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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
18/05/2026
Dr. John
Anutha Zone
Interessante esperimento discografico compiuto alla fine del secolo scorso da Malcolm John Rebennack Jr., in arte Dr. John: in Anutha Zone si distende il magico New Orleans sound profumato e ricco di gusto, reso ancor più saporito da alcune nuove inaspettate collaborazioni.

“If ignorance is bliss, why more people ain’t happy?”

("Why Come?")

 

Un album da ricordare per l’indimenticabile pianista, cantante e songwriter Dr. John, grande alchimista del suono di New Orleans, da sempre ricercatore di ingredienti sufficientemente speziati per dar sapore a quella prelibata jambalaya che è il suo repertorio.

Anutha Zone è il suo ultimo “piatto” del Novecento (prima dell’inaspettato Duke Elegant, tributo a Duke Ellington), denso di colori immaginifici e gusti particolari che, come al solito, fanno di lui un personaggio cult, da scoprire poco per volta, fino a venir travolti dalla sua voluttà e catapultati in quell’atmosfera soffusa, magica, da cui ci si libera solo con un gris appositamente preparato in precedenza.

Il disco, a parte pochi brani registrati a New York, prende sostanzialmente forma nei mitici Abbey Road Studios di Londra e si avvale dell’aiuto di alcuni tra i più grandi musicisti della scena contemporanea britannica. Paul Weller, prima di tutti, che presta le sue doti vocali e chitarristiche in un paio di canzoni, altri grandi nomi provenienti da gruppi non scontati quali Portishead (Clive Deamer), Spiritualized (Damon Reece, Thighpaulsandra), Primal Scream (Martin Duffy) e ultimi, ma non per importanza, Supergrass (Gaz Coombes, Mick Quinn).

 

Nonostante questo apporto inglese di massa e la produzione affidata a John Leckie (Radiohead e Verve), “The Zu Zu Man”, giustamente, evita di esagerare, resistendo alle troppe tentazioni d’oltreoceano. La sua musica appare ancora ben stabilizzata sull’ormai noto mix fatto di r&b, funky e psichedelia. Resta comunque l’effetto sorpresa delle partnership a donare nuovi colori alla tavolozza caleidoscopica di Dr. John, con brani sempre ruspanti e belli genuini, interamente scritti da lui o semplicemente con l’aiuto saltuario di Cat Yellen, specialmente incisivo in “The Olive Tree”, “Why Come?” e “Soulful Warrior”, oltre all’eccezionale concessione di “I Don’t Wanna Know”, composta da John Martyn, nella quale viene ospitato un brillantissimo Jools Holland all’Hammond organ.

Il buon Mac Rebennack appare tonico e in certi casi, si vedano “Party Hellfire”, “John Gris” (con il contributo del London Community Choir, presente pure in “Hello God”) e la title track, addirittura brillante. Il suo modo di concepire la musica non cambia e l’ampio incrocio strumentale emergente, costituito da fiati (sugli scudi The Kick Horns, Clark Gayton e Bobby Keys), percussioni e tastiere, sporcato da quel sound complessivamente funky continua a essere, insieme alla sua voce e al suo piano, la caratteristica pregnante dell’opera. Lo si nota fin dall’iniziale, quieta intro “Zonata”, seguita dalle seducenti “Ky Ya Gris Gris” e “Voices in my Head”, per rimbalzare nel jazz rock fluttuante di “I Like Ki Yoka” e arrivare danzando al ruggente finale.

 

“…Goin’ back to home to my baby

Goin’ back to New Orleans…

Get some crawfish, jambalaya
Red beans and fine pralines
Get some lovin' that gonna satisfy
Home in New Orleans”

("Sweet Home New Orleans")

 

Molto particolare, infatti, dopo l’ammaliante ballata elettroacustica “The Stroke”, il pezzo di chiusura “Sweet Home New Orleans”, che parafrasa il noto blues di Chicago originariamente scritto da Robert Johnson, e la dice lunga sul suo mondo sonoro e sulle sue influenze.

Anutha Zone rappresenta sicuramente una delle pietre miliari dell’epopea musicale di “The Night Tripper”, uno dei tanti soprannomi di Dr. John, scomparso improvvisamente nel Giugno 2019 a causa di un maledetto infarto, lasciando un vuoto incolmabile. Rimangono la sua sterminata discografia, le sue comparsate in show televisivi e film di culto quali The Last Waltz e Blues Brothers 2000 a testimoniare l’arte di uno dei più grandi pianisti r&b di tutti i tempi, di un apprezzato songwriter che ha saputo costantemente mettersi in prima linea in difesa dei perdenti, in perenne contrasto con la sempre più scriteriata politica economica e guerrafondaia statunitense.