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REVIEWSLE RECENSIONI
A Pound Of Feathers
The Black Crowes
2026  (Silver Arrow)
IL DISCO DELLA SETTIMANA ROCK
9/10
all REVIEWS
30/03/2026
The Black Crowes
A Pound Of Feathers
I fratelli Robinson marcano a fuoco il sophomore della rinascita con un pugno di canzoni rock'n'roll sporche, selvagge e vibranti.

Quando nel 2024, dopo uno iato lungo undici anni, i Black Crowes sono tornati sulle scene con Happiness Bastards, nel recensire l’album, il nostro Jacopo Bozzer scriveva che quello era “il disco più diretto e rock and roll dei Black Crowes dai tempi di By Your Side”. In poche parole, coglieva l’essenza di un ritorno sulle scene, il cui risultato finale non era per niente scontato.

Come altre band formate da fratelli (qualcuno ha detto Oasis?), la storia dei Black Crowes, prima dello scioglimento, era stata caratterizzata dai continui litigi fra Chris e Rich Robinson, due con se le mandavano a dire e, talvolta, se le dicevano a schiaffoni. Poi, dopo aver dedicato anni alle proprie rispettive carriere e a ignorarsi con distaccato disprezzo, il miracolo è avvenuto e i due ragazzacci hanno provato a vedere l’effetto che fa a condividere il palco e a scrivere di nuovo canzoni insieme. Il risultato, come detto, non era scontato, tanto che i più sospettosi, all’annuncio che il leggendario marchio di fabbrica stava per essere rispolverato e tirato a lucido, già suggerivano che la riappacificazione fosse suggerita da motivazioni, ça va sans dire, di opportunità economica. E invece…

Invece, la riconciliazione tra Chris e Rich Robinson ha portato nuova linfa alla loro musica, innescando nuovamente una miccia rock’n’roll per un’esplosione di energia che non si ricordava da tempo. Così, a volerci scherzare un po’ su, parafrasando l’amico Bozzer, verrebbe da dire che questo nuovo A Pound Of Feathers è il disco più diretto e rock’n’roll dai tempi di Happiness Bastards. Perché se quel ritorno era dannatamente scoppiettante, il sophomore della rinascita lo è anche di più.

 

Eccoci qui, allora, trentasei anni dopo l’esordio Shake Your Money Maker, a parlare di una band che sembra più affamata che mai. La qualità del songwriting è, come sempre, brillante, ma questa nuova uscita trasuda una grinta che ha alzato l'asticella rispetto a quanto fatto prima, catturando il lato selvaggio dei loro concerti e distillandolo in studio senza perdere un grammo della loro salvifica ruvidezza. Ritroviamo senza dubbio l'arroganza alla Rolling Stones e le armonie southern rock di un tempo, ma la grinta aggiunta riflette un equilibrio tra la rabbia che la maturità porta con sé, quando si riflette sul mondo, e la sicurezza in sé stessi che offre una base più solida rispetto alla presunzione giovanile (e quanto dannatamente tracotanti erano i giovani Black Crowes?).

E’ proprio questa la carica che i fratelli Robinson hanno fatto esplodere nel brano d'apertura e singolo principale "Profane Prophecy": lo spirito di Jagger e Richards è palpabile, ma la belligeranza della voce e la grinta del riff aggiungono un tocco selvaggio, carico di pericolo ed eccitazione, che gli Stones sembrano essersi lasciati alle spalle molti anni fa.

C’è un lato rozzo e feroce che marchia a fuoco fin dall’inizio l’intera scaletta, uno sfacciato esibizionismo e un dissolutezza che ci si aspetterebbe da una band molto più giovane, come se quel marchio di “salvatori del rock’n’roll” dato negli anni ’90 alla band, tornasse nel cuore dei due fratelli con un’urgenza indifferibile.

Non stupisce allora che il disco continui con "Cruel Streak", un blues rock sfrontato che è una vera e propria dichiarazione d'intenti, un’onda in piena che tutto travolge, mentre l’ascoltatore trattiene il fiato, pervaso dall’inquietudine di trovarsi di fronte a tanta rabbiosa cattiveria (ascoltate come canta infoiato il buon Rich: brividi!).  

 

C'è molto da celebrare in A Pound Of Feathers, molte canzoni da tenersi strette per la conta finale, quella che stabilirà il miglior disco rock dell’anno. "Pharmacy Chronicles" rallenta il passo attraverso un ballatone cinque stelle prevalentemente acustico, che offre una progressione melodica da lasciare senza fiato, e mentre la goduria dell’ascolto solleva verso terra, la scalciante "Do The Parasite!" colpisce alla bocca dello stomaco con un’irruenza garage punk, difficile da trovare in tutta la discografia dei Black Crowes.

Quattro canzoni da punto esclamativo, che basterebbero da sole a convincere qualsiasi neofita ad acquistare in blocco l’intera discografia della band.

Di carne al fuoco, però, c’è ne molto altra e la grigliata non è finita. Per dire: esiste gente che venderebbe la mamma per scrivere "High & Lonesome", un mid tempo che fonde nervature soul e atmosfere desertiche, scartavetrate da una chitarra acida di psichedelia.

Breve ma intensa, "Queen Of The B-Sides" aggiunge alla scaletta un blues acustico dalle sfumature country, prima che il gruppo si scateni con "It's Like That", un rock assassino, figlio degli Stones più sporchi e sguaiati e con "Blood Red Regrets", oscura e tempestosa, ruvida al punto di scartavetrare padiglioni auricolari non abbastanza scafati. E se "You Call This a Good Time?" parte a razzo come nella miglior tradizione Ac/Dc, i riff sinuosi di "Eros Blues", sparigliati da una fremente tensione hard rock, anticipano la suspense inquietante e le atmosfere torbide della conclusiva "Doomsday Doggerel", chiosa benedetta dagli effluvi allo zolfo di un patto col diavolo.

Già, perché i fratelli Robinson, per tornare a questi livelli d’ispirazione, a qualcuno, l’anima, devono per forza averla venduta. Se no, non si spiegherebbe un disco come A Pound Of Feathers, che non solo conferma che i Black Crowes sono tornati alla grande, ma, azzardo, anche nella loro miglior versione dai tempi di una giovinezza che, oggi, sembra diventata eterna.