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MAKING MOVIESAL CINEMA
22/05/2020
Brian Welsh
Beats
Un trip a colori, che si staglia così su quel bianco e nero che fa tanto indie e rende ancora più generazionale il film che diventa un omaggio a quegli anni '90 ormai iconici.

È l'estate del 1994.
In Scozia sta per entrare in vigore una legge (il Criminal Justice and Public Order Act 1994) che vieta ogni tipo di festa di 20 o più persone in cui si suonino musiche interamente o predominantemente caratterizzate da emissioni di suoni ripetitivi.
Insomma, vengono vietati i rave.
E se sei giovane, se la vita la stai vivendo alla grande, se fortunatamente nessun virus è alla base di questa limitazione, come decidi di reagire a questa notizia?
Organizzando il rave più grande, segreto, importante di una generazione!
Johnno e Spanner, che ad un rave non sono ancora mai andati, decidono che devono parteciparci.

Diciamo più Spanner, che ci tiene particolarmente, che trova i volantini giusti, la frequenza giusta alla radio per avere tutte le dritte del caso.
Lui, povero in canna, già segnato per colpa di una famiglia di criminali e un fratello dedito a spaccio e risse, trova nella musica elettronica il modo di sfogarsi, nell'amicizia con Johnno il modo per stare a galla.
E Johnno, appunto?
Lui dovrebbe rigare dritto, per volere di una madre (Laura Fraser) che sta per avere la sua seconda possibilità grazie alla relazione con un poliziotto e una nuova casa con cui garantire ai figli una scuola migliore, un giro di amicizie più sane.
Il rave di D-Man diventa quindi non solo un gesto di protesta, uno schiaffo in faccia a quella politica restrittiva, ma è anche l'ultima occasione per Johnno e Spanner di divertirsi insieme.


Il loro piano non è però privo di errori.
Ci sono ovviamente gli equivoci del caso per riuscire ad arrivare al rave, tra amici troppo fatti per guidare, un lavoro da saltare, soldi rubati a quel fratello bullo e pericoloso.
Ma già in tutto questo si sente quella sensazione di libertà tipica dell'adolescenza, e pure di quegli anni '90 in cui non ci si poteva rintracciare con il telefono, non ci si poteva orientare con app.
Tutto perfetto, quindi, con tanto di urla ACAB decisamente adatte?
Insomma.
Perché con una trama già di per sé semplice e bellissima ci si dilunga anche troppo, ci si aggiunge un'infatuazione non necessaria, momenti piatti e un lungo trip musicale che farà felici gli estimatori del genere, meno chi la musica elettronica poco la frequenta.
Anche se va detto che pure la sottoscritta da questi ritmi ripetitivi e ossessivi si è lasciata prendere.

Un trip a colori, che si staglia così su quel bianco e nero che fa tanto indie e rende ancora più generazionale il film che diventa un omaggio a quegli anni '90 ormai iconici. E sembra davvero di fare un salto nel passato, ai tempi di Trainspotting o Human Trafficqui però più puri e genuini, con la droga che ovviamente c'è ma non è la predominante.
Non a caso Spanner sembra Spud (anche se a teatro ha interpretato Renton), Johnno un giovanissimo Sick Boy più impacciato, ed è la loro amicizia il centro di tutto, con il linguaggio dal fortissimo accento scozzese a renderli ancora più credibili.
L'alone di culto si sente nonostante i difetti, che si cancellano in fretta lasciando solo un leggero sapore di amaro in bocca.
Il finale, con tanto di finte scritte in sovrimpressione, aiuta ad abbandonare questa grande avventura con un filo di nostalgia in più.


TAGS: Beats | BrianWelsh | cinema | Lisa Costa | loudd | recensione