nell’idillio, né consumarsi nell’abitudine, ma ha bisogno di continui sacrifici, di incessanti cicli di nascita e morte, per rivelare il proprio più intimo segreto e durare nel tempo, svelando progressivamente tutte le proprie dimensioni.

E che per amare un’altra persona occorre innanzitutto amare se stessi. Che vuol dire, tra le altre cose, scendere a patti con le proprie ossessioni, se non proprio sconfiggerle sul campo, ed essere disposti a lasciarsi abbracciare interamente, anche in quelle pieghe e in quei recessi che ci rifiutiamo di mostrare.

C'è un uso della seconda persona inedito per lui ma neppure particolarmente usuale in letteratura (il sottoscritto ricorda un romanzo di Auster, “Invisibile”, dove questa tecnica era impiegata con effetti molto simili); una scelta che si rivela però efficace, in quanto riesce a trasmettere l’idea di un autore in perenne dialogo con la proiezione di ciò che teme di diventare. Un modo per esorcizzare le paure, insomma, che poi potrebbe anche essere il motivo (se avrò modo di intervistarlo glielo chiederò) per cui ha deciso di mettere in scena una versione così romanzata della propria vicenda personale.

Evocare la dissoluzione delle proprie certezze, il crollo di ciò che si pensava di essere, come unico modo per possederlo davvero, per riappropriarsene una volta per tutte? Può darsi. Lo ha appena fatto Matt Berninger con la “Guilty Party” dei suoi The National, qui siamo in un altro territorio ma il concetto, alla fin fine, è quello lì.

Un libro che si legge in fretta ma a cui bisogna essere pronti, perché rischia di lasciare cicatrici profonde. Che è poi quello che la letteratura dovrebbe sempre fare, in fondo.