Banner 1
logo
Banner 2
REVIEWSLE RECENSIONI
Wild And Reckless
Blitzen Trapper
2017  (LKC)
AMERICANA ROCK
6,5/10
all REVIEWS
17/11/2017
Blitzen Trapper
Wild And Reckless
Con questo lavoro infatti i cinque di Portland si sono inseriti nel circus del rock americano più puro, senza vergognarsi di citare Bruce Springsteen, Bob Dylan e John Mellencamp, registrando un disco in cui agli echi nemmeno velati dei loro eroi musicali si sommava una bella scrittura, asciutta e dannatamente convincente.
di Alessandro Raggi

La storia recente dei Blitzen Trapper è la narrazione di un gruppo che, dopo 7 album di saliscendi tra prove interessanti (Furr del 2008) e flop dettati dalla mancanza di ispirazione (VII del 2013), nel 2015 partorisce un'opera coerente e finalmente a fuoco come All Across This Land. Con questo lavoro infatti i cinque di Portland si sono inseriti nel circus del rock americano più puro, senza vergognarsi di citare Bruce Springsteen, Bob Dylan e John Mellencamp, registrando un disco in cui agli echi nemmeno velati dei loro eroi musicali si sommava una bella scrittura, asciutta e dannatamente convincente. E siccome l'adagio recita che squadra vincente non si cambia, Wild And Reckless riparte da dove i Blitzen Trapper ci avevano lasciato, ossia con una bella dose di citazionismo filtrato dalla loro penna. Solo che stavolta la scrittura è meno ispirata e le citazioni rischiano di diventare copie scialbe degli originali. Andiamo per gradi.

"Rebel", primo singolo estratto e opener dell'album, è veramente convincente e ci lascia illudere che ancora una volta Eric Earley & C. abbiamo trovato il modo per farci canticchiare ossessivamente i loro brani sotto la doccia. Un po' Tom Petty e un po' outlaw country, "Rebel" convince anche per un testo da romanzo di formazione, oltre che per il bel contrasto chitarra acustica/elettrica, l'una contrappasso dell'altra. Dopo questo convincente avvio iniziano i primi dolori. "Wild and Reckless", title-track dalla quale ci si aspetta molto, rimane impigliata nell'indecisione tra un inizio melodico in cui il pianoforte apre le danze per poi esplodere in un tripudio di chitarre che sembrano incollate lì senza un'idea precisa. "Joanna" è talmente dylaniana da rasentare il deja vu, anche il titolo sembra copiato e comunque nonostante tutte le buone intenzioni l'interpretazione di Earley chitarra e voce non potrà mai raggiungere il pathos del Nobel per la Letteratura 2016 e così si finisce per annoiare l'ascoltatore. Dopo Dylan è quindi giunto il momento di onorare Bruce Springsteen con due brani, "No Man's Land" e "Stolen Hearts", che già dal titolo non promettono nulla di nuovo. La prima in realtà è una ballad che pur partendo con una piena citazione del Boss, cresce in maniera autonoma e risulta più gradevole di quanto previsto, un bozzetto ben costruito e soprattutto ben arrangiato. "Stolen Hearts" invece potrebbe essere uscita da Nebraska. Non è ovviamente una critica ma la voce di Earley non ha le profondità del buon Bruce e soprattutto sono lontani i fasti di "Nights Were Made For Love", inserita nel precedente album, altrettanto springstiniana ma con un tripudio di suoni ed una convinzione che sembrano di un altro pianeta.

Questi Blitzen Trapper sembrano più svogliati, quasi tornati ai tempi di Furr, laddove però la formula folk era digerita in pieno e soprattutto i riferimenti erano meno ossessivi. Qui non si capisce se alle canzoni che Earley ha scritto per il nuovo lavoro risulti indigesto l'arrangiamento di una band intera, come avviene ad esempio in "Love Live On", dove tutti sembrano ospiti, tranne la melodia e la voce del leader.

Quando invece i BT tornano a giocare con i riferimenti a briglia sciolta se ne riconoscono le potenzialità: "Dance With Me" strizza l'occhio a Tom Petty mettendoci in più una ironia latente e soprattutto "When I'm Dying" lascia di stucco con un approccio funk sudista che richiama vagamente i Little Feat (scusate se è poco) e che si candida, insieme a "Rebel" per essere una delle migliori canzoni della band. Bellissima ed intensa anche la conclusiva "Wind Don't Always Blow" dove la chitarra solista taglia in due la canzone con un assolo che è come una lama bollente nel burro freddo.

In definitiva c'è un passo indietro rispetto al precedente All Across This Land ma era obiettivamente difficile ritrovare gli equilibri perfetti di quel disco. Di buono ci sono un paio di canzoni notevoli ("Rebel" e "When I'm Dying"), un gioco di chitarre mai banale e la sensazione che la band abbia tra le mani la potenzialità per esplodere. Di negativo stavolta ci sono i riferimenti che diventano inutili copie dell'originale e, soprattutto, l'impressione che non tutto sia stato messo a fuoco. In ogni caso oltre la sufficienza. Li attendo al varco per capire quale sarà la prossima mossa.