Cerca

Banner 1
logo
Banner 2
SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
10/07/2024
Live Report
Alvvays, 09/07/2024, Circolo Magnolia, Milano
Un concerto bellissimo e forse uno dei migliori dell'anno quello degli Alvvays, supportati per l'occasione dai Girl Scout, al Circolo Magnolia. Se anche sembra che ci siano tante band che propongono formule simili, questi ragazzi e ragazze hanno decisamente una marcia in più. L’impressione è che potremmo rivederli a breve in una venue più grossa e con uno status decisamente accresciuto.

La prima e l’ultima volta che abbiamo visto gli Alvvays dalle nostre parti era il 2015, quando erano freschi di pubblicazione del loro primo disco. Altri tempi, come ci ha tenuto a ricordare Molly Rankin verso la fine del concerto: quando ha chiesto chi, del pubblico, fosse stato presente anche a quella prima serata e giusto poche mani si sono alzate dalle prime file.

Altri tempi, appunto. “Archie, Marry Me” era già divenuta un tormentone ma noi forse non ce n’eravamo accorti più di tanto. Nel frattempo il quintetto di Toronto è cresciuto, ha pubblicato altri due lavori, l’ultimo dei quali, Blue Rev, pare abbia fatto breccia anche qui, visto che ora sono ben due le date nel nostro paese, e in posti decisamente più capienti di quel Lo Fi che li aveva ospitati all’epoca.

A dire il vero il Circolo Magnolia non è pienissimo (c’era molta più gente il giorno prima per gli Unknown Mortal Orchestra, mi è stato detto) ma all’inizio delle danze si capirà che il pubblico presente è motivato e più che pronto a godersi la festa.

 

Ad aprire ci sono i Girl Scout, ed è una notizia gradita: la band svedese ha già dimostrato di che pasta è fatta con due EP, Real Life Human Garbage e Granny Music, entrambi usciti lo scorso anno. Indie Pop lineare e derivativo ma ottimamente confezionato, con la voce di Emma Jansson a fare da collante. Sul palco sono già a loro agio, la chitarra di Viktor Spasov graffia a dovere e la sezione ritmica spinge a sufficienza, per cui i brani assumono un’energia ed una ruvidezza che non è presente nelle versioni in studio e che in questa dimensione non può che far piacere.

Hanno mezz’ora e la sfruttano appieno, dimostrando una comunicatività che non è banale per un gruppo agli esordi, con Jansson soprattutto che è veramente simpatica.

Le canzoni, che poi è la cosa più importante, ci sono, e quando nel finale vengono proposte l’ultima, potentissima e dotata di un ritornello killer “I Just Needed you to Know” e la primissima “Do you Remember Sally Moore?”, che è praticamente già una hit minore, si capisce che hanno già i numeri per diventare grandi (è arrivato anche un inedito, “Honey”, e siamo davvero su livelli alti). L’attesa per il disco d’esordio cresce a dismisura.

 

Gli Alvvays si presentano alle 21.30 precise, quando non sono ancora del tutto calate le tenebre ma il caldo, complice anche la gente, sembra essere aumentato (in precedenza si erano scherzosamente lamentati anche i Girl Scout, anche se l’ultima volta che sono andato a Stoccolma non ho trovato temperature molto diverse, sinceramente). Ad aprire le danze ci sono due delle migliori canzoni di Blue Rev, vale a dire “Easy on your Own?” e “After the Earthquake”, anche se quando subito dopo parte “In Undertow”, dal precedente Antisocialites, si capisce che questi ragazzi, pezzi deboli non ne hanno proprio.

Molly Rankin tiene già il palco come una star, canta precisa e senza sbavature, mostrando una personalità ed una confidenza nei propri mezzi ben superiori alla sua giovane età. Funziona bene anche come chitarrista, e porta spesso il peso dei fraseggi solisti, formando in questo un sodalizio vincente con Alec O’Hanley, dotato di buona tecnica ed ottima inventiva. Sheridan Riley alla batteria ed Abbey Blackwell al basso formano una coppia affiatata e spingono a dovere, per cui i brani, che si susseguono uno dopo l’altro senza troppi fronzoli, hanno decisamente un bel tiro. Risultano un po’ sacrificate le tastiere di Kerri MacLellan, che si sentono poco, tranne in quei momenti in cui sono loro a dominare il pezzo, come nella clamorosa “Very Online Guy”, con quel suono smaccatamente Eighties, nelle suggestioni Dream Pop di “Velveteen”, o nella breve e commovente ballata “Fourth Figure”.

 

Lo avevo detto recensendo i loro lavori e ne ho avuto ulteriore conferma vedendoli per la seconda volta in azione sul palco (la prima era stata lo scorso anno al Primavera Sound): gli Alvvays non fanno niente di rivoluzionario, suonano un genere ormai storicizzato ed ultra convenzionale, e sotto molti punti di vista sono una band come tante. Eppure, mentre ci godiamo la corposa scaletta di 22 brani che ci hanno preparato, appare chiaro che finora non hanno mai toppato un pezzo neppure per sbaglio.

A partire da “Archie, Marry Me”, che ovviamente arriva verso la fine e ovviamente fa impazzire i presenti, passando per “Belinda Says”, “Dreams Tonite”, “Tom Verlaine” (che incorpora chitarre stranianti, quasi ad evocare lo scomparso leader dei Television), “Not my Baby”, ed una “Pomeranian Spinster” dall’irruenza quasi Punk, praticamente ogni titolo del loro repertorio va a formare un manuale su come scrivere la perfetta canzone Indie Pop, portando agli estremi la lezione Jangle degli Smiths (lo stile di Alec O’ Hanley richiama a tratti quello di Johnny Marr) e sfornando in continuazione ritornelli dalle melodie irresistibili.

Certo, gli arrangiamenti non sono granché fantasiosi (anche se per il genere che fanno un po’ ci sta) e alla lunga lo show manca un po’ di dinamica, coi brani che iniziano e finiscono allo stesso modo, tirati e dritti da capo a coda.

 

Detto questo, il concerto è stato bellissimo, probabilmente sarà uno dei migliori dell’anno, a conti fatti. Ci sono tante band come loro, ma il quintetto canadese ha una marcia in più, e quando ci salutano con “Pharmacist” (brano da pelle d’oca, per non parlare della concisione e dell’efficacia del solo di chitarra) e la vecchia “Next of Kin”, l’impressione è che potremmo rivederli a breve in una venue più grossa e con uno status decisamente accresciuto.