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REVIEWSLE RECENSIONI
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Yalla Miku
2025  (Les Disques Bongo Joe)
IL DISCO DELLA SETTIMANA WORLD MUSIC POST-PUNK/NEW WAVE
8,5/10
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12/01/2026
Yalla Miku
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Yalla Miku è un progetto che supera il concetto di world music e multiculturalismo a tavolino, fondendo senza successo (e per questo con risultati straordinari) elettronica, melodie orientali, post punk e sonorità del Corno d’Africa.

La biografia del collettivo Yalla Miku ha i tratti di una favola, per chi ama la musica e crede nel suo potere taumaturgico di unificazione universale e di ponderata multiculturalità. Tutto nasce tra gli espositori e gli scaffali di Bongo Joe, un negozio di dischi di Ginevra che, grazie alla passione del suo proprietario Cyril Yeterian (musicista di origini in bilico tra il Libano e l’Armenia), evolve prima in etichetta discografica per sublimare poi in vero e proprio polo artistico e culturale, quindi in un caffè, luogo di scambio tra oriente e occidente del mondo, con tanto di sala concerti annessa in grado di dare linfa (e lustro) a un intero quartiere della città svizzera.

Non è un caso che i musicisti che collaborano a questo progetto si siano conosciuti in un ambiente che gronda globalità e rispettosa contaminazione stilistica. Con il batterista Cyril Bondi, già coppia fissa con Yeterian nel duo Cyril Cyril, gli Yalla Miku pubblicano il loro disco d’esordio omonimo nel 2023 grazie all’apporto di due musicisti svizzeri di estrazione differente - la polistrumentista cantante e compositrice Simone Aubert e Vincent Bertholet, contrabbassista di jazz contemporaneo dell’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp - e di tre strumentisti rifugiati dall’Africa - Anouar Baouna (dal Marocco) al guembri, Samuel Ades Tesfagergsh (dall’Eritrea) al krar e Ali Bouchaki (dall’Algeria) al darbouka.

L’idea e l’unicità alla base di Yalla Miku sono quelle di eludere gli stereotipi e l’approccio colonizzatore (e normalizzatore) della world music, nonché i suoi tentativi di rendere complementari stili e patrimoni sonori distanti. L’improbabile incontro di generi e strumenti qui contribuisce a trasmettere i fattori di contrasto tra background remoti, favorendo il racconto dei vissuti individuali in un contesto di libertà ritrovata. Come ha dichiarato Yeterian in un’intervista, una sorta di metafora delle difficoltà di adattamento di chi è stato costretto a trasferirsi in Europa.

 

Per il secondo capitolo della loro carriera, dal quasi ovvio titolo di 2, ai due Cyril fondatori (Yeterian al banjo, chitarra elettrica e voce e Bondi alla batteria, percussioni e voce), e a Samuel Ades Tesfagergsh (voce e krar), si sono aggiunte la sound designer franco-svizzera Emma Souharce e la bassista Louise Knobil. Un turn over che conferma l’indole aperta e inclusiva - nella consapevolezza della complessità e dell’incerta efficacia dei tentativi - e l’approccio alla reinvenzione musicale.

Ne deriva uno stile decisamente a sé, un groviglio straordinario volutamente lasciato in balia delle asperità che lo contraddistinguono, tra post punk, afro funk, krautrock, dub e echi di sonorità provenienti dall’Africa orientale. Architetture armoniche avveniristiche a supporto di liriche ricavate da tutti i temi che reminiscenze così estranee comportano, a partire dall’identità separata dalle radici fino alle regie occulte dei flussi migratori. Un segnale di trigger non sempre in sincro preciso, dagli esiti grezzi e talvolta caotici, appunti disordinati di non-world music privi di una successiva e non richiesta opera di editing di adattamento alle linee guida del mercato occidentale della solidarietà. A prova che la fusione in campo tutt’altro che neutro mantiene inevitabilmente parte della natura della materia di partenza.

Gli aggettivi che il collettivo Yalla Miku cesella a descrizione del loro suono sono “crudo, militante, inclassificabile, per orecchie curiose e cuori aperti”. Nel secondo capitolo a opera della band svizzera, nord, sud, est e ovest della Terra si scontrano nuovamente nella maggior parte dei pezzi con conseguenze sorprendenti. “Al Sayf” gioca sul contrasto tra le dissonanze dell’organo, il basso fluido, la batteria afrobeat e la melodia arabeggiante. “Alemuye” invece è tutt’altro, o perlomeno qualcosa che altrove ricondurrebbe alla new wave, tanto quanto “Maximum Self-Care” e  “Post-Aventures” (molto B-52’s), brani veloci su cui aleggiano lo spoken word e il cantato in francese di Emma Souharce, fino alla freddissima re-interpretazione della disco africana di “Le Palais de Bachar”.

 

"Embeyto" è un cupo dub-noise ispirato dall’omonima cittadina eritrea che alterna strofe in francese a un ritornello declamato in lingua tigrina. Con “Il fait trop cuit” ci spostiamo di nuovo in territorio arabo, tappa psichedelica propedeutica al passaggio in chaabi marocchino di "Scarlett Chien" e al vivacissimo rumorismo electro-müezzin di "Al 3Mal". C’è persino il tempo di un po’ di desert blues nella conclusiva “La Tour Eiffel”, la destinazione finale che completa il tour delle civiltà incolpevolmente fuori posto.

Per tutto ciò, e per molto altro, Yalla Miku è un disco dichiaratamente provocatorio, pensato per metterci a disagio e attivare riflessioni costruttive sul nostro pianeta e sull’accezione troppo consolidata di confine. Se esistono barriere geografiche, qualcuno deve per forza lavorare su quelle melodiche. Se ad attraversare deserti e mari si rischia la vita, la musica - per forza di cose - deve provare a essere altrettanto pericolosa, per risultare credibile.