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MAKING MOVIESAL CINEMA
29/10/2018
Cary Joji Fukunaga
Maniac
Inizi a guardare Maniac e da subito hai l'impressione di non capirci molto; così ti fai l'idea che la nuova miniserie Netflix sia uno di quei prodotti cervellotici che pian piano andranno a disvelare le fitte trame nascoste dietro il complicato intreccio.

Guardi puntata dopo puntata cercando di capire, ma in realtà non capisci e solo sul finale arrivi a capire che in fondo non c'era proprio nulla da capire. Capito? Sembra tutto molto complicato nella nuova fatica di Cary Fukanaga, regista della prima stagione di True Detective, ma in realtà non lo è. Maniac di per sé è un prodotto dallo sviluppo singolare ma abbastanza lineare, la grande capacità di scrittura da parte degli sceneggiatori, lo stesso Fukanaga e Patrick Somerville, sta nell'essere riusciti a dare l'idea di una storia fatta di ramificazioni e scatole cinesi ma che in fin dei conti si rivela essere di una semplicità disarmante, e alla fine ti ritrovi a pensare che sì, a conti fatti, quei due ti hanno proprio fregato per benino. Tutto ciò nulla toglie al fatto che Maniac sia una serie capace di regalare diverse ore di piacevole intrattenimento (nel complesso la miniserie non è così lunga), ottime interpretazioni, alcune puntate deliziose nonché momenti sparsi di ottimo Cinema (sì, anche se è una serie Netflix). Si va a crescere, le prime puntate gettano le basi di quello che si vorrebbe far credere essere l'intricato intreccio di cui sopra: intrigano ma non colpiscono in pieno. Il divertimento vero inizia tra la terza e la quarta (meravigliosa) puntata e poi sarà un saliscendi incostante, ma qualitativamente proiettato verso l'alto, di emozioni, sorprese e soddisfazioni, fino ad arrivare alla scena finale che andrà a chiudere in modo coerente tutta la narrazione. Il grosso del corpo dell'opera, tutto quello che sta nel mezzo, è un divertissement di classe che omaggia i generi, il mezzo televisivo e cinematografico, l'amore per le storie.

Un quasi irriconoscibile e dimagritissimo Jonah Hill interpreta Owen Milgrim, un uomo timido proveniente da una famiglia facoltosa che nel suo passato annovera episodi di schizofrenia e che di tanto in tanto fatica a capire se determinati eventi o persone siano frutto di fantasie della sua mente o tasselli concreti appartenenti alla realtà. La sua famiglia, in primis il padre Porter (Gabriel Byrne), esercita su Owen pesanti pressioni affinché testimoni in tribunale a favore di suo fratello Jed (Billy Magnussen), colpevole di un qualche tipo di violenza sessuale. Annie Landsberg (Emma Stone) è invece una giovane donna in crisi, ossessionata dalla perdita della sorella con la quale non aveva il rapporto che avrebbe voluto avere, sola, dipendente dai farmaci, vive un'esistenza spezzata. Entrambi i personaggi decidono di partecipare a un trial medico sperimentale tenuto dai dottori Muramoto (Rome Kanda) e Mantleray (Justin Theroux) e coordinato dalla dottoressa Fujita (Sonoya Mizuno). Lo scopo della sperimentazione, suddivisa in tre fasi (pillole A, B e C), è quello di rimuovere i traumi del passato attraverso una sorta di catarsi virtuale, per affrontare e vivere al meglio la realtà presente. I due protagonisti, insieme ad altri soggetti, verranno calati nel corso della sperimentazione in diverse realtà fittizie create dalla loro stessa mente all'interno delle quali avranno modo di fare i conti con i disturbi che gli avvenimenti della vita reale hanno provocato alle loro menti.

Sono diversi gli elementi interessanti in Maniac che spingono alla visione rapida del progetto di Fukanaga e Somerville (binge watching, avete presente?). Intanto c'è un'ambientazione affascinante che potrebbe essere un passato riconducibile per diversi aspetti agli anni 80 del secolo scorso ma che presenta qualche elemento futuristico per l'epoca, una sorta di retrofuturismo aggiornato agli eighties se vogliamo, con trovate visive che richiamano molto l'estetica di quel decennio. L'effetto è un poco spiazzante ma in maniera decisamente riuscita. Da non trascurare l'affiatamento tra due attori capaci di offrire ottime prove di recitazione ma anche di trasformismo, sia Hill che la Stone ce li possiamo godere in diverse versioni di loro stessi, tutte riuscitissime e con look agli antipodi l'una dall'altra. Questo grazie un gioco basato sulla rielaborazione dei generi che è il vero punto forte di Maniac; il quarto episodio (il mio preferito) ci offre schegge di Cinema postmoderno dove i due protagonisti, inspiegabilmente connessi nella stessa visione, sono una coppia di "grezzi" invischiata in una faccenda che vede al centro un lemure di una razza rara, i dialoghi sono grotteschi e tutta la vicenda divertentissima, in un episodio che nulla ha da invidiare a film giunti nelle sale che cavalcano lo stesso filone. Con uno scarto decisamente ampio da quella che è la cifra stilistica principale della miniserie, la Stone viene immersa anche in una realtà fantasy derivata dall'immaginario tolkeniano de Il signore degli anelli dove avrà modo di ripercorrere il suo rapporto con la sorella; efficacissimo il truce risvolto crime con un Gabriel Byrne violento fino al parossismo e un Hill semplicemente magnifico. Altra nota di merito per la versione finnica di Jonah Hill, scombinata e di rara imbecillità: meraviglioso. Dopo Suxbad - Tre menti sopra il pelo si ricompone una coppia dalla chimica irresistibile.

Intorno ai due protagonisti la vicenda si muove, anche qui portata avanti con merito da grandi interpreti, con il rapporto di amore/odio tra il Dottor Manterlay e sua madre (un'ottima Sally Field) e in generale tra i membri del progetto e il computer di kubrickiana memoria GRTA che nella sua A.I. contiene caratteristiche proprie della madre di Manterlay. Si esplorano allo stesso tempo i recessi del Cinema toccandone i vari generi e quelli della mente andando ad affrontare traumi e malattie con classe ed intelligenza. Alla fine, può sembrare che Maniac non mantenga le promesse, che non ci dia quello che all'inizio ci eravamo prefigurati, ma non perché l'esperienza sia deludente, al contrario proprio perché la serie è capace di sorprendere e di lasciarsi passare agli occhi dello spettatore per quello che non è, risultato poi non proprio così banale da raggiungere. Forse a rientrare su binari più consueti e prevedibili è proprio il finale, e va bene così, in fondo cosa avremmo potuto sognare e sperare di meglio per i due protagonisti ai quali ormai ci siamo tanto affezionati?