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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
28/09/2026
Live Report
Alberto Ferrari, 27/09/2026, Ex Cartiera, Roma
Alberto Ferrari si libera della corazza dei Verdena per una serata in solitaria dove le sue canzoni brillano sotto una luce nuova e riescono a illustrare ancora una volta un mondo sonoro del tutto differente.

Un concerto in solitaria di Alberto Ferrari è merce rarissima, capace di stuzzicare curiosità e aspettative. Come potrà il frontman dei Verdena riproporre in versione diversa le inquietudini e l’energia della sua band?

L’opportunità si materializza a Roma nel corso del Festival Su:ggestiva, rassegna che porta la musica in luoghi inusuali. In questo caso, gli spazi della Cartiera Latina sulla Via Appia Antica.

L’ex stabilimiento è senz’altro un luogo suggestivo per un live. Il palco troneggia al centro del locale, al termine di due ali di posti e con i mastodontici macchinari dell’opificio sullo sfondo a fare da quinta: una sorta di tempio post-industriale con un altare pagano destinato al rito della musica e illuminato dall’alto dalla luce naturale che filtra dal soffitto parzialmente vetrato.

La presenza di Alberto Ferrari in cartellone ha richiamato numerosi appassionati, tanto da rendere necessario raddoppiare l’esibizione, con un set nel tardo pomeriggio in aggiunta a quello serale. La zona è uno snodo classico delle domeniche romane di bel tempo, con turisti e residenti che iniziano o terminano nei dintorni la passeggiata o la gita in bici lungo uno dei tratti più verdi dell’antica via consolare. E in questa atmosfera di relax quasi tardo-estivo, arrivano puntuali numerosi fan a riempire i posti anche per il live pomeridiano, con un buon afflusso di giovani.

I motivi di curiosità, come detto, sono tanti. E si uniscono al senso di attesa per cercare di intuire come i Verdena si stiano riorganizzando dopo la fuoriuscita della storica bassista Roberta Sammarelli. L’annuncio di un’esibizione in solitaria avrebbe potuto far pensare a un set acustico, formato per il quale mi tornano sempre in mente le parole pronunciate anni prima da Peter Buck su quella che era una pratica molto in voga a un certo punto degli anni ’90  “I formati acustici non perdonano. Se ti basi solo su volumi alti, sugli effetti e sulla produzione in studio, quando li togli non rimane nulla. Suonare unplugged mostra esattamente chi sei: rivela se le tue canzoni sono scritte bene e se sai davvero suonare bene il tuo strumento”. Niente di più stimolante per alzare il livello della sfida. Ma è chiaro fin da subito da come appare la strumentazione già sul palco che lo show non sarà propriamente unplugged, vista la presenza di una Loop Station e numerosi pedali.

 

Alberto Ferrari arriva sorridente e rilassato uscendo dal lato che costeggia la platea e attacca con “Chaise Longue” e “Razzi arpia inferno e fiamme”. L’esecuzione dei due brani conferma appunto che non si tratterà di una classica serata acustica. C’è largo uso di effetti e la Loop Station supporta i brani con basi ritmiche impostate con beatbox e accompagnamenti vari.

L’effetto è sorprendente: con l’artista a ridosso del pubblico e il suono che si propaga tra le travi d’acciaio e l’alto soffitto della struttura, i brani acquistano un respiro diverso. “Canzone ostinata” e “Sui ghiacciai” arrivano profonde, vibranti e dirette, la voce risalta in maniera nuova, come se la dimensione solitaria e le differenti modalità con cui sono proposti i brani, spostino il focus su altre sfaccettature della stessa canzone.

“Nevischio” e “Badea Blues” s’incaricano di rallentare il ritmo e condurre la serata su atmosfere più rarefatte. Dal soffitto vetrato, con sublime tempismo, la luce comincia ad affievolirsi e il crepuscolo invade la sala.

Dopo il ritorno a ritmi più serrati con “Muori Delay”, arriva il momento delle cover, aperto da “Happy with you” di Paul McCartney (tratta da Egypt Station). Una scelta non casuale, visto che Macca e i Beatles sono una costante fonte d’ispirazione per Ferrari. Si prosegue con una cover di Elvis per poi arrivare a “Tony Hawk of Ghana”, un brano degli I Hate My Village, il supergruppo di cui Ferrari era vocalist, riproposto spesso anche nelle date agostane. Ballate, rock classico, psichedelia che si alternano sulle corde della chitarra di Ferrari.

Arrivano poi “Caños” e “Volevo magia”, ormai due classici che fanno vibrare la sala. Ferrari si scatena sulla sua strumentazione e la Cartiera viene investita da un caleidoscopio sonoro.

Il finale arriva quasi a sorpresa, quando nel convulso epilogo di “Don Calisto”, Alberto depone la chitarra in un vortice di loop e risonanze, attraversa la sala passando nel corridoio centrale e scompare dall’entrata, concludendo la performance.

In un certo senso le parole di Peter Buck ricordate all’inizio non vengono smentite. Solo che in questa occasione non sono le canzoni ad essere spogliate fino a mostrare la loro essenza, è Alberto Ferrari stesso a spogliarsi dell’involucro dei Verdena, mostrandosi artista completo anche quando sul palco ci sono solo lui da solo e la sua musica.