“Ho avuto l’onore di essere il frontman di grandi band, ma ora è il momento di raccontare la mia storia. Bad Bones parla dell’accettare chi sei senza chiedere scusa. Ho sempre seguito la mia strada, indipendentemente da ciò che pensavano gli altri. Non ho mai seguito la norma e non ho intenzione di iniziare adesso”
(Erik Grönwall, 2026)
Nemmeno quarant’anni e un talento vocale straripante che parla da solo, per mister Erik Grönwall, che ha sfiorato e toccato il successo tante di quelle volte, rischiando di arrendersi a una tremenda malattia e dovendo rinunciare a tante di quelle cose, ma non a sé stesso.
Erik vince il reality canoro svedese, Pop Idol, nel 2009 e alcuni esperti discografici gli disegnarono addosso una carriera scintillante ma anche stereotipata, forse anche non “sua”. Nel 2010 arriva un’occasione speciale e Grönwall diventa il nuovo cantante dei rockers melodici H.E.A.T, e in dieci anni arrivano quattro album e una collocazione ideale e quasi perfetta. Ma la voce di questo portento non può essere limitata ed ecco la partecipazione a una edizione speciale televisiva di Jesus Christ Superstar Live in Concert nel 2018 (con John Legend e Alice Cooper e una candidatura al Grammy Award) e poi arriva l’occasione di una vita, grazie ai leggendari Skid Row, ancora dalla ricerca del degno erede di Sebastian Bach e che lo accolgono nel 2021.
Tutto sembra speciale adesso, perché Erik ha il talento per prendersi sulle sue spalle una band così blasonata, ma insieme alla gloria arriva anche il dolore: una leucemia linfoblastica acuta, un cancro del sangue feroce che nel 2024 costringe il cantante a lasciare il gruppo. La lotta continua, mentre Grönwall non rinuncia di certo alla sua passione per la musica, incidendo cover entusiasmanti di pezzi storici di pop, rock e metal e pubblicandoli su Youtube, accompagnando in tour il mito Michael Schenker e raccontandosi nella sua autobiografia Power, in cui racconta la sua vittoria sulla malattia (grazie a un trapianto di midollo osseo) ma soprattutto una storia esemplare di resilienza e di amore per la vita e per il rock.
Oggi, Erik Grönwall riparte da Erik Grönwall e niente altro. Bad Bones è il suo primo album solista in cui l’artista ha totale controllo creativo e decide di convocare l’amico tastierista, compositore e produttore Jona Tee, con cui ha già condiviso i ruggenti anni negli H.E.A.T, e di lavorare su una decina di brani che non ammettono finzioni o compromessi. Tutto è suonato e sudato in questi trentaquattro minuti esaltanti, gli archi non sono campionati e non c’è nulla di replicato o non “reale”, alla faccia delle mode e dell’auto-tune.
Grönwall non inventa assolutamente nulla e anzi si nutre del carburante sonoro delle band di cui ha fatto parte e di una sensibilità artistica resa ancora più acuta e forte, grazie alle sofferenze e alle esperienze che ha dovuto affrontare e superare. E’ solo hard rock melodico che procede spavaldo, tra il Bon Jovi più ispirato e tosto e qualche piccolo tocco di magia tra Queen e Cats In Space, che troneggiano nell’eleganza spudorata e regale di “Who’s the Winner” e nella conclusiva e autobiografica “Written In The Scars”, dove la ballata malinconica a là Scorpions si immerge in un tripudio sinfonico e struggente.
Il resto dell’album si crogiola nel rock fresco e super cantabile di opus brillanti, come nell’iniziale “Born To Break”, oppure vive di graffi ben assestati ma mai troppo sguaiati, come in “Praying For A Miracle” e nella decadenza settantiana di “Lost Of Life.”
Se la voce di Erik Grönwall è in grado di cantare quello che vuole, bisogna ammettere che è nei frammenti più leggeri e melodici che dà il suo meglio, perché dotata di una struttura stratificata e mai piatta, e di quel qualcosa di più che potremmo definire “anima”. Ci si emoziona, anche se, con tutta onestà, il talento di Erik vale di più di queste dieci canzoni, comunque valide e oneste.
