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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
30/01/2026
Live Report
Architects + Landmvrks + President, 29/01/2026, Fabrique, Milano
L'ultima data del tour degli Architects, accompagnati dai notevoli Landmvrks, è stata una dimostrazione d'affetto incondizionato, sia da parte della band per i fan italiani, che dei fan per i loro idoli. Come ogni volta, non si vede l'ora della prossima, ma nel frattempo, godetevi il racconto della serata al Fabrique.

Prima o poi doveva succedere. Una media di tre concerti a settimana per anni rendono saturi e c'è il serio rischio di innescare automatismi e di muoversi totalmente a caso. Sapevo da mesi di questo concerto degli Architects a Milano ma non avevo mai veramente realizzato dove fosse. E così, di buon ora, parto da casa per dirigermi alla volta dell'Alcatraz, dove mi ritrovo davanti al pubblico tranquillo e ordinato di Franco126: era una delle date che avevo preso in considerazione prima di optare per una serata a base di Metalcore, così che è probabile che il cervello mi abbia giocato qualche scherzo subliminale.

Detto fatto, recupero la macchina e attraverso mezza città per raggiungere il Fabrique, ad un orario che non la rende certo un'impresa semplicissima. Nel frattempo, colleghi di redazione già sul posto mi riportavano scene apocalittiche di una coda infinita che si dipanava per un intero isolato, tutto questo quando mancavano pochi minuti all'inizio dell'esibizione dei President.

Va da sé che il collettivo rivelazione del 2025, motivo più che probabile dell'arrivo così puntuale dei presenti, ce lo siamo persi tutti: nel mio caso c'è da imputare solo una ridicola sbadataggine, ma per tutti gli altri forse occorrerebbe fare una riflessione sulla logistica e sulle tempistiche d'ingresso, soprattutto nel caso di una data come questa, sold out da tempo.

 

Per fortuna arrivo a destinazione quando la coda si è diradata, il locale è strapieno ma la balconata centrale posta sopra il mixer è ancora facilmente accessibile, così che riesco a trovare una posizione privilegiata per godermi in tutta tranquillità le esibizioni.

Devo ammettere che non sono un ascoltatore abituale di Metalcore. Quando ero giovane questo genere non esisteva, e quando hanno iniziato ad affacciarsi sulle scene i vari Bring Me The Horizon, Killswich Engage o Linkin Park (ok, questi ultimi forse c'entrano relativamente, ma quando nelle pause partono i loro pezzi dai diffusori è tutto un unico grande singalong, esattamente come accade per “The Last Resort” dei Papa Roach) li vedevamo sostanzialmente come un abominio e una corruzione “poppettara” di una proposta che, pensavamo, aveva la costante necessità di mantenersi pura ed incontaminata. Erano i primissimi anni Duemila, c'era il Nu Metal e un gruppo come gli In Flames, che adoravo, aveva iniziato a guardare pericolosamente da quelle parti per imbastire le proprie soluzioni melodiche. Con l'unica eccezione di Toxicity dei System of a Down, di cui apprezzavo la vena “progressiva”, tutto il resto per me era robetta insipida da poser modaioli.

Invecchiando, si sa, si diventa più versatili, e del resto l'ho detto prima, che una delle mie opzioni per la serata era Franco126 (ma anche Marta Del Grandi, che alla Triennale stava presentando il suo ultimo, meraviglioso lavoro), per cui risulta facile capire come un mio avvicinamento recente agli Architects non sia una roba così eclatante, ormai.

 

Arrivo comunque in tempo per godermi i Landmvrks, che sono tecnicamente una band di apertura ma che vengono accolti con una reazione e una partecipazione degni di qualunque headliner (la gente canta l'iniziale “Creature” talmente forte che a momenti viene giù il soffitto). Il gruppo di Marsiglia è in giro a promuovere The Darkest Place I've Ever Been, che è stato uno dei punti forti nelle uscite Metal dello scorso anno, e che ha reso un po' più presenti le melodie all'interno di una scrittura che da sempre vanta punti di estrema versatilità.

Sul palco sono mostruosi, trascinati da un cantante come Florent Salfati, abilissimo nel passare dal growl al clean, intervallando il tutto con parti Rap dal flow decisamente ad alto ritmo. Una commistione, quella con l'Hip Hop, che è sempre stato il punto forte dell'act francese, portato avanti con disinvoltura e potenziato anche da un utilizzo molto efficace della doppia lingua.

Sezione ritmica spaventosa, riff implacabili e cambi di tempo e di atmosfera realizzati con sicurezza, rendono l'esibizione davvero magnifica, un'intensità aiutata anche da un repertorio di livello stellare, che agli episodi dell'ultimo disco (eccezionali “A Line In The Dust” e “Sulfur”) affianca cose più datate come “Blistering”, “Scars” o la conclusiva, scurissima, “Self-Made Black Hole”, un mid tempo granitico dove si intravedono reminiscenze Death.

Dato il clamore con cui è stata vissuto il set, tra ritornelli cantati a squarciagola e moshpit indiavolati, è più che lecito attendersi una loro prossima calata da headliner.

 

Mezz'ora di cambio palco ed è finalmente il momento degli Architects. La scomparsa del chitarrista Tom Searle, anima e compositore principale della formazione di Brighton, ha rappresentato un turning point fondamentale, col fratello Dan ad occuparsi in pianta stabile della scrittura e un sound che si è via via spostato verso territori più lineari e melodici, incorporando nei brani anche massicce dosi di Synth e di elettronica (da questo punto di vista, il contributo di Jordan Fish sull'ultimo The Sky, the Earth & All Between ha influito parecchio).

Qui probabilmente viene fuori un aspetto dei fan di Metalcore, e in particolare di quelli di questa band, difficilmente comprensibile ad un osservatore esterno: nonostante siano divenuti sempre più accessibili, guardando a tratti in maniera un po' ruffiana a certo Pop da classifica, nonostante parlino un linguaggio ben diverso (e in un certo senso meno interessante) di capolavori come Holy Hell e All Our Gods Have Abandoned Us, nessuno si è sognato di criticare questa svolta, definendola “commerciale” e bollandone gli autori come “traditori” o chissà cos'altro.

Anzi, di fronte a un set incentrato quasi esclusivamente sugli ultimi lavori (praticamente 13 su 18, tra cui 8 del nuovo disco) il coinvolgimento è stato enorme, ogni episodio è stato cantato a gran voce, il pogo nelle prime file è andato avanti quasi ininterrottamente, dando l'impressione di essere di fronte ad un'autentica manifestazione di amore incondizionato.

Un amore ricambiato, se pensiamo che dal palco i ringraziamenti al pubblico sono stati sentiti e numerosi, palpabile la gratitudine per avere mandato sold out il Fabrique, nonostante le difficoltà economiche del momento (bellissime parole, anche se poi i prezzi del merchandising qualche brivido lungo la schiena l'hanno provocato).

 

Parlando dal punto di vista strettamente musicale, è stato un bellissimo concerto. La setlist avrebbe senza dubbio potuto essere più variegata, ma è impossibile sindacare sul valore delle varie “Elegy”, “Whiplash”, “Curse”, “Everything Ends”, “Broken Mirror”, o di episodi meno recenti come “Black Lungs, “When We Were Young” o la pazzesca “Meteor”.

In mezzo, classici come “Doomsday” (devastante), “A Match Made in Heaven”, “Red Hypergiant” e “Gravedigger”, che incendiano ancora di più l'atmosfera e mettono in luce il valore di un gruppo che, nel proprio campo di azione, non ha praticamente rivali.

La prestazione è fenomenale, con Dan Searle che è un vero mostro dietro le pelli, che col bassista Alex Dean forma una sezione ritmica inarrestabile, e il chitarrista Adam Christianson che macina un riff dopo l'atro, con Martyn Evans a coadiuvarlo abilmente nei fraseggi. Il tastierista Ryan Burnett si occupa di tutta la parte elettronica, mentre Sam Carter conduce lo show da grande frontman, eccezionale sul growl e sulle parti pulite, eseguite tutte con potenza e precisione, senza alcuna sbavatura; un po' meno lucido in sede di screaming (un peccato, visto che in studio è il suo punto di forza), dove più volte è apparso affaticato e poco incisivo, anche se ad onor di cronaca bisogna dire che nel prosieguo si è ripreso abbastanza bene.

Sono comunque dettagli: gli Architects rimangono un'implacabile macchina da live, che coinvolge e non fa prigionieri.

Era l'ultima data del tour europeo e non poteva esserci modo migliore per concludere. Speriamo tornino presto, magari con un nuovo disco da promuovere, perché è un'esperienza che vale davvero la pena ripetere.