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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
24/08/2026
Breve monografia
Afterhours
La poesia del rumore, del furore e del buio. Uno scenografico compendio monografico sul lavoro di una band, gli Afterhours, che ha calato per prima la canzone italiana negli abissi del noise internazionale e del rock alternativo, scrivendo con ferocia e suonando con rabbia elegante come nessun'altra.

C'è stato un momento in cui il rock in Italia era solo un'imitazione sbiadita di ciò che accadeva oltreoceano. Poi, dal ventre umido di Milano, è emersa un'entità che ha preso la melodia italiana, le ha tagliato la gola con un vetro rotto e ha usato il sangue per scriverci sopra poesie maledette. Questa è la storia degli Afterhours. Probabilmente, la più grande rock band che questo Paese abbia mai partorito.

Quando gli Afterhours squarciano il velo degli anni Novanta, il rock italiano è diviso a metà: da una parte l'impegno politico scarno e rurale dei CSI, dall'altra il rumore bianco e raffinato dei Marlene Kuntz. La creatura di Manuel Agnelli si insinua esattamente nel mezzo. Sono colti ma feroci, eleganti ma sporchi. Hanno preso la lezione del cantautorato italiano (Piero Ciampi, Tenco e compagnia), l'hanno imbevuta di nichilismo e noise-rock americano, e le hanno dato fuoco. Sono stati, e rimangono (per chi scrive), la più grande band del nostro Paese perché hanno avuto il coraggio di essere il nostro specchio peggiore e, proprio per questo, il più onesto.

La musica degli Afterhours è una complessa struttura di contrasti. È una chitarra suonata con un cacciavite (l'urlo inumano di Xabier Iriondo) che si infrange contro la delicatezza apparentemente trascurata di un violino o di un pianoforte.

A livello lirico, Manuel Agnelli si muove come un Verlaine dei giorni nostri. La sua penna usa la tecnica del cut-up, frammentando l'immaginario pop, la pubblicità, la religione e il sesso, per ricucirli in versi che sono al contempo sberleffi e preghiere. C'è un'ironia dissacrante ("siete proprio dei pulcini") che fa da scudo a una disperazione cosmica, a un bisogno d'amore così puro da risultare violento. Le parole non sono scritte per rassicurare, ma per scuoiare. E ci riescono alla perfezione.

 

Un giovanissimo Manuel Agnelli, con i capelli lunghi a coprire il viso, maltratta una chitarra. Con lui c'è Xabier Iriondo. L'atmosfera è satura di fumo e ambizione. Questo ragazzo diventerà l'icona di un'intera generazione.

Gli esordi sono una dichiarazione d'intenti. Gli Afterhours guardano ai Velvet Underground, ai Television, al rock made in Usa. L'inglese è inizialmente la lingua scelta: è uno scudo, ma anche un limite.

All the Good Children Go to Hell (1988) e During Christine's Sleep (1990): EP e album intrisi di post-punk e oscurità. Il suono è acerbo, ma la tensione è già palpabile. È una band che cerca la propria identità nelle ombre e nei gruppi sopracitati. È una gestazione nel buio, l'affilatura delle armi prima della guerra.

Pop Kills Your Soul (1993): Il grunge è esploso nel mondo e la band assorbe quelle chitarre zanzarose e sofferenti, ma Agnelli capisce una cosa fondamentale: per far sanguinare il pubblico italiano, devi parlargli nella sua lingua. Anche se nonostante tutto, potrebbe non comprendere il nuovo che avanza.

 

È la metà degli anni '90. La scena indipendente italiana sta nascendo, e gli Afterhours ne diventano i padroni incontrastati, i registi sadici e geniali. La composizione cambia: la tecnica del cut-up letterario di William Burroughs entra nei testi. Frasi sconnesse, ciniche, disperate, montate su riff assassini.

Germi (1995): il big bang. La lingua italiana viene scartavetrata. La cover di “Mio fratello è figlio unico” di Rino Gaetano, ad esempio, dimostra che la tradizione cantautorale può essere violentata e onorata allo stesso tempo. Brani come “Dentro Marilyn” mostrano una sensibilità melodica fuori dal comune (poi coverizzata anche da Mina, in “Tre Volte Dentro Me”), che il noise non riesce a nascondere. Per il rock alternativo nazionale è l'anno zero. La mutazione. L'inglese viene abbandonato e l'italiano diventa un bisturi. Germi è un disco sporco, grunge, infetto. Con brani di questa grandezza, gli Afterhours dimostrano che si può urlare in italiano senza sembrare la parodia di Seattle. È l'inizio della rivoluzione.

Hai paura del buio? (1997), non è solo un disco, è un'autentica ira di Dio del rock italiano. Diciannove tracce di follia pura. Diciannove. Nessuno ha mai osato tanto. Si passa dal furore hardcore di 1.9.9.6. alla poesia acustica di “Pelle”, da quell'inno generazionale e straordinario che è “Male di miele” alle sperimentazioni noise di Iriondo. È un album dissacrante, che distrugge i cliché dell'amore e della società, imponendo un nuovo standard compositivo: dissonanza e melodia possono coesistere. “Voglio una pelle splendida” è una dichiarazione spietata in questo senso. È Il capolavoro assoluto, non solo della band, ma dell'intero decennio rock, che rappresenta allo stesso tempo una discesa agli inferi e un'ascesa al cielo. Punk, hard rock, pop orchestrale, ce n'è per tutti i gusti. È un disco che sanguina e seduce, in cui la band devasta la forma canzone per renderla senza confini.

 

Sopravvissuti al loro stesso capolavoro, gli Afterhours non si ripetono. Cambiano pelle. Entra in gioco anche il violino elettrico di Dario Ciffo. Il rock alternativo si contamina con gli arrangiamenti d'archi, con il pop d'autore anni '60, ma il veleno nei testi diventa ancora più letale perché servito su un vassoio d'argento.

Non è per sempre (1999): l'Italia è di plastica e Milano è la capitale dell'ipocrisia. Il disco è più accessibile, a tratti sinfonico, ma ferocemente sarcastico. La title track è un manifesto sul cinismo dei sentimenti, “Bianca” è pop deviato, “La verità che ricordav”o e “Milano circonvallazione esterna” chiudono i conti con la città. Sembra la vera fine dell'illusione giovanile. La rabbia cede il passo a una malinconia lussuriosa. L'ingresso prepotente degli archi trasforma il rumore in un pop-rock orchestrale decadente e cinico, con una relativa caduta dei miti, e una bellezza che appassisce. È il loro disco più elegante e, paradossalmente, il più doloroso.

Quello che non c'è (2002): un dipinto in bianco e nero. Il disco più cupo, notturno, introspettivo. L'abbandono di Xabier Iriondo toglie il noise estremo e lascia spazio a un suono viscerale, pesante, chitarristico. Brani come “Quello che non c'è” e “Non sono immaginari”o sono pugni nello stomaco dati al rallentatore. “Bye bye Bombay” e “Varanasi baby” due strepitosi omaggi a un viaggio in India di Agnelli che ha lasciato il segno. Altra anomalia è “Ritorno a casa”, unico reading dell'album. Se il precedente lavoro era vestito a festa per un funerale, Quello che non c'è è spogliato fino all'osso. Le chitarre si fanno acustiche, i ritmi ossessivi, le atmosfere livide. È un disco sulla solitudine, sull'assenza, sui "passi falsi della vita". Un capolavoro di sottrazione emotiva.

Ballate per piccole iene (2005): Alla produzione arriva Greg Dulli (Afghan Whigs). Il suono si fa muscolare, internazionale, desertico, semplicemente fantastico. È un rock carnale, di respiro mondiale, tanto da editare una versione in inglese nel 2006. “La sottile linea bianca” racconta la cocaina come metafora del vuoto borghese. Ma qui le perle sono tante, da “Ballata per la mia piccola iena” a “La vedova bianca”. È un album abitato da predatori urbani e cuori randagi. “Ci sono molti modi” è una pugnalata di puro romanticismo nero. Immagini veloci, nevrotiche. Traffico, nebbia, cemento, solitudine. La formazione della band cambia ripetutamente: entrano Rodrigo D'Erasmo (al violino) e Roberto Dell'Era (al basso).

 

Raggiunta la vetta, Manuel Agnelli distrugge ancora una volta il giocattolo. La composizione si fa frammentaria, concettuale, complessa, chiedendo al pubblico un atto di fede assoluto.

I milanesi ammazzano il sabato (2008): Un disco forse sottovalutato perché isterico, volutamente sgraziato. Una critica spietata alla contemporaneità usa-e-getta tuttora, purtroppo, in voga. Il rock si fonde con ritmiche quasi tribali e orchestrazioni ubriache (“Riprendere Berlino” e “Tema: La Mia Città”). La band si fa più sperimentale, flirtando con il folk e l'avanguardia, dipingendo un ritratto feroce e grottesco di una società allucinata che cerca disperatamente di riempire i propri vuoti.

Padania (2012): gli Afterhours tornano totalmente indipendenti. Padania è un concept album monumentale. Non è la Padania politica, ma quella dell'anima: uno stato d'animo grigio, un confine interno da superare. Qui il livello compositivo è altissimo, mescolando progressive, dark-rock e sfuriate rock (“Costruire per distruggere”), senza dimenticare esperimenti nel cantato di Agnelli (“Metamorfosi” sembra quasi un omaggio a Demetrio Stratos, talento vocale sopraffino degli Area). I suoni si fanno secchi, spigolosi, sciamanici. È un disco di una maturità raggelante, la cronaca di uno spaesamento totale.

Folfiri o Folfox (2016): L'ospedale. I tubi, le cure palliative. È un doppio album dal peso specifico enorme che ruota attorno alla malattia e alla morte del padre di Agnelli. Eppure, non c'è rassegnazione. È un disco di vita urlata in faccia alla morte, intriso di dolore ma catartico, trionfale. Le chitarre tornano a ruggire feroci (“Non voglio ritrovare il tuo nome”, “Il mio popolo si fa”). Con l'ennesima nuova formazione (il rientro di Xabier, l'ingresso consolidato di Rodrigo D'Erasmo), il disco suona immenso, catartico, furioso. “Se io fossi il giudice” è un inno alla vulnerabilità che chiude il cerchio di una carriera irripetibile.

 

Cosa resta, alla fine? Gli Afterhours non sono stati solo una band. Sono stati un'accademia, un rifugio, un dito medio alzato contro la mediocrità. Hanno preso la canzone italiana, l'hanno calata negli abissi del noise internazionale, del rock alternativo, e l'hanno riportata su, grondante di verità, ironia, dolore e poesia. Nessuno in Italia ha scritto con quella ferocia. Nessuno ha suonato con quella rabbia tanto elegante. Questa band non ci ha insegnato a guarire dalle nostre ferite; ci ha insegnato a indossarle con verità e, forse, un pizzico di superbia. Ha preso il rock in Italia quando era un gioco di copia-incolla dall'estero e ne ha fatto letteratura, alzando decisamente l'asticella. Il loro percorso è la dimostrazione che si può uccidere l'idolo per diventarne uno, a patto di mettere sul piatto l'unica cosa che conta davvero: la propria, inestimabile, umanità. Quindi, autenticità. Ciò che realmente conta nell'arte.

Non si esce vivi dagli anni '80. Ma dagli Afterhours, forse, non si uscirà mai.