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REVIEWSLE RECENSIONI
09/09/2026
Koyo
Barely Here
Con Barely Here i Koyo scelgono la via meno spettacolare ma forse più intelligente: affinare e consolidare invece di stravolgere la formula che negli ultimi anni li ha resi una delle realtà più interessanti e credibili della scena melodic hardcore/emo di Long Island. Poche sperimentazioni, pochi fronzoli. Solo una band che ha capito chi è e dove vuole arrivare.

Il secondo album è quasi sempre un’incognita, soprattutto se arriva dopo un esordio di buon successo, un pendolo tra il desiderio di stupire e sperimentare, magari cercando di ampliare il proprio pubblico e la necessità di perfezionare il proprio sound, la propria scrittura, per consolidare il successo ottenuto.

Dopo l’ottimo primo album Would you miss it? del 2023 e una serie infinita di tour a supporto delle principali band della scena pop punk / emo / melodic hardcore statunitense (New Found Glory, Rise Against, Joyce Manor) i Koyo hanno scelto la seconda opzione: i 28 minuti di Barely Here suonano esattamente come il naturale consolidamento di quel crossover tra hardcore melodico e pop punk che negli ultimi anni li ha resi una delle realtà più credibili della scena di Long Island, discostandosi dall’aggressività che caratterizza il sound NYHC (Hatebreed, Madball e Sick of it All) e ponendo l’accento sulla componente melodica ed emotiva.  

Avvalendosi della produzione di Jon Markson (The Story So Far, Drug Church), i Koyo costruiscono un album che vive di contrasti continui, con una scrittura che riesce a tenere insieme la ruvidità dell’hardcore e la pulizia melodica necessaria perché ogni ritornello colpisca nel segno e abbia quella carica anthemica che serve per essere cantato a squarciagola dal pubblico tra uno stage-dive e un mosh pit.

 

Barely Here scorre veloce, ma lascia addosso una sensazione che fatica ad andarsene. I Koyo passano dalla tensione quasi soffocante della title track alle aperture melodiche di "Jet Stream Wish", fino all'energia più ruvida di "Saying Vs. Meaning", probabilmente uno degli episodi più riusciti del disco, dove la partecipazione di Sammy Ciaramitaro dei Drain aggiunge ulteriore carica e restituisce tutta la credibilità hardcore che continua a scorrere nelle vene della band. Al centro dell'album ci sono amicizie, distanze, insicurezze e quel senso di appartenenza che da sempre accompagna i Koyo, raccontati con una naturalezza che rende immediati anche i momenti più introspettivi di brani come "What I'm Worth" o "Irreversible". Non ci sono grandi colpi di scena o svolte improvvise: c'è semplicemente un gruppo che sembra aver capito perfettamente cosa vuole essere e che, canzone dopo canzone, riesce a trasformare emozioni molto comuni in qualcosa di autentico e difficile da ignorare.

Dal punto di vista musicale, in Barely Here i Koyo raggiungono un buon equilibrio, muovendosi con naturalezza tra hardcore melodico, emo e pop-punk senza forzare la mano in una direzione precisa. Le chitarre mantengono costante la tensione, alternando riff incisivi ad aperture più ariose, mentre la sezione ritmica sostiene ogni brano con energia e precisione senza mai rubare la scena. Anche la performance di Joey Chiaramonte convince dall'inizio alla fine: il suo timbro rimane riconoscibile e autentico, capace di passare da momenti più aggressivi a passaggi decisamente più melodici senza perdere credibilità.

 

La sensazione, ascoltando Barely Here, è che i Koyo abbiano scelto la via meno comoda: fotografare il proprio presente nel modo più sincero possibile. Il risultato è un album compatto, all killer no filler, che consolida la loro posizione in quel territorio dove hardcore melodico, emo e pop-punk convivono senza bisogno di etichette troppo rigide. Ed è proprio questa combinazione tra intensità e spontaneità a rendere Barely Here un album così coinvolgente.