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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
18/02/2026
Live Report
Amy MacDonald, 17/02/2026, Fabrique, Milano
Amy McDonald realizza un gran bel concerto al Fabrique, portando avanti una proposta di valore indiscusso, accampagnata dall'apertura di una consigliatissima Better Joy. A voi il racconto della serata.

Il Covid ha azzerato un po' tutto e, da un certo punto di vista, non c'è da meravigliarsi troppo se ci scopriamo ad aver mollato la presa su alcuni artisti che pure avevamo seguito in quella che a tutti gli effetti poteva essere considerata un'altra vita.

Per esempio, mi sono reso conto di aver totalmente perso per strada Amy MacDonald: l'avevo vista suonare al Teatro Dal Verme in quello che avrei poi ricordato come uno degli ultimi concerti per molto, molto tempo. Era ancora il tour di Under Stars, peraltro uscito un paio di anni prima, ma quando il suo successore, The Human Demands, arrivò nei negozi, era l'ottobre del 2020 e lo mancai completamente. Com'è stato possibile? Eppure, in quell'epoca priva di live report avevamo paradossalmente molto più tempo per recensire dischi, e infatti ricordo che producevo decisamente di più rispetto al recente passato. Quindi? Perché non mi accorsi di un'artista che, pur non essendo tra le mie preferite di sempre, seguivo con interesse sin da inizio carriera?

Inutile, a questo punto, stare qui a trovare una risposta, ma sospetto che essa abbia molto a che vedere con questa bulimia contemporanea che ci costringe a consumare passivi e incoscienti, scrivere con diligenza i nostri articoli, per poi dimenticare tutto un paio di giorni dopo.

 

Ad ogni modo, quando a fine anno è uscito Is This What You've Been Waiting For?, sesto capitolo della discografia della cantautrice di Glasgow, mi sono reso conto che non avevo avuto sue notizie da quel concerto di sei anni prima e che, soprattutto, nel frattempo c'era stato pure un altro lavoro che avevo del tutto ignorato.

Si fa in fretta a recuperare, comunque: Amy Macdonald non è più, per fortuna, la ragazza timida e inesperta che poco meno di vent'anni fa scalava le classifiche con This is the Life. Nel tempo si è costruita una carriera solida, fatta di fisiologiche concessioni al mainstream (del resto l'impronta era quella fin dall'inizio) ma anche e soprattutto di canzoni solide, in grado di portare al grande pubblico quel Country Folk di scuola americana che dalle nostre parti è sempre stato un genere un po' alieno.

Il Fabrique è allestito a capienza ridotta, cosa che contrasta con i sold out delle precedenti date tedesche e britanniche; è più che legittimo, perché non stiamo parlando di un nome che nel nostro passe ha mai mosso chissà quali folle, nonostante ci sia sempre venuta, ad eccezione dell'ultimo tour. Il pubblico riempie comunque gli spazi a disposizione e si dimostrerà entusiasta e partecipe per tutto il corso dello show. A fare numero ci sono anche parecchi stranieri, presenza ormai consueta a Milano (e uno dei principali motivi per cui sempre di più i promoter stranieri scelgono questa città quando vogliono passare da noi) ed è divertente il siparietto tra Amy e un gruppetto di brasiliani nelle prime file, con lei che finge disappunto quando scopre che la principale ragione che li aveva portati in Italia erano le Olimpiadi invernali.

 

Andando però con ordine, è doveroso menzionare il bellissimo set di Better Joy in apertura. Il progetto di Bria Keely, da Manchester, sta riscuotendo ottimi riscontri, al punto da essere già stato segnalato da diversi addetti ai lavori come nome da tenere d'occhio in questo 2026, sebbene non sia ancora uscito un disco vero e proprio. Il nuovo EP At Dusk, fuori da ottobre, si avvale della produzione di Mike Hedges (Cure, Travis, tra gli altri) e presenta un Indie Pop decisamente di livello, melodie ora malinconiche, ora maggiormente anthemiche, linee vocali accattivanti e potenzialmente da hit single. Tutte cose che abbiamo già sentito fare benissimo dalle varie Phoebe Bridgers o Lucy Dacus, ma qui declinate con una consapevolezza ed una maturità che ce le rendono più che mai appetibili.

Circondata da una band di tre elementi, Bria suona per mezzora, proponendo otto canzoni dal suo per ora ridotto repertorio, tra cui spiccano l'incalzante “Steamroller”, l'ariosa cavalcata di “What a Day”, nonché il piacevole tormentone di “Quiet Thing”. Bel suono, bel tiro, ottima prova vocale, discreta presenza scenica: il pubblico, pur non ancora numeroso, apprezza parecchio e noi non vediamo l'ora di ammirarla in un concerto tutto suo.

 

La protagonista della serata e la sua band arrivano sul palco alle 21 spaccate, come dovrebbe succedere in tutte le serate infrasettimanali, soprattutto quelle dove il pagante medio non è un improbabile universitario fuori sede.

Con lei ci sono Jimmy Sims (basso), Gordon Turner (chitarra, mandolino, Synth), Henry Broadbent (tastiere), Ben MacDonald (chitarra) e Adam Falkner (batteria): un gruppo ben rodato, che si produce in un suono pieno e caldo, a cui la cantante dà manforte suonando la chitarra acustica in quasi tutti i brani. C'è qualche piccolo inserto elettronico (per esempio in “Don't Tell Me That It's Over” o nel mega classico “Poison Prince”) ma l'impronta generale è abbondantemente Rock, con le venature Country bene in evidenza, mentre l'andamento spesso up tempo dei vari episodi favorisce la partecipazione e crea un clima di festa gioiosa.

La scozzese è poi come sempre simpatica e alla mano, non parla troppo ma quelle poche interazioni col pubblico rendono ancora più gioviale l'atmosfera. Da grande appassionata di calcio (è tifosissima dei Rangers e ha sposato Richard Foster, che ha militato anche in quella squadra), commenta la sciarpa dell'Inter che qualcuno le ha lasciato in regalo, elogia gli scozzesi presenti nel nostro campionato, e gioisce della qualificazione ai mondiali della sua nazionale, ottenuta per la prima volta dal 1998. A questo traguardo dedica “Pride”, uno dei suoi brani più amati, che ha detto di aver scritto ispirandosi a quello che ha significato per lei, essere chiamata a cantare l'inno nazionale prima di alcune partite.

 

Il concerto si apre con l'energica title track del nuovo album, ideale per dare il via alle danze nel migliore dei modi, ma purtroppo il disco risulterà poco rappresentato, con soli quattro brani all'attivo. Un peccato, perché le varie “I'm Done (Games that you Play)”, “Can you Hear Me?” e “We Survive” (suonata in solitaria ma in versione non molto diversa dall'originale) non sono inferiori ai pezzi più famosi e hanno fatto desiderare un maggior coraggio in sede di compilazione della scaletta, incentrata in grandissima parte sui primi tre dischi.

Poco male, perché la qualità è altissima, da “Dream On” a “Spark”, dalla divertente “Mr Rock & Roll” alla struggente ballata “Run”, passando per le coinvolgenti “Slow it Down” e “Barrowland Ballroom” (dedicata al celebre club di Glasgow), con efficaci passaggi dal disco precedente: una meravigliosa “The Hudson”, già di diritto tra i suoi brani più riusciti, e le piacevolissime “Statues” e “Fire”, coi loro refrain perfettamente indovinati.

Durante i bis arriva, curiosità di queste ultime date, una piacevole rilettura semi acustica full band di “The Glen” dei Beluga Lagoon, una band che, ci racconta Amy, in Scozia è parecchio conosciuta. A chiudere il tutto, oltre ad una “This is the Life” telefonatissima ma sempre gradita, arriva anche “Let's Start a Band”, altro classico della prima ora che fa un po' strano ascoltare ora, dalla voce di una quasi quarantenne che quei sogni li ha abbondantemente realizzati e che vive tutto questo con serena consapevolezza.

Gran bel concerto, in definitiva, da parte di un'artista che sarà magari troppo immediata e poco raffinata, per essere presa in considerazione dai puristi del mondo Roots, ma che da anni porta avanti una proposta di valore indiscusso. Speriamo non debbano passare altri sei anni prima di rivederla.