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REVIEWSLE RECENSIONI
25/06/2026
Violet Grohl
Be Sweet To Me
L'esordio di Violet, figlia di Dave Grohl dei Foo Fighters, è un'immersione nell'alt rock anni '90, che riesce a essere credibile grazie a qualche buona idea e a una voce appassionata e grintosa.

Se dovessimo fare l’elenco dei cosiddetti figli d’arte, di coloro, cioè, che hanno seguito le orme di mamma o papà nel mondo della musica, occuperemmo quasi interamente lo spazio dedicato a questa recensione. Se è inevitabile, in tutti questi casi, qualche riferimento al genitore più famoso, sarebbe però ingeneroso giudicare il disco d’esordio di un "figlio di" usando come metro la storia discografica di chi lo ha messo al mondo. Proviamo, allora a raccontare con obbiettività Be Sweet to Me, album di debutto di Violet Grohl, figlia di Dave Grohl dei Foo Fighters.

La ventenne Violet è sotto i riflettori da un po' di tempo, essendosi esibita occasionalmente con il padre fin da quando era ragazzina e avendo collaborato come vocalist con Beck e St. Vincent. Non sorprende, quindi, che grazie a quella passione che la divora fin da adolescente, la giovane Grohl abbia pubblicato un album da solista, né che mostri, qui e là, un’inevitabile influenza della musica paterna. Fortunatamente, il lavoro della Grohl merita attenzione. Ovviamente, potrebbe aver avuto delle opportunità grazie a cotanto padre, ma questo primo album suggerisce che sta diventando un'artista capace di affermarsi da sola. Non del tutto, certo, ma è sulla buona strada.

 

Grazie alla collaborazione di ottimi sessionisti e a Justin Raisen (Kim Gordon, Charli XCX, etc), l'album ha un suono incisivo che mostra chiaramente le sue influenze. La Grohl, infatti, attinge spesso all'alt-rock degli anni '90, cita Breeders, Hole e PJ Harvey, e recupera, in parte, la furia iconoclasta di band come le Babes In Toyland, tutti nomi che appaiono come principali fonti di ispirazione. C’è grande coinvolgimento da parte della giovane musicista e un entusiasmo che fa da carburante nobile, ma, tenendo conto anche della giovane età, manca la stessa originalità degli artisti che l’hanno ispirata.

Questo non significa che l'album sia brutto, perché al di là del riadattamento nostalgico di un suono che ha trent’anni di vita, offre molti spunti interessanti, qualche idea da sviluppare in futuro e, soprattutto, mette in mostra una voce destinata nel tempo a lasciare il segno. Influenzata dal cinema di David Lynch e dalla passione per gli horror, la scrittura della Grohl alterna aggressioni sonore pesantissime, violente e graffianti, a momenti che si aprono verso soundscapes cinematografici o a ballate più raccolte, intime, trasognate.

 

Il singolo "595" mescola radici grunge a un mood cupo e umorale, la voce della Grohl, dotata di notevole espressività oscilla fra lascivo erotismo e incombente minaccia. La più melodica "Thum" sfodera un’ariosa e grintosa aura alt rock, che la giovane musicista sa cavalcare con consumata padronanza, mentre "Big Memory" sembra un inevitabile omaggio alla musica del padre, al quale ha evidentemente rubato la capacità di scrivere strofe e refrain d’impatto immediato.

La Grohl sa anche discostarsi dagli schemi. "Often Others" è una testata sullo zigomo, si avvicina più al metal che al grunge, e le chitarre incalzanti contribuiscono a renderla dannatamente efficace. In modo diverso, ma con ottimi risultati, "Plastic Couch" beneficia di un’ottima scrittura, passando con disinvoltura dai vapori ipnagogici di un brano indie al teso crescendo tutto rumore ed elettricità.

Quando la musica si fa più sperimentale, mescolando sonorità shoegaze o fangose alla melodia, l'album acquista slancio, come avviene anche nell’ottima "Applefish", riuscita alchimia fra dolcezza e bordate elettriche.

Pur senza essere memorabili, anche la trasognata ballata "Mobile Star", che gira vicina a certe cose di Lana Del Rey, o l’alt rock melodico à la Hole di "Last Day I Loved You" aggiunge punti al computo finale.

 

I momenti migliori dell'album mostrano di cosa è capace la giovane Grohl, e Be Sweet to Me è sicuramente un album d'esordio più che valido. Tuttavia, il disco mostra anche alcuni limiti, principalmente a causa di un suono derivativo che, per quanto trattato con estrema grinta e consapevolezza, resta pur sempre prevedibile. Che sia una scelta di campo per non rischiare e andare sul sicuro, per esporsi al grande pubblico mostrando solo ciò che si conosce bene, evitando rischi inutili, è plausibile. D’altra parte parliamo di una ventenne che deve affrancarsi dalla figura ingombrante del padre e deve ancora trovare una strada tutta sua.

La capacità di scrivere buone canzoni e una voce di indubbio spessore ci sono già. Ora, la giovane Violet deve trovare quel tocco originale che la distingua dal mare magnum di artisti in circolazione. Ha un lunghissimo futuro davanti a sè e il tempo, come canterebbero i Rolling Stones, è dalla sua parte. Siate dolci con lei.