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REVIEWSLE RECENSIONI
All Clouds Bring Not Rain
Memorials
2026  (Fire Records)
IL DISCO DELLA SETTIMANA PSICHEDELIA ALTERNATIVE ROCK
8,5/10
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20/04/2026
Memorials
All Clouds Bring Not Rain
Il secondo disco dei Memorials, All Clouds Bring Not Rain, ha sintetizzato tutta la musica che hanno ascoltato da ragazzi, tutte le cose che il duo ha amato suonare in questi anni, e l'ha elaborata e sintetizzata per dare vita a qualcosa di completamente diverso. Un notevole contributo a ciò che nel 2026 possa essere chiamato ancora "alternative".

Se c'è una lezione importante che il secondo disco dei Memorials può insegnarci, è che essere derivativi non è per forza un male. Viviamo in un'epoca che ha glorificato la ripresa dei modelli del passato come l'unico futuro possibile, per cui il solo metro di giudizio, ormai, è il valore intrinseco delle canzoni, piuttosto che l'originalità della proposta.

È davvero già stato detto e scritto tutto? In realtà è impossibile affermarlo con certezza; semplicemente, in attesa di una voce che sia davvero “nuova” (con tutti gli annessi e connessi che questo aggettivo si porta dietro) si può continuare a guardare dalle parti di chi, utilizzando sempre i soliti ingredienti, ci prepara ogni volta un piatto più gustoso del precedente.

Matthew Simms e Verity Susman ci avevano già colpito favorevolmente con  Memorial Waterslides, ma era francamente difficile immaginare che potessero andare oltre. I due di Canterbury avevano fatto tesoro delle rispettive realtà di provenienza (Wire lui, Electrolane lei) e avevano imbastito una serie di canzoni che si rifacevano soprattutto alla lezione degli Stereolab, tra melodie ipnotiche, Synths ondivaghi ed una generale atmosfera psichedelica ad ammantare il tutto.

Li avevo visti anche dal vivo, l'ultima volta che erano passati da noi (che sarà probabilmente anche l'ultima, visto quanta poca gente c'era) e mi erano piaciuti, ma da qui ad immaginare che cosa avrebbero combinato col passo successivo, ce ne corre.

 

All Clouds Bring Not Rain è stato descritto dalle note stampa come "la musica che avrebbe fatto Nico se avesse cantato con i Can e fosse stata prodotta da David Axelrod" e si tratta di una definizione particolarmente azzeccata: l'impressione è che i due britannici abbiano recuperato tutta la musica che hanno ascoltato da ragazzi, tutte le cose che hanno amato suonare in questi anni di attività, e l'abbiano elaborata e sintetizzata per dare vita a qualcosa di completamente diverso; dai connotati chiari e riconoscibili, ovviamente, ma con una freschezza ed una libertà di azione da lasciare semplicemente a bocca aperta.

Se già l'iniziale “Life Could Be a Cloud” sorprende, col contrasto tra una prima parte eterea, avvolta dai Synth, ed un crescendo d'intensità da manuale che esplode in una cavalcata in pieno stile Broken Social Scene, la successiva “Cut Glass Hammer” ci presenta qualcosa di radicalmente differente, tra ritmiche motorik e linee vocali ipnotiche, col fantasma degli Stereolab che ritorna, seppure mascherato all'interno di un piacevole rumorismo chitarristico e di dinamiche sempre ben dosate.

Con “I Can't See a Rainbow” si vira invece dalle parti di quel sound “canterburiano” (guarda un po') che negli ultimi tempi è tornato di moda, reinventato da gruppi come Caroline e Black Country, New Road; “In the Weeds” gioca con l'elettronica in maniera più marcata, e colpisce il break centrale che cambia completamente l'atmosfera, e in generale la libertà di indirizzare il brano secondo le suggestioni del momento.

“Dropped Down the Well” rappresenta probabilmente il punto più alto raggiunto dai due, nonché la migliore fotografia di quello che oggi siano capaci di fare: una cavalcata psichedelica sostenuta da un tappeto di sintetizzatori, una chitarra molto “harrisoniana” che ricama un fraseggio irresistibile, un ritornello catchy e trascinante che fa letteralmente esplodere il pezzo. Se vi piacciono le playlist, è da inserire obbligatoriamente.

 

Interessante anche quando si buttano sulle ballate, tra una “Reimagined River” struggente e delicata, che contiene non pochi rimandi ai Notwist più intimisti, o una “Lemon Trees” suadente e sussurrata, portata avanti dal piano elettrico ma fatta poi oggetto di un buon lavoro di riempimento.

E poi episodi per così dire “minori” ma sempre ben concepiti, come la briosa “Watching the Moon” (ancora una volta gli Stereolab) o il ritmo fantasioso di “Bell Miner”, che sfocia anch'esso in un ritornello ottimamente costruito.

Ispirarsi a generi per loro natura cangianti e soggetti alle più varie contaminazioni, ha senza dubbio offerto un aiuto importante; detto questo, i Memorials hanno realizzato davvero un disco importante, un contributo notevole alla ridefinizione di un sound che nel 2026 possa ancora essere chiamato “alternativo”.

Li aspettiamo dal vivo, anche se il fatto che abbiano escluso l'Italia dal primo giro europeo non lascia per niente ben sperare.