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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
12/10/2017
Sunn O)))
ØØ Void (2000)/Flying of the Behemoth (2002)
L’entusiasmo del mistico che ritorna dalle sfere superiori è qui mutato nel sentimento opposto, una sorta di nirvana nero, specchio della malattia dell’animo dei nuovi tempi (davvero infernali).
di Vlad Tepes

Greg Anderson (chitarra) e Stephen O’Malley (basso, già chitarrista dei Khanate) sono i Sunn 0))), ulteriore giro di vite alla già estrema e plumbea rarefazione degli Earth.

Come notammo a proposito del gruppo di Dylan Carlson, tali suoni (che un Linneo musicale farà discendere dai Black Sabbath sino ai Melvins e, appunto, agli Earth) nascono da lacerti di topoi rock (un particolare riff) isolate, dilatate ed amplificate sino alla negazione del senso originale, ed alla conseguente trasmutazione in un raggelante rumore di fondo nichilista, intessuto di feedback e droni.

ØØ Void (2000) si ripartisce equamente fra quattro composizioni di circa quindici minuti, monocrome e dilavate da qualsiasi riferimento sovrastrutturale (cascami da film dell’orrore, liriche di qualsiasi genere, accenni melodici…). Non è musica per esseri umani; se lo è, li prepara ad un livello esistenziale altro: la potremmo definire estasi nera. Nel fenomeno estatico classico il soggetto è isolato dal mondo circostante e viene assorbito da un’unica emozione assoluta, pregna di gioia profonda e addirittura voluttuosa; la musica dei Sunn 0))), con la sua cupissima uniformità, taglia sì l’ascoltatore dalla realtà usuale, ma lo predispone ad uno stato quasi autistico, in cui l’animo, chiuso ad ogni sussulto emozionale, presente l’inutilità della realtà, pantomima insulsa.

L’entusiasmo del mistico che ritorna dalle sfere superiori è qui mutato nel sentimento opposto, una sorta di nirvana nero, specchio della malattia dell’animo dei nuovi tempi (davvero infernali).

Flying Of The Behemoth riguadagna qualche connotazione riconoscibile, inclusi certi triti stilemi doom (Behemoth è la bestia del libro biblico di Giobbe); “Bow 1” e “Bow 2” sembrano la colonna sonora di un horror d’avanguardia (ad esempio Begotten, a cui l’incappucciato duo rimanda figurativamente); le restanti tracce formano un blocco a parte (di circa trenta minuti), degno del precedente lavoro, e, come quello, segnato da riff pesantissimi, privo di speranze e sussulti.

Una musica irriducibilmente non empatica, scritta per razze inumane o per l’umanità che si appresta a superare l’ultima linea d’ombra, quella delle emozioni. Un incubo o la descrizione di qualcosa che è già tra noi.