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MAKING MOVIESAL CINEMA
05/04/2020
Sidney Lumet
Assassinio sull'Orient Express
Proprio sulle prove d'attore si regge un film basato su uno sviluppo che per forza di cose è strutturato in maniera statica e verbosa, tra confronti, scambi d'opinione e interrogatori

La filmografia da regista di Sidney Lumet è parecchio nutrita (poco più di una quarantina di titoli); nel 1974, anno d'uscita di questo Assassinio sull'Orient Express Lumet era più o meno a metà della sua produzione, l'adattamento di quello che è il romanzo più noto di Agatha Christie, all'interno della filmografia del regista, è schiacciato tra due opere di altissimo livello e di tutt'altro genere rispetto al giallo classico tanto caro alla scrittrice inglese. Nel 1973 Lumet aveva infatti portato al cinema la storia di Serpico con il grande Al Pacino nel ruolo del protagonista, con lo stesso attore nel '75 Lumet sigla Quel pomeriggio di un giorno da cani, in mezzo a queste due grandissime pellicole sembra strano veder comparire i baffetti del poco simpatico Hercule Poirot. Un Cinema completamente diverso da quello degli altri due titoli eppure Lumet non manca di far sentire forte la sua mano rendendo il viaggio di questo storico treno, così come il treno stesso, la sua locomotiva, i suoi vapori, i suoi interni, il suo sferragliare deciso verso una bufera di neve di grandi proporzioni, uno dei protagonisti di questo enigma della stanza chiusa (o meglio, del vagone chiuso).

La trama è per lo più nota, tenteremo di non offrire il fianco a spoiler a vantaggio di chi non avesse mai letto il libro e non avesse mai visto nessuna delle trasposizioni portate sullo schermo (magari nemmeno la recente porcheria firmata Branagh). Lumet (o lo sceneggiatore Paul Dehn) decide di aprire il film con un prologo assente nel libro, la ricostruzione di un vecchio accadimento delittuoso dal quale prendono le mosse gli eventi narrati in Assassinio sull'Orient Express: sul celebre convoglio sul quale sta viaggiando Poirot (Albert Finney) avviene un delitto, l'industriale Samuel Ratchett (Richard Widmark) viene trovato morto nella sua cuccetta, pugnalato nottetempo ben dodici volte. Si scoprirà che la vittima si portava dietro un passato molto oscuro, ma chi tra gli altri passeggeri dello scompartimento poteva avere motivo o interesse nell'uccidere Ratchett? Nel vagone un'eterogenea miscela di caratteri che permette a Lumet di schierare quello che per l'epoca era un vero parterre de roi, oltre ai già citati Finney e Widmark nel cast compaiono Sean Connery, Lauren Bacall, Anthony Perkins, Ingrid Bergman, Michael York, Jaqueline Bisset, Jean-Pierre Cassel (papà di Vincent), Vanessa Redgrave, Jon Gielgud e altri ancora, per chi ama il Cinema di qualche anno fa è ben chiara la portata del cast ingaggiato per l'occasione.

Proprio sulle prove d'attore si regge un film basato su uno sviluppo che per forza di cose è strutturato in maniera statica e verbosa, tra confronti, scambi d'opinione e interrogatori in un ambiente che potrebbe risultare fin troppo claustrofobico se non fosse per la capacità di Lumet di quando in quando di portare la camera all'esterno del treno, con riprese sui movimenti dello stesso e sull'incombente bufera bianca che costringerà l'Orient Express a una sosta forzata. Spicca tra tutti un Albert Finney (scomparso l'anno scorso) capace di dare all'ispettore belga una connotazione sopra le righe, a volte anche eccessiva, in mezzo a un cast di grandissimi professionisti che si accaparrò anche una statuetta nella notte degli Oscar (vinse Ingrid Bergman come non protagonista) su ben sei nomination. I ritmi non sono forsennati ma l'attenzione dello spettatore viene indubbiamente catturata nella lunga ricostruzione finale dell'investigatore. Assassinio sull'Orient Express ha un incedere d'altri tempi oggi forse impensabile, si è provato a modernizzare il tutto con il remake di Branagh già citato sopra, anche in questo caso cast di gran lusso per un esito decisamente più sconfortante. In determinati casi più moderno non significa necessariamente migliore.

TAGS: cinema | DarioLopez | loudd | OrientExpress | recensione | SidneyLumet