Gli Acid Mothers Temple erano venuti in Italia un anno fa e all'Arci Bellezza, coincidenza singolare, avevano suonato proprio il 19 maggio, 366 giorni prima di questo ritorno. In quell'occasione me li ero persi e, non avendoli mai visti dal vivo, ero assolutamente intenzionato a non ripetere l'errore, nonostante i concerti al lunedì sera, con l'età che avanza, diventino sempre più complicati.
Il quintetto giapponese, che con lo scorso tour aveva festeggiato i trent'anni di attività, è oggi impegnata nel Survive to Metaverse, che vede in azione gli “Acid Mothers Temple & The Melting Paraiso U.F.O.”, delle diverse incarnazioni che il gruppo ha portato e porta avanti, quella più prolifica e stabile nel tempo. Difficile, se non impossibile, seguire tutte le evoluzioni dei nostri, visto che dal 1995 hanno pubblicato una settantina di dischi in studio, roba da far sembrare i King Gizzard & The Lizard Wizard degli autentici centellinatori di materiale.
Va da sé che, più che per ascoltare una selezione del loro repertorio, si va a vederli per essere rapiti dalla loro miscela di Noise e Psichedelia, da un suono avvolgente e continuamente in movimento, che prescinde dall'esecuzione delle singole canzoni.
Quella di Milano è la seconda di due date (la sera prima hanno suonato a Torino) e arriva quasi alla fine di un tour piuttosto esteso, iniziato ad aprile con una residency di tre concerti nella cornice prestigiosa del Roadburn.
L’Arci Bellezza, che si appresta a chiudere una stagione davvero memorabile, per qualità e quantità della proposta, è gremito un pubblico dall'età media piuttosto elevata e in molti casi caratterizzato da un look che richiama esplicitamente la proposta lisergica del gruppo (che oltretutto, a partire dalla proiezione di visual dalla spiccata estetica sixties, ci tiene parecchio a farci capire da dove proviene).
Accanto al chitarrista Kawabata Makoto, fondatore ed unico punto fermo delle diverse identità della band, ci sono Higashi Hiroshi al Synth, Jyonson Tsu alla chitarra e alle sporadiche parti vocali, Sawano Shozo al basso e Satoshima Nani alla batteria.
Il set dovrebbe essere “unplugged”, o per lo meno così era stato pubblicizzato nei mesi precedenti. In effetti quando salgono sul palco alcuni di loro sono seduti, Tsu imbraccia una chitarra acustica e le primissime battute rimandano ad atmosfere che oscillano tra i Beatles di Revolver e i Pink Floyd più barrettiani. Il mood è soffuso ma già il lavoro di Hiroshi tra Synth e tappeti di Drone contribuisce non poco a perturbare il clima, unitamente a Nani che non sta, per così dire, troppo compassato dietro le pelli.
È dunque solo una preparazione, la quiete naturale prima che esploda la tempesta. Di colpo compaiono le chitarre elettriche, il drumming diviene roboante ed ossessivo, i Synth montano ad una soglia di volume altissimo, e progressivamente si costruisce un wall of sound invalicabile, fatto anche di cambi di ritmo, cavalcate lisergiche, accelerazioni improvvise e persino qualche sporadico e funambolico assolo di Makoto.
La prima sezione del concerto ci propone dunque gli Acid Mothers Temple più selvaggi e rumorosi, quelli, per intenderci, immortalati nel recente live registrato al Levitation.
Più avanti la proposta si fa più variegata e il suono si sfoltisce, coi cinque che si mettono ad improvvisare su arpeggi e riff minimali, girandoci attorno, reiterando le note all'infinito, portando avanti ossessivamente la stessa dinamica salvo poi procedere per piccole variazioni d'intensità e di intenzione, aggiungendo strati e modificando leggermente gli arrangiamenti a seconda dei casi.
È il fascino ipnotico di un gruppo che suona in simbiosi, portando la musica in territori sconosciuti, ribaltando in continuazione le certezze, offrendo nuove prospettive proprio nel momento in cui si pensava di aver capito tutto.
Rumore e melodia allo stesso tempo, minimalismo e grandeur fusi nel medesimo contesto. Una band straordinaria, che impreziosisce il concetto stesso di “suonare dal vivo”, e che proprio per questo andrebbe vista almeno una volta nella vita, anche se questo genere non fosse per forza il vostro preferito.
Ci rivediamo l'anno prossimo, si spera.
