1984 non è soltanto un classico del genere distopico, ma è un romanzo che continua a interrogare il nostro presente con una forza quasi inquietante. Orwell, con la sua vita caratterizzata dalla lotta contro ogni forma di manipolazione e sopraffazione, ha espresso in queste pagine la sua paura più grande e cioè che il potere potesse arrivare a controllare non solo ciò che facciamo, ma anche ciò che pensiamo.
I due protagonisti, Winston e Julia, in tal senso, altro non sono che il simbolo fragile e coraggioso di chi tenta ancora di conservare uno spazio di libertà interiore, anche quando tutto, intorno, chiede omologazione. Leggere o rileggere 1984 oggi significa misurarci con le nostre paure, con le nostre abitudini digitali e con le autocensure che ci infliggiamo nella nostra costante ricerca di consensi. Significa, inoltre, ricordarci che la libertà non è mai un punto di partenza o d’arrivo, ma un esercizio quotidiano.
"LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÁ È SCHIAVITÙ
L'IGNORANZA È FORZA"
George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, nacque nel 1903 a Motihari, nell’ India britannica, dove il padre lavorava come funzionario dell’amministrazione coloniale. Morì di tubercolosi nel 1950, a soli 46 anni. Cresciuto in Inghilterra, studiò a Eton, ma non poté permettersi l’università. A soli 19 anni entrò nella Polizia Imperiale birmana, esperienza che lo segnò profondamente, perché gli fece conoscere da vicino l’ingiustizia del colonialismo, portandolo a disprezzare ogni forma di dominio e sopraffazione.
Rientrato in Europa, si dedicò alla scrittura e al giornalismo, vivendo in uno stato di povertà quasi perenne. Da quell’esperienza nacquero i suoi primi libri, tra cui Senza un soldo a Parigi e Londra (1933), cronaca delle sue peregrinazioni tra ostelli e mense per poveri, che già evidenziavano il suo pensiero lucido e inquieto e la sua sensibilità verso i temi della dignità, del potere e soprattutto della verità.
Orwell fu un intellettuale militante. Nel 1936 partì volontario per la Guerra civile spagnola, combattendo nelle file repubblicane contro il franchismo, esperienza raccontata nel suo Omaggio alla Catalogna (1938), testimonianza diretta della disillusione verso le ideologie totalitarie, sia di destra che di sinistra. Fu in Spagna che vide con i propri occhi come la propaganda e la manipolazione politica potessero alterare la realtà stessa dei fatti. La fattoria degli animali (1945) e 1984 (1949), infatti, sono il frutto di queste consapevolezze, tant’è che entrambi i romanzi sono diventati simboli universali della lotta contro il controllo ideologico e la censura, punto di riferimento per lettori, giornalisti e liberi pensatori di ogni generazione.
Quando, nel 1949, Orwell pubblicò 1984, il mondo stava ancora curando le ferite inferte dal secondo conflitto mondiale e la guerra aveva mostrato il volto disumano del potere dispotico. Il romanzo, in realtà, era il frutto di quel vissuto e del timore che la fine di una dittatura potesse nasconderne un’altra, ancora più sottile ed efficace, perché profondamente radicata nelle abitudini e nella forma mentis di chi, quella dittatura, l’aveva subita. Sapeva bene che le parole potevamo trasformarsi in armi e che il condizionamento ideologico, goccia dopo goccia, poteva plagiare le menti e confondere, o addirittura cancellare, la realtà.
1984 è il risultato estremo di quella riflessione. È un romanzo visionario, che per certi versi sembra il copione dei giorni folli che stiamo vivendo, in cui la figura dell’essere umano sprofonda negli abissi, sopraffatto dal potere imposto, ostaggio di paure spesso irrazionali.
La storia è ambientata a Londra, capitale della superpotenza Oceania, in un futuro distopico e totalitario. Il mondo è diviso in tre grandi blocchi in guerra perenne tra loro, e la società è interamente controllata da un regime che esercita il potere assoluto attraverso la sorveglianza, la manipolazione dell’informazione e la repressione del pensiero.
Ogni aspetto della vita è dominato dal Partito e dalla figura onnipresente del Grande Fratello, simbolo del controllo e dell’obbedienza cieca. Nulla sfugge allo sguardo di quel volto con i baffi neri. Le telecamere, i microfoni e la psicopolizia spiano i cittadini in ogni momento, sorvegliano ogni gesto, ogni parola, ogni sussurro mentale.
Lo psicoreato, vale a dire qualsiasi pensiero che metta in discussione il Partito, il Grande Fratello o l’ordine imposto, “non comporta la morte, lo pscicoreato è la morte”. Ci troviamo dinnanzi a un potere che non si accontenta dell’obbedienza esteriore, ma che mira a riscrivere la realtà interiore delle persone. Rappresenta la negazione stessa dell’identità e dell’individualità umana, perché vieta il dissenso non solo nell’azione, ma del pensiero.
Perfino il linguaggio è stato riscritto nella Neolingua, una lingua artificiale creata per ridurre la complessità del pensiero e impedire la ribellione mentale. Nel mondo di 1984, le parole non sono più strumenti di libertà, ma catene. Con la Neolingua, ogni vocabolo superfluo viene eliminato, ogni sfumatura di pensiero ridotta. Non potendo più nominare un concetto, diventa impossibile persino concepirlo. È un’intuizione geniale e inquietante, perché attraverso il controllo del linguaggio si giunge inevitabilmente anche al controllo dell’anima.
Winston Smith, il protagonista, è impiegato al Ministero della Verità. Il suo lavoro consiste nel riscrivere o eliminare documenti o cancellare prove del passato che contrastano con il presente o che ne mettono in dubbio i diktat, perché “chi controlla il passato controlla il futuro”.
“Giorno dopo giorno, quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato. In tal modo era possibile dimostrare, prove alla mano, che ogni previsione fatta dal Partito era stata corretta; allo stesso tempo, non si permetteva che restasse traccia di notizie o opinioni in contrasto con le esigenze del momento. La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva. Portata a termine l'opera, non era più possibile dimostrare che ci fosse stata una qualsiasi falsificazione.”
Winston pur vivendo in questo sistema soffocante, comincia a dubitare delle verità ufficiali e a cercare una forma di libertà interiore. Si sforza di conservare un barlume di pensiero critico e cerca, con disperazione, di ricordare chi era stato prima che il Partito decidesse chi o cosa dovesse essere.
“Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono diversi gli uni dagli altri e non vivano in solitudine... a un tempo in cui esiste la verità e non e possibile disfare ciò che è stato fatto: Dall'età dell'uniformità, dall'età della solitudine, dall'età del Grande Fratello, dall'età del bipensiero.... Salve!”
La relazione segreta con Julia porterà un po’ di luce nella sua vita. Julia è giovane, fresca e condivide il suo desiderio di ribellione e autenticità. Lei è il simbolo della vitalità, della sensualità, ma anche della rivolta privata. È più istintiva e meno idealista. Lotta soprattutto per se stessa e per ritagliarsi un piccolo spazio di libertà nel quotidiano. La loro storia d’amore, fragile e clandestina, diventa un gesto di resistenza contro il controllo del Partito, che cerca di cancellare tutto ciò che è autentico.
All’interno di un regime che controlla corpi, emozioni e perfino il desiderio, la libertà negata di amare qualcuno diventa inevitabilmente un gesto rivoluzionario. Winston e Julia sono le pecore nere, i folli, quelli che pur di vivere (anziché sopravvivere) sfidano la morte. Coloro su cui la paura non attecchisce e che il sistema teme davvero, perché sfuggono alle sue logiche e rimangono imprevedibili e incontrollabili. Mine vaganti.
"Julia era diventata una necessità fisica, qualcosa che non soltanto desiderava, ma alla quale pensava di avere diritto. [...] Gli sarebbe piaciuto che fossero una coppia sposata da dieci anni, che passeggiassero per strada come stavano facendo in quel momento, ma senza nascondersi e senza paura, parlando di cose qualsiasi e comprando questo o quell'oggetto per la casa. Aveva desiderato, soprattutto, che avessero un posto dove poter stare da soli senza sentirsi obbligati a fare l'amore tutte le volte che s'incontravano."
Ma la libertà, nella realtà orwelliana, ha un prezzo altissimo. L’intero romanzo è un percorso di lotta tra verità e menzogna, libertà e oppressione, amore e paura, in cui l’autore esplora con lucidità i meccanismi del potere e la fragilità dell’individuo di fronte alla propaganda.
Non voglio svelare troppo sulla trama, perché rischierei di rovinarvi il piacere di questa lettura senza tempo, però, non posso esimermi dal fare alcune riflessioni sui tempi che stiamo vivendo.
Oggi non esistono leggi che puniscono il pensiero, ma è innegabile che vi sia la tendenza a puntare il dito contro chiunque si permetta di esprimere un’opinione divergente. La logica del “pensiero corretto” crea inevitabilmente una pressione sociale, in quanto esprimere un’idea non allineata al pensiero dominante, può avere delle ripercussioni spiacevoli, come l’isolamento o il vedersi appiccicare etichette preconfezionate e spesso denigratorie o offensive. Non esiste la psicopolizia, ma esiste la polizia morale, spesso amplificata dai social.
In 1984 la sorveglianza è imposta; oggi, paradossalmente, appare come un’auto-scelta. Condividiamo posizione, gusti, ricerche, abitudini. Questa trasparenza volontaria crea una tracciabilità totale. Le piattaforme che utilizziamo per lavoro o svago conoscono ciò che pensiamo e ciò che ci piace e anticipano i nostri desideri e alimentano bolle informative che ci tengono in una comfort zone permanente. Quella che può apparire come una semplificazione, di fatto può trasformarsi in una limitazione, perché il rischio è quello di rimanere sempre fermi, all’interno del recinto che ci siamo costruiti, togliendoci, così, il piacere della scoperta. Si tratta di un controllo più morbido, certo, ma non meno pervasivo, visto che condiziona le nostre scelte.
Gli algoritmi non reprimono, ma orientano, decidono cosa farci vedere e cosa no, a quali idee e contenuti dare visibilità e a quali no. Non soffocano un pensiero, semplicemente cercano di evitare che ci venga. Un condizionamento invisibile che ricorda, in forma soft, le logiche della Neolingua, meno parole, meno pensieri possibili.
In 1984 il Partito riscriveva il passato, oggi la riscrittura ha altre forme, quella delle così dette fake news, la disinformazione orchestrata, la manipolazione delle immagini, narrazioni parallele che si autoalimentano. Non esiste un unico Grande Fratello, ma una costellazione di piccoli poteri digitali che determinano e modellano ciò che bisogna considerare “vero”.
La paura raccontata da Orwell non veniva dall’esterno, ma dall’interno; infatti, Winston sapeva che era il suo cervello a tradirlo. Il Partito non si limitava a controllare il comportamento, ciò che voleva davvero era controllare il pensiero. “Vogliamo un’obbedienza totale… vogliamo la tua mente”. Il vero nemico non era la psicopolizia, ma la sua stessa mente.
Oggi, in modo meno tragico ma più diffuso, accade qualcosa di analogo: ci autocensuriamo. Misuriamo ogni parola, ogni post, ogni opinione pur di non uscire dal coro. L’autocontrollo diventa spontaneo, interiorizzato. Il politicamente corretto è ormai uno stile di vita e probabilmente sfugge ancora a molti che l’autocensura è la porta attraverso cui il potere, qualunque potere, riesce a intrufolarsi nella mente e a manipolarla. Oggi, fortunatamente, lo psicoreato non esiste, ma le dinamiche psicologiche descritte da Orwell sono sorprendentemente contemporanee.
1984 risuona come un monito. Perché inquieta? Perché leggendolo non si può evitare un brivido di riconoscimento. Viviamo in un’epoca in cui verità, informazioni e dati personali sono continuamente manipolati o sorvegliati. Le telecamere sono gli schermi che accendiamo volontariamente. Le parole vengono svuotate da slogan, intelligenze artificiali e narrazioni digitali.
Il mondo di Orwell non appartiene più al futuro remoto ma è un presente possibile.
E forse è proprio questo il punto che rende 1984 un romanzo eterno: non parla soltanto di un regime feroce, ma della fragilità dell’essere umano davanti al desiderio di conformarsi, davanti alla paura di essere isolato, escluso e dimenticato se non lo fa.
Orwell ci ricorda che la libertà inizia sempre nella mente, e che la prima prigione non è mai esterna, ma è quella che ci costruiamo da soli quando smettiamo di domandare, quando lasciamo che altri decidano al posto nostro cosa è vero e cosa è giusto.
1984 non è soltanto un avvertimento, è un invito a restare vigili, a proteggere il dubbio, a difendere la complessità delle parole, a sottrarci, ogni giorno, a ciò che tenta di ridurci.
Perché finché esiste anche una sola persona capace di pensare diversamente, finché esiste un solo atto di disobbedienza interiore, finché esiste qualcuno disposto a ricordare, la libertà non è perduta. Rimane in attesa. Rimane possibile.
Del resto, Edward Bernays, nel suo saggio Propaganda, già nel 1928 scriveva che la massa è facilmente manipolabile, orientabile e permeabile. Per Bernays la democrazia moderna si reggeva proprio su questa “ingegneria del consenso”, ossia sulla capacità di guidare le opinioni senza che il pubblico se ne accorgesse, attraverso l’uso di strumenti comunicativi in grado di parlare alla pancia e alle emozioni della gente. Se a questo si aggiunge che porre domande, o semplicemente dubitare, sembra diventato un gesto fuori moda o da condannare, si può concludere che non occorre alcun regime per limitare il pensiero, è sufficiente che smettiamo di esercitarlo.
“Finché non diverranno consapevoli della loro forza, non si ribelleranno, e finché non si ribelleranno, non diverranno mai consapevoli della loro forza”.
“L'ideale propagandato dal Partito era qualcosa di grandioso, di terribile, di sfolgorante: un mondo di acciaio e di cemento armato, di macchine mostruose e di armi terrificanti, un popolo di guerrieri e fanatici che marciavano in perfetta sincronia, tutti pensando allo stesso modo e tutti urlanti i medesimi slogan, lavorando in continuazione, lottando, trionfando, reprimendo... trecento milioni di persone con la stessa, identica faccia. La realtà era fatta invece di città in rovina, squallide, di gente malnutrita che si trascinava avanti e indietro indossando scarpe bucate e che vivevano dentro case del secolo prima, rappezzate alla meglio, che puzzavano sempre di cavoli e di cessi”.

