Cerca

logo
Banner 2
REVIEWSLE RECENSIONI
26/01/2026
Alter Bridge
AB
Un disco lungo e oscuro, in cui la band capitanata da Myles Kennedy e Mark Tremonti offre il meglio di sé, attraverso dodici canzoni vibranti, rumorose e ispirate.

Quella degli Alter Bridge è una band di autentici fuoriclasse, uno dei gruppi di punta del metal moderno, genere che interpretano con grande perizia tecnica e una scrittura articolata e ricca di spunti. Eppure ancora oggi, dopo più di vent’anni di carriera e otto album all’attivo, la parola d’ordine a cui informano la loro carriera è sempre “basso profilo”. Nessuna posa, nessun hype, ma i comportamenti di uomini qualunque, che amano la propria arte e amano farla bene. Myles Kennedy e soci vivono per la musica a prescindere dalla ribalta mediatica e da ogni successo commerciale, e riescono a far apparire e suonare ogni album come se fosse la cosa più semplice del mondo, nonostante la loro interpretazione del genere metal sia spesso più complessa, tecnicamente, di quanto si possa immaginare.

Ci vogliono molta abilità e talento per far sembrare tutto così naturale, esattamente come avviene in questo nuovo disco, il cui titolo, semplicemente AB (come il loro terzo album in studio) ribadisce, se mai ce ne fosse bisogno, un approccio minimalista: AB, Alter Bridge, niente fronzoli, solo un marchio di fabbrica di cui andare orgogliosi. In tal senso la band non ha stravolto la consueta formula, il DNA è lo stesso che si può trovare nei lavori precedenti, l’ispirazione la medesima che animava il precedente Pawns & Kings, di cui AB è una sorta di fratello gemello in termini di pesantezza, ma con un tocco di oscurità in più.

Seguire la strada del disco omonimo è, in questo caso, un segno di fiducia, espressione di consapevolezza di una band che è fermamente convinta che queste canzoni siano esattamente rappresentative di chi sono in questo momento della loro carriera gli Alter Bridge. Non c'è la tentazione di abbandonarsi a deviazioni estreme o di lanciarsi in strane sperimentazioni solo per il gusto di farlo. Qui, ci sono gli Alter Bridge e sono gli Alter Bridge al loro massimo livello, ci sono il loro produttore storico, Michael “Elvis“ Baskette, le radici mai dimenticate di una storia che un tempo s’intitolava Creed, un suono rodatissimo che attenua le grintose sportellate elettriche con ritornelli di facile presa e strutture difficilmente lineari. What else do you want?

 

Inizia il disco e la band parte a tutto gas. La voce di Myles Kennedy, come sempre, vola verso l’infinito del cielo, affrontando senza sforzo quelle note alte con il suo timbro nasale e l’interpretazione drammatica, perfettamente integrata dal registro meno istrionico di Mark Tremonti.

Musicalmente, AB diffonde un’atmosfera cupa dall’inizio alla fine e ogni nota cresce orgogliosamente dal loro retroterra metal. I riff imponenti che fanno da traino alle canzoni, esibendo, spesso, una fragorosa potenza, sembrano uscire dalla sei corde di Tremonti con la stessa facilità con cui ci sverniciano i padiglioni auricolari.

L'opener "Silent Divide", sbuffante e stridente, è una slavina adrenalinica travolgente e oscura, spinta dalla chitarra di Tremonti che ringhia e ulula, mettendo in pericolo le coronarie dei deboli di cuore. "Rue The Day", con i suoi cambi tempo improvvisi, è ancora più cupa della precedente, ma nulla al confronto del tornado che porta il nome di "Power Down", una sberla che manderebbe al tappeto anche le orecchie più allenate, se non fosse per quel ritornello che attraversa la violenza primordiale del brano come un raggio di sole.

Tremonti e Kennedy sono una macchina da guerra collaudatissima, ma non dimentichiamo che è la rocciosa e salda sezione ritmica composta dal bassista Brian Marshall e dal batterista Scott Phillips ciò che tiene insieme il tutto, con un’inarrestabile potenza che si agita all’unisono con il movimento delle placche tettoniche. Ciò è particolarmente evidente nella superba "Trust In Me", con la sua ritmica complessa, il tiro live acceso da uno splendido ritornello, che si eleva squillante mentre li sotto la musica infuria e ribolle.

Le chitarre ribassate spingono "Disregarded" in una china oscura attraverso il sentiero impervio che un tempo percorrevano i Creed, mentre "Tested And Able" suona come un esercizio sull’abilità di far convivere un riff di chitarra pesantissimo con un tiro melodico piacevolmente gigione.

 

La seconda parte dell’album riserva altre sorprese e splendide canzoni da ascoltare. Le superbe linee vocali combinate con riff pesanti e un ritmo martellante rendono "What Lies Within" uno dei momenti più ruggenti della scaletta, contemperato dalla successiva "Hang By A Thread", power ballad che, come da tradizione Alter Bridge, viene piazzata al punto giusto per far rifiatare l’ascoltatore e spegnere il rumore in qualche lacrima di struggente malinconia.

E se "Playing Aces" sprinta a cento all’ora verso il ritornello più orecchiabile dell’album, il momento più cool di AB arriva alla fine con i nove minuti di "Slave to Master". La voce di Myles Kennedy è in primo piano, mentre il brano si sviluppa in un’inaspettata quiete. Poi, all’improvviso, un’accelerazione sferragliante come una mandria di purosangue lanciati alla carica. Lentamente ma inesorabilmente, la melodia cresce di intensità, aprendosi in un ritornello superbo che mantiene una forte qualità melodica senza compromettere la pesantezza della struttura metal. Quindi, il fragore si spegne, e la tranquilla sezione centrale offre l'opportunità di fare un respiro profondo e godersi suggestivi paesaggi sonori e un'impressionante assolo di Mark Tremonti.

Servono diversi ascolti per assorbire completamente il disco, perché il minutaggio è ponderoso (un’ora circa) e la struttura dei brani, come di consueto, non di immediata assimilazione. Alla fine, però, ci si rende conto di trovarsi di fronte a uno degli album Alter Bridge più versatili ed emozionanti pubblicati fino a oggi, a certificare la qualità del quale bastano solo due lettere: AB.