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REVIEWSLE RECENSIONI
American Football LP4
American Football
2026  (Polyvinyl Records)
IL DISCO DELLA SETTIMANA INDIE ROCK ALTERNATIVE
8,5/10
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11/05/2026
American Football
American Football LP4
Il primo album degli American Football in sette anni si muove secondo una logica tutta sua, sospesa tra memoria e trasformazione. Monumentale nel suono e spietatamente intimo nei contenuti, LP4 è un’opera ambiziosa che oscilla tra disorientamento e consapevolezza.

Per gli American Football pubblicare un nuovo album nel 2026 significa soprattutto confrontarsi con il proprio mito: quello di una band che, pur avendo inciso un solo album nel 1999, è riuscita a diventare un vero e proprio punto di riferimento per intere generazioni. LP4, però, non è semplicemente il disco del loro ritorno dopo sette anni di silenzio discografico e un mezzo scioglimento (il batterista Steve Lamos ha lasciato la band per un paio d’anni, tra il 2021 e il 2023), ma un atto di ridefinizione identitaria. Insomma, non è un lavoro che si limita a dialogare con il passato ma lo problematizza, lo espande e, in alcuni momenti, lo contraddice apertamente.

Per comprendere appieno la portata di questo disco, però, è necessario fare un passo indietro. Nati come progetto parallelo di Mike Kinsella (voce, chitarra, basso), già figura centrale nei Cap’n Jazz, insieme a Steve Holmes (chitarra) e allo stesso Lamos (batteria), mentre erano studenti all’Università dell’Illinois, gli American Football “storici” ebbero un’attività iniziale breve e quasi anonima: pochi concerti, un EP e un unico album omonimo, il celebre LP1, pubblicato nel 1999.

Eppure, nei quindici anni successivi, quel disco (riscoperto da almeno un paio di generazioni attraverso il file sharing) è diventato un punto di riferimento imprescindibile per il cosiddetto Midwest emo, al punto da essere definito uno degli album più influenti del genere. La reunion del 2014, che ha visto l’ingresso in formazione di Nate Kinsella (cugino di Mike) al basso, e i successivi LP2 (2016) e LP3 (2019) hanno segnato una progressiva espansione del loro linguaggio, introducendo all’emo primigenio elementi di post-rock e post-punk, con canzoni sempre più orientate verso una maggiore complessità strutturale.

 

Il nuovo LP4 si inserisce in questa traiettoria evolutiva come il capitolo più ambizioso e, paradossalmente, il più coeso dei lavori post-reunion. Se LP2 aveva lasciato i fan leggermente perplessi e LP3 aveva corretto il tiro, questo nuovo lavoro rappresenta una metamorfosi pienamente compiuta: il passaggio dall’emo al post-rock non è più un’ipotesi, ma una realtà ormai consolidata. La produzione di Sonny DiPerri (My Bloody Valentine, Portugal. The Man, Nine Inch Nails) amplifica questa svolta, arricchendo il suono con orchestrazioni, sintetizzatori e una cura quasi maniacale per il dettaglio timbrico.

Il risultato colloca LP4 nella tradizione dei “grandi dischi tardivi” – lavori come Oh Mercy di Bob Dylan o Mule Variations di Tom Waits – in cui la maturità artistica si traduce in una libertà formale quasi totale. Non è un caso che al centro di questo nuovo equilibrio ci sia anche una rinnovata attenzione per la dimensione percussiva, qui più ricca che mai: dal vibrafono di Cory Bracken, protagonista in diversi brani, al battito di mani che impreziosisce “Patron Saint of Pale”, fino a una sensibilità ritmica che, per atmosfera, può ricordare dischi come The Shepherd’s Dog di Iron & Wine.

LP4 è, in definitiva, un disco che suona grande (deliberatamente grande) come se l’ampiezza delle sue architetture sonore dovesse farsi carico del peso emotivo di testi attraversati da temi come il lutto, il disorientamento derivato da una separazione e la tanto temuta consapevolezza tipica dell’età adulta (dopotutto Kinsella ha da poco compiuto 49 anni).

 

L’apertura con “Man Overboard” è programmatica: un brano in 6/5 che ondeggia tra groove jazzati e chitarre distorte, dichiarando sin da subito l’intenzione di abbandonare le coordinate tradizionali dell’emo. “No Feeling” prosegue su questa linea, evocando esplicitamente i Cure di fine anni Ottanta, con un’introduzione dilatata (che, se fosse durata cinque minuti invece dei cinquanta secondi reali, non avrebbe stupito) e un’atmosfera dream pop impreziosita dai cori Brendan Yates dei Turnstile. È un esempio perfetto della nuova estetica della band: meno urgenza confessionale, più costruzione ambientale.

La successiva “Blood on My Blood” rappresenta invece un ponte tra passato e presente: formalmente vicina all’emo classico, ma arricchita da arrangiamenti complessi (si veda l’utilizzo del vibrafono di Cory Bracken, ricorrente in molti brani dell’album) che la spingono verso territori più sofisticati. Il cuore del disco è però “Bad Moons”, una vera e propria suite di otto minuti capace di mettere insieme due idee musicali distinte con notevole fluidità. Qui la band raggiunge uno dei suoi apici espressivi, costruendo un crescendo emotivo che ricorda ciò che i Coldplay avrebbero potuto diventare se avessero seguito una traiettoria artisticamente più coraggiosa.

 

Gli intermezzi strumentali, come “The One with the Piano” e “Lullabye”, funzionano da punti di raccordo, riaffermando il legame con il passato (presente fin nel titolo della prima) e offrendo momenti di sospensione contemplativa. “Patron Saint of Pale” introduce invece una struttura obliqua e quasi narrativa, mentre “Wake Her Up” si avvicina a una dimensione pop alla Smiths, pur mantenendo una notevole complessità timbrica, come nel finale, dove la tromba di Lamos e le voci dream pop di Wisp si intrecciano in modo suggestivo.

“Desdemona” spicca per il suo ritornello luminoso, uno dei pochi momenti in cui la band sembra concedersi una vera catarsi melodica, mentre la chiusura, affidata a “No Soul to Save”, riporta il disco al punto di partenza, riprendendo la metrica in 6/5 del primo brano e chiudendo simbolicamente un cerchio. È un finale che suggerisce una possibile redenzione, lasciando intravedere una luce fuori dal tunnel senza mai cadere in un ottimismo ingenuo.

 

Dal punto di vista lirico, LP4 è forse il lavoro più esplicito e doloroso della band. Le vicende personali di Mike Kinsella (dal divorzio alle difficoltà più intime) emergono senza filtri, trasformando il disco in una sorta di confessione pubblica. Ciò che colpisce, però, è il modo in cui questa materia grezza viene trasfigurata attraverso arrangiamenti monumentali: archi, sintetizzatori e cori costruiscono un tessuto sonoro denso e avvolgente, in cui la dimensione vocale gioca un ruolo centrale come mai prima d’ora.

Che si tratti delle presenze riconoscibili degli ospiti – Brendan Yates dei Turnstile, Caithlin De Marrais dei Rainer Maria, Natalie R. Lu (Wisp) – o di interventi più sfuggenti e quasi spettrali, come il contributo dal sapore morriconiano di Gelsey Bell in “Desdemona”, le armonie in stile avangarde di Lila Deckenbach e Stella Sen in “Patron Saint of Pale” o le apparizioni di Mike Garzon in “Man Overboard” e “No Feeling”, fino ai cori di Ayobami Adebanjo, Chinwe Adebanjo e Yomi George che illuminano “No Soul to Save”, tutto concorre a creare un equilibrio sottile tra vulnerabilità e grandiosità. È proprio in questo contrasto che si definisce il tratto distintivo dell’album.

 

Insomma, LP4 è un disco ambizioso e, in un certo senso, potrebbe scontentare i fan della prima ora. Chi cerca la fragile intimità del debutto potrebbe trovarsi spiazzato; chi invece è disposto ad accettare l’evoluzione sonora della band scoprirà un’opera complessa, stratificata e profondamente contemporanea. Gli American Football non sono più i giovani studenti del Midwest di venticinque anni fa: sono musicisti maturi – e, in un certo senso, anche più ambiziosi – che affrontano il peso del tempo con sorprendente lucidità.

LP4, forse, non è soltanto il loro miglior lavoro dopo LP1, ma senza dubbio è il loro disco più compiuto: la prova che anche le band nate quasi per caso possono, a distanza di decenni, riscrivere le proprie regole senza perdere la propria identità.