Aldous Harding torna in Italia a poco più di tre anni dal sold out nella milanese Santeria a supporto del precedente Warm Chris e tocca purtroppo constatare che, nonostante un disco ispirato come Train on the Island, il quinto della sua carriera e probabilmente anche il più bello, il pubblico non sia aumentato di conseguenza. L'area estiva del Magnolia è infatti allestita con il palco piccolo, capienza poche centinaia di persone e, data la buona affluenza, siamo più o meno sui numeri dell'altra volta, almeno a giudicare dal colpo d'occhio.
Senza dubbio la cantautrice neozelandese avrebbe meritato di più, ma è anche vero che i concerti, soprattutto questi, dalle sonorità più intime e ricercate, vanno goduti così. Proprio in questo inizio estate, con il rinnovato dibattito sui grandi eventi, sui loro costi proibitivi e sulla loro scarsa sostenibilità, occorre ribadire più che mai come l'unica situazione per godersi la musica dal vivo sia quella in cui l'artista può avere un contatto umano anche con l'ultima fila, e in cui lo spettatore più lontano possa vedere quello che succede sul palco senza ricorrere agli schermi.
Va bene il grande evento, va bene il senso di appartenenza a qualcosa di più grande, ma quando si parla di musica, l'unica dimensione possibile è questa, tutto il resto sono chiacchiere.
E infatti, diciamolo subito, il concerto è stato bellissimo, intenso come da sempre lei ci ha abituato, con le varie esecuzioni vissute dai presenti in totale silenzio contemplativo, salvo poi esplodere tra un brano e l'altro con applausi scroscianti e grida dense di affetto.
Una serata da ricordare, tra i tanti appuntamenti che affollano questi mesi e che spesso rendono difficile operare una scelta, iniziata già alle 20, col caldo infernale che ancora impazza (anche se, occorre dire, è andata meglio del previsto, circolava un po' d'aria e, complice anche un distributore d'acqua a disposizione di chiunque, non si è sentito male nessuno) e la maggior parte del pubblico attardata nell'area gastronomica.
Vera Ellen sale sul palco in compagnia della sua band e sono solo poche decine le persone pronte ad ascoltarla. È un peccato, perché l'artista, anche lei neozelandese, ha alle spalle una carriera già piuttosto consistente, culminata, a maggio, con l'uscita del suo quarto disco Heaven Knows What Time, che ne ha ulteriormente messo in luce le doti compositive.
Il suo è un set brillante e fortemente comunicativo, con qualche pausa in più del necessario, a causa del calore che continuava a scordare la chitarra. Set incentrato sull’ultimo lavoro, perfettamente in bilico tra Pop raffinato e Folk alternativo, il tutto con un buon gusto in tema di melodie e arrangiamenti (“Gayfever” è uno dei brani che hanno impressionato di più).
Vera è simpatica e comunicativa e c’è un buon interplay tra i suoi musicisti sul palco, con diversi momenti di notevole dialogo strumentale, in particolare sull’ottima “Sangria”, che vive di cambi di atmosfera e di un brillante flavour rock. Speriamo ripassi dalle nostre parti in veste di headliner anche se la vedo decisamente difficile.
Aldous Harding ha una band di quattro elementi dinamica ed affiatata, che garantisce esecuzioni precise e ricercate, molto vicine alla pulizia delle versioni in studio. Focus su chitarre acustiche e tastiere, con sporadiche esplosioni elettriche e una Pedal Steel che va ad infilarsi negli interstizi più profondi delle melodie.
Preziose poi le armonie vocali, nonché il duetto su “Venus in Zinnia”, mentre su “What Am I Gonna Do?” compare addirittura un'arpa, protagonista di un solo nel finale davvero affascinante.
Lei è poi come sempre magnetica e fortemente carismatica, in possesso di una gestualità rara e a tratti eccentrica; non parla mai tra una canzone e l'altra e canta ogni brano con una tensione ed una concentrazione assolute, in totale controllo dei propri mezzi e con una resa vocale magnifica, che mette in campo tutta quella versatilità che, su questo nuovo album, ha raggiunto vette insperate.
Non sarà dunque un caso che la maggior parte della scaletta peschi da lì: a partire dal delicato Baroque Pop della title track, con le sue punteggiature di piano, passando per la languida sensualità di “Worms”, la delicatezza meditativa di “San Francisco” o le atmosfere più frizzanti di “I Ate the Most” e “One Stop”.
Un disco che evidenzia la maturazione compositiva dell’autrice e che oscura quasi naturalmente il repertorio del passato, che si basa soprattutto sul precedente Warm Chris: il folk scarno della title track o le catchy e in odore di classico “Fever” e “Leathery Whip” si dimostrano particolarmente gradite dal pubblico e costituiscono alcuni dei momenti più belli del concerto.
Dalle cose più vecchie c’è molto poco: a parte una intensa “Treasure” nelle battute iniziali, nei bis arrivano “Designer” e la calda e passionale “Imagining my Man”, accolta con un boato che conferma come sia ormai uno dei suoi brani più conosciuti.
Niente “Riding That Symbol”, purtroppo, non si capisce se per colpa del caldo (anche se per tutta la prima parte ha sfoggiato una giacca che faceva svenire solo a guardarla) o per fisiologici aggiustamenti nella setlist.
Resta che ancora una volta Aldous Harding ha dimostrato di essere, anche dal vivo, una delle migliori cantautrici della sua generazione. Sarà interessante seguirla nel prosieguo della sua carriera, auspicando magari che in Italia il suo talento venga maggiormente riconosciuto.
