Cerca

Banner 1
logo
Banner 2
MAKING MOVIESAL CINEMA
21/09/2022
Jia Zanghke
24 City
Jia Zanghke ci racconta la chiusura della fabbrica 420 nella città di Chengdu, un sito che per circa 60 anni ha prodotto componenti per l'aviazione e ha dato lavoro a centinaia di famiglie, che hanno vissuto la loro vita per generazioni attorno alla fabbrica. Ora nascerà un nuovo complesso di edifici residenziali di lusso, 24 city, che ne sarà dei lavoratori che in (e per) quella fabbrica sono vissuti?

Si dice che i grandi autori abbiano una sola storia da raccontare ma che siano in grado di declinarla con numerosi riflessi e presentarla sotto aspetti sempre diversi. Questa massima è fuor di dubbio applicabile al cinema di Jia Zanghke il quale nel corso degli anni, presi in considerazione diversi capitoli della sua filmografia, si è fatto a più riprese cantore della modernizzazione della Cina. Il cambiamento di un Paese che, nella corsa al capitale e al progresso, sta repentinamente distruggendo il suo passato, non solo in relazione ai cambiamenti sociali radicali in atto ormai da tempo, ma anche tramite la vera e propria distruzione e modifica del paesaggio, con la cancellazione di tradizioni millenarie legate a luoghi specifici.

In questo caso, si tratta del cambio di destinazione di siti industriali, che sono stati per generazioni sostentamento di intere famiglie e che ora diverranno altro a beneficio dei nuovi ricchi e benestanti.

Nello specifico di 24 City siamo nel 2008 e Jia Zanghke ci racconta la chiusura della fabbrica 420 nella città di Chengdu, un sito che per circa 60 anni ha prodotto componenti per l'aviazione ed è stato in prima linea per l'approvvigionamento di parti militari ai tempi della guerra in Corea. Attorno alla fabbrica nacque un villaggio quasi autosufficiente nel quale tante famiglie hanno vissuto la loro vita per diverse generazioni. Ora però tutto sta finendo, i lavoratori vengono allontanati e il sito verrà raso al suolo per far nascere un nuovo grande complesso di edifici residenziali di lusso, che si chiamerà proprio 24 City.

 

Per raccontare la chiusura della fabbrica 420 Jia Zanghke sceglie un registro ibrido che ha molto a che vedere con il genere del documentario: ci sono diverse interviste a ripercorrere il passato della fabbrica, le esistenze di alcune famiglie che traevano sostentamento dal lavoro prestato al suo interno, le storie di alcuni ex dipendenti. Ciò che c'è di originale nel lavoro del regista è l'amalgama di interviste reali, registrate con i veri dipendenti dell'ex fabbrica, e di testimonianze di finzione, credibili e adeguate alla realtà raccontata, ma affidate ad attrici di chiara fama come Joan Chen, Lu Liping e Zhao Tao, volto ben noto ai fan del regista con il quale la Tao ha già collaborato numerose volte, vista anche in Italia come protagonista del film Io sono Li di Andrea Segre (ne parlammo tempo fa).

Zanghke trova un approccio nuovo al documentario tramite questo mix di testimonianze reali e contributi ideati in fase di sceneggiatura che sembrano più reali di quelli autentici (e magari in qualche modo lo sono davvero). Se ci si commuove di fronte all'ex dipendente che incontra un vecchio dirigente che non vede da anni, ormai anziano e stanco, e lo tratta come se fosse suo padre, carezzandolo, provando un'affetto sincero e contagioso, allo stesso modo si fatica a trattenere la lacrima durante la prova di Joan Chen, una donna ancora bellissima che ha passato una vita in quella fabbrica, dove oltre al suo ruolo di dipendente ha affermato con forza anche quello di donna indipendente.

C'è il confronto tra generazioni, la giovane Zhao Tao è figlia di dipendenti ma per lei vuole ormai una vita diversa, sogna in grande, vede future ricchezze ma ha come priorità una bella casa per i suoi genitori.

 

Ciò che colpisce, e che si differenzia in misura maggiore dalla narrazione alla quale noi siamo abituati sulle dismissioni nel mondo del lavoro, è la mancanza assoluta di recriminazione. Gli intervistati da Jia Zanghke, i suoi personaggi, mostrano al limite nostalgia, orgoglio per ciò che è stato e per ciò di cui hanno fatto parte, ma non c'è la critica al governo, non c'è la critica alla fabbrica. C'è una sorta di attaccamento a una vita passata in comune, in un luogo non certo splendido, ma che ha permesso a molti di loro di condurre un'esistenza per i loro standard dignitosa seppur molto difficile (famiglie di sei persone in 20 metri di casa ad esempio).

C'è la commozione, c'è la difficoltà ad adattarsi al nuovo, ci sono però anche le nuove prospettive. C'è, come in tutte le opere del regista cinese, la cancellazione del passato a favore del nuovo ordine.

Seppure di diverso impatto rispetto a grandi film come Still Life, Al di là delle montagne o a I figli del fiume giallo, sarebbe quantomeno miope bollare questo 24 City come opera minore di un regista che ha tanto da dire e che riesce a farlo trovando una sua via anche con un film più "piccolo", più fermo ma egualmente immerso nel territorio e nella Storia.