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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
05/10/2026
Manuel Agnelli
Ama il prossimo tuo come te stesso
Manuel Agnelli nel 2022 ha pubblicato Ama il prossimo tuo come te stesso, non solo un esordio solista, ma un vero e proprio atto di esorcismo personale. Un saggio sonoro sulla fragilità umana, scolpito con arnesi ruvidi e rifinito con l'eleganza di un maestro contemporaneo. Ripercorriamolo e analizziamolo insieme.

L'attesa di un debutto solista per un artista che ha segnato la storia della musica alternativa italiana con gli Afterhours durava da decenni. Quando nel settembre del 2022 Manuel Agnelli ha pubblicato Ama il prossimo tuo come te stesso, non ha semplicemente consegnato al pubblico un disco distaccato dalla sua band madre, gli Afterhours, ma ha compiuto un vero e proprio atto di esorcismo personale, nudo e crudo.

Questo album è un'opera sfaccettata, un lavoro in cui l'oscurità si fonde con una vulnerabilità disarmante, dando vita a quello che è, a tutti gli effetti, uno dei punti più alti della sua intera parabola artistica.

Il titolo del disco è una delle citazioni bibliche più celebri e abusate dell'umanità, tuttavia, Manuel Agnelli compie un capovolgimento semantico formidabile, spostando il baricentro dell'attenzione dalla prima alla seconda metà della frase: "...come te stesso" .

L'assunto di base del disco è quindi un'indagine psicologica spietata: come possiamo amare il nostro prossimo se proviamo disgusto per noi stessi? In un'epoca dominata dall'odio sociale, dalla frustrazione e dalla proiezione delle nostre insicurezze sugli altri, Agnelli suggerisce che il vero male del secolo è la (quasi) totale mancanza di auto-accettazione. Il disco è un viaggio verso l'auto-assoluzione. Non si tratta di narcisismo, ma di perdono. Perdonare i propri fallimenti, le proprie zone d'ombra, i compromessi e i dolori, per poter finalmente essere in grado di rivolgere uno sguardo puro verso l'esterno.

 

Tecnicamente e a livello di produzione, Ama il prossimo tuo come te stesso è un trionfo del DIY (Do It Yourself) d'autore, nato in gran parte durante il periodo di isolamento pandemico. Rinchiuso nel suo studio, Agnelli ha suonato quasi tutto in prima persona, trasformando la necessità in una precisa scelta stilistica e timbrica.

Per allontanarsi dal classico suono rock degli Afterhours e cercare una via più percussiva, tribale e viscerale (vicina a certe atmosfere di Tom Waits, uno degli artisti più poliedrici e geniali del Novecento), Manuel Agnelli ha costruito strutture ritmiche utilizzando strumenti rudimentali e oggetti di uso quotidiano. Nel disco ascoltiamo percussioni suonate su bidoni d'acciaio, scatole di cartone, catene sbattute, oppure griglie metalliche. Questo approccio lo-fi e rumorista è stato poi affiancato da pianoforti a coda registrati con microfonazioni ambientali vicinissime (per catturare il respiro e il martelletto sulle corde) e chitarre dannatamente sature.

Il risultato è un Industrial-Blues da camera, un suono scarno ma tridimensionale, dove ogni elemento è importante e dove ogni rumore bianco diventa veicolo di emozione. Ad arricchire questo scheletro ci sono collaboratori fidati e preziosi, tra cui i Little Pieces of Marmelade, Beatrice Antolini e l'ormai inseparabile Rodrigo D'Erasmo, che hanno aggiunto spessore tecnico senza intaccare l'anima solitaria del progetto.

 

 

Track by Track: La Radiografia di un Capolavoro

 

1. Tra mille anni mille anni fa

L'apertura è affidata a un brano che destruttura il concetto di tempo. Guidata da un pianoforte solenne e circolare, la traccia è una ballata atipica, priva della classica struttura strofa-ritornello. L'arrangiamento è minimale, quasi spettrale, e la voce di Agnelli è tenuta vicinissima al microfono, carica di frequenze basse e di sospiri. È una dichiarazione d'intenti: il disco non cercherà di compiacere con ritmi facili, ma trascinerà l'ascoltatore in una dimensione sospesa e profondamente emotiva.

 

2. Signorina Mani Avanti

Qui il ritmo si fa sbilenco, sincopato, sporco. Il basso è suonato con un groove fangoso e le chitarre sono taglienti. Le percussioni metalliche "di fortuna" (probabilmente pentolame e lamiere) creano un beat industrial che ricorda l'art-rock anni '90. Il testo è intriso del classico cinismo agnelliano, una critica tagliente all'ipocrisia dei rapporti umani e alla tendenza contemporanea di mettersi sempre sulla difensiva ("mettere le mani avanti"), rinunciando a vivere per paura di farsi male.

 

3. Proci

Un vero e proprio pezzo di teatro canzone d'avanguardia. Attingendo al mito omerico, Agnelli usa i "Proci" come metafora degli approfittatori, di coloro che banchettano sulle rovine altrui in attesa di prendere il potere. Il brano è guidato da un pianoforte percussivo, quasi cabarettistico e brechtiano. L'uso dei cori sguaiati e della distorsione vocale crea un senso di ubriachezza e decadenza formidabile. È un brano grottesco, ironico e tecnicamente geniale per come gestisce le dinamiche.

 

4. Milano con la peste

Uno dei vertici assoluti del disco. Il titolo è un chiaro riferimento manzoniano, traslato nella Milano deserta e spettrale del lockdown. Tuttavia, non è un brano di cronaca, ma una struggente canzone d'amore. L'arrangiamento è stratificato, cinematico, con archi (curati da D'Erasmo) che si muovono come nebbia tra i palazzi. La melodia è pura, malinconica, e la progressione armonica nel finale apre a una catarsi che stringe il cuore. È la solitudine che cerca disperatamente un contatto umano.

 

5. Lo sposo sulla torta

Un brano sorprendente, un duetto che ha il sapore del vaudeville oscuro. A dividere il microfono con Manuel c'è la figlia Emma Agnelli. Le voci si rincorrono su un arrangiamento swingante, bizzarro e volutamente "storto". C'è un'atmosfera da film di Tim Burton, giocosa ma attraversata da una vena sinistra. La presenza della figlia aggiunge un livello di lettura profondamente intimo, creando un dialogo transgenerazionale affascinante e teatralmente ineccepibile.

 

6. Severodonetsk

Il brano più duro e opprimente dell'album. Prende il nome dalla città ucraina teatro di sanguinosi scontri, usata qui sia come luogo fisico di desolazione sia come paesaggio interiore devastato. Dal punto di vista sonoro, è un ritorno al rumore puro, tanto che il riff di base ricorda moltissimo la nota "Male di miele": seguono beat ossessivi, chitarre noise, percussioni tribali ricavate da scatole e lamiere che simulano una marcia militare o un bombardamento. La tensione non si scioglie mai, restituendo all'ascoltatore un senso di claustrofobia e angoscia purissima.

 

7. Guerra e pop corn

La diretta conseguenza del brano precedente, ma affrontata con un approccio acustico. Il brano riflette sulla desensibilizzazione del dolore nell'era dell'iper-informazione: guardare l'apocalisse e la guerra in TV mangiando pop corn sul divano. L'arrangiamento è morbido, quasi da cantautorato classico, il che crea un attrito dissonante (e geniale) con la gravità del tema trattato. Il lavoro sulle chitarre acustiche è cristallino.

 

8. Pam Pum Pam

Forse la traccia più cruda dell'intero repertorio di Agnelli. Un pianoforte, una voce, nessuna sovrastruttura. È una carezza, una ninnananna dolente e spezzata. La vulnerabilità del timbro vocale, che a tratti sembra quasi incrinarsi sull'orlo del pianto, rende questo brano un'esperienza d'ascolto intima e commovente. L'uso dei silenzi, del riverbero naturale della stanza e il rumore della meccanica del piano rendono la performance viva, pulsante, non filtrata.

 

9. La profondità degli abissi

Vincitore del David di Donatello e del Nastro d'Argento come miglior canzone originale per il film Diabolik dei Manetti Bros. Inserita qui verso la fine della tracklist, esplode con un riff di basso distorto e sintetizzatori acidi. È un brano stoner/industrial adrenalinico, sexy e minaccioso. Le ritmiche (suonate con i Little Pieces of Marmelade) sono quadrate e letali. Tecnicamente è il brano con il mastering più "pompato" ed espanso, pensato per riempire lo spettro sonoro di una sala cinematografica.

 

10. Ama il prossimo tuo come te stesso

La title track chiude il cerchio. Ritorna il pianoforte scarno, le melodie dilatate e l'estetica lo-fi. È un soliloquio, una preghiera laica conclusiva. Agnelli sussurra le sue consapevolezze finali, sciogliendo i nodi creati all'inizio del disco. Non c'è un'esplosione liberatoria, ma un'accettazione pacifica. Il brano sfuma via, lasciando una scia di eco e polvere, come se l'artista, dopo essersi guardato allo specchio per tre quarti d'ora, fosse finalmente riuscito a perdonare il riflesso che aveva di fronte.

 

Ama il prossimo tuo come te stesso non è semplicemente una raccolta di canzoni. È un saggio sonoro sulla fragilità umana, scolpito con arnesi ruvidi ma rifinito con l'eleganza di un maestro contemporaneo.