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REVIEWSLE RECENSIONI
All Blues
Peter Frampton Band
2019  (Universal Music)
BLUES
8/10
all REVIEWS
22/06/2019
Peter Frampton Band
All Blues
Accompagnato da una band rodatissima di sessionisti e omaggiato da un pugno di ospiti illustri, Frampton rilegge dieci grandi classici del blues, celebrando così il proprio antico amore per la musica con cui è cresciuto

I dischi belli che non ti aspetti sono quelli che danno più gusto. E non vi è dubbio che questo All Blues, ultima fatica a firma Peter Frampton, sia tanto bello quanto inaspettato. Certo, un tempo, il chitarrista inglese scrisse pagine importanti di storia con gli Humble Pie e con quel bestseller solista che porta il nome di Comes Alive. Prima e dopo quel live, però, non si può certo dire che la sua carriera solista sia stata costellata di capolavori, anche se gli ultimi anni hanno visto Frampton vivere una sorta di seconda giovinezza, corroborata da un filotto di dischi tra i migliori di sempre: Fingerprints (2006), strumentale e vincitore di un Grammy, Thank You Mr. Churchill (2010) e Acoustic Classics (2016), ottima rivisitazione in acustico dei suoi cavalli di battaglia.

Un’artista in ripresa, dunque, a cui però la buona sorte ha voltato le spalle: Frampton, malato di una grave patologia degenerativa, ha annunciato l’addio alle scene, che ha deciso di celebrare con un ultimo tour. E con questo All Blues, probabilmente il suo miglior disco in studio di sempre.

Accompagnato da una band rodatissima di sessionisti (Adam Lester, chitarra e voce, Rob Arthur, tastiere, chitarra e voce e Dan Wojciechowski, batteria) e omaggiato da un pugno di ospiti illustri (Kim Wilson, Larry Carlton, Steve Morse e Sonny Landreth), Frampton rilegge dieci grandi classici del blues, celebrando così il proprio antico amore per la musica con cui è cresciuto.

All Blues è un disco pimpante, suonato meravigliosamente bene dal chitarrista e dalla sua band, ed è attraversato, dalla prima all’ultima canzone, da un groove gioioso, che dona vitalità ed entusiasmo a riletture filologicamente corrette. Che Frampton, a prescindere dalle proprie capacità compositive, fosse (ed è, finché la malattia glielo consentirà) un chitarrista coi fiocchi, non è certo il sottoscritto a scoprirlo. Tuttavia, in questa veste da bluesman si supera e non è solo questione di tecnica: il suono della sua sei corde è scintillante, la fantasia negli assoli evita accuratamente l’ovvio e i diversi registri, quello più hard e muscolare e quello morbido e suadente, si alternano in una scaletta di brani notissimi ma riproposti con inaspettata verve.

Apre il disco I Just Want To Make Love To You, canzone scritta da Willie Dixon e cavallo di battaglia di Muddy Waters e Etta James, che Frampton interpreta con forza, dandole un taglio molto rock blues (l’assolo di armonica di Kim Wilson - The Fabulous Thunderbirds- è da manuale). She Caught The Katy, classico a firma Taj Mahal, mantiene l’originale andamento saltellante ma è innervata da continui soli di chitarra che le danno una potenza, anche in questo caso, più contigua al rock.

Frampton si misura anche con l’impossibile Georgia On My Mind, ma ha l’intelligenza di renderla strumentale, sostituendo il cantato di Ray Charles (chi mai potrebbe misurarsi con The Genius?) con il suono di una chitarra vellutata e atmosfere quasi jazzy. Can’t Judge A Book By The Cover suona meno rock’n’roll e più funky rispetto all’originale di Bo Diddley, e il piatto forte sono le svisate di slide che tagliano a fette il brano. Me And My Guitar, dal repertorio di Freddie King, è semplicemente travolgente, come The Thrill Is Gone del grande BB King, in cui Frampton se la gioca con Sonny Landreth in una battaglia di virtuosismi da far tremare i polsi.

Il momento migliore del disco, però, è anche quello che presenta maggiori difficoltà, e cioè la rilettura di All Blues, da A Kind Of Blue di Miles Davis. Per affrontare un simile capolavoro devi possedere due palle d’acciaio e grande consapevolezza. Frampton ne viene fuori da fuoriclasse: apertura spazzolata e in punta di plettro, poi la sua chitarra e quella di Larry Carlton si intrecciano e si inseguono, mentre il piano di Rob Arthur prima crea un incredibile effetto sciabordio sottotraccia e poi punteggia con la ritmica il lavoro delle due sei corde.

Una rilettura questa che varrebbe da sola l’acquisto del disco e che, seppur in limine, ci fa rivalutare un musicista che non sempre ha saputo onorare il proprio glorioso passato. Con questa ultima prova, ci riesce alla grande, confezionando un disco classicissimo eppure irrorato da un’inusitata dose di giovanile entusiasmo. Se la carriera di Frampton si dovesse chiudere qui, uscire di scena con All Blues, lascerebbe in tutti noi un grande rimpianto. Per tutto il resto, Peter, un sincero in bocca al lupo.


TAGS: allblues | blues | NicolaChinellato | peterframpton | recensione | review