Nel mondo del rock esistono due tipi di veterani: chi campa sul proprio glorioso passato, sfoderando i propri classici in occasione di “tour nostalgia” sempre più prevedibili (e pubblicando ogni tanto un album di inediti per non cadere nel dimenticatoio) e chi pur sapendo di non avere più nulla da dimostrare, cerca sempre di evolvere la propria proposta musicale.
Negli ultimi anni gli Echo & the Bunnymen hanno dato l’impressione di appartenere alla prima categoria: una band ancora capace di portare in tour un repertorio formidabile, ma sempre più schiacciata da un passato troppo ingombrante. Per questo, a dodici anni di distanza da Meteorites, uscito nell’ormai lontano 2014, è legittimo chiedersi se la band di Ian McCulloch avesse ancora qualcosa da raccontare.
Il nuovo album Apple for Isaac prova a fugare questi dubbi. Non bisogna aspettarsi un nuovo Ocean Rain, sarebbe anche ingiusto e ingeneroso aspettarselo. La grande stagione che da Crocodiles conduce a Heaven Up Here, Porcupine e al capolavoro del 1984 resta un territorio irripetibile, nel quale romanticismo, psichedelia e tensione post-punk sembravano convivere, senza neutralizzarsi a vicenda ma creando un amalgama originale ed evocativo.
Apple for Isaac non prova a ricostruire quel paesaggio, ma ne ritrova l’instabilità; ne recupera il movimento e le sfumature, lasciando che le melodie prendano direzioni impreviste tra pulsazioni funk, chitarre psichedeliche e improvvise oscurità.
“Take Me By The Hand” apre il disco con un passo deciso, come se gli Echo & The Bunnymen volessero scrollarsi di dosso fin da subito il peso della nostalgia. La successiva “Can’t Be Sold” conserva la stessa urgenza, ma è con “Brussels Is Haunted” – singolo apripista dell’album – che Apples for Isaac trova uno dei suoi passaggi più convincenti: il basso imprime al brano un’andatura ipnotica, le chitarre di Will Sergeant si aprono gradualmente e Ian McCulloch canta con una voce sempre più ruvida, nella quale il tempo trascorso si sente tutto, senza però diventare un limite.
Il resto dell’album si muove tra queste due spinte, alternando immediatezza e inquietudine senza perdere coesione. “The Honey” intercetta il lato più melodico della band, mentre il sax di “Lab Rats Ran” introduce una deviazione inattesa e quasi sfrontata. Nella parte finale il tono si fa più raccolto e notturno, fino a “We Prayed In The Dark”, che chiude il disco senza cercare una vera risoluzione.
Anche nei momenti più cupi, però, Apples for Isaac non diventa mai un esercizio funebre: resta vivo, mobile, attraversato dalla sensazione che gli Echo & The Bunnymen abbiano ritrovato il piacere di seguire le canzoni senza sapere sempre dove li porteranno. La chitarra di Will Sergeant affiora soprattutto come colore e atmosfera, mentre la regia appartiene saldamente a Ian McCulloch. La presenza di Clem Burke alla batteria in dieci brani, prima della sua scomparsa, aggiunge al disco una spinta fisica e una malinconia inevitabile. Eppure, il risultato non suona commemorativo. È compatto, mobile, spesso sorprendentemente vitale: non cancella le tensioni interne alla band né tenta di restaurarne la formazione ideale, ma trova un equilibrio credibile nella realtà imperfetta degli Echo & The Bunnymen di oggi.
Nel panorama contemporaneo Apples for Isaac occupa perciò uno spazio più interessante del semplice revival. Molti gruppi che si inseriscono nella nuova wave post-punk degli ultimi anni continuano a lavorare con il vocabolario che i Bunnymen contribuirono a inventare: riverberi, romanticismo scuro, post-punk trasformato in paesaggio emotivo. Qui accade quasi il contrario. La band sembra ascoltare l’eco di quell’influenza e riprendersela, senza inseguire l’attualità né chiudersi nel museo.
Non è il disco che ridefinirà la loro storia, ma è uno di quei rari album tardivi che riescono a rendere ancora attuale la proposta di una band. Dopo tanti anni, passati a celebrare ciò che erano stati, gli Echo & The Bunnymen tornano finalmente a sembrare curiosi di ciò che possono ancora essere.
