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REVIEWSLE RECENSIONI
Been Meaning To Tell You
Ina Forsman
2019  (Ruf Records)
BLACK/SOUL/R'N'B
8/10
all REVIEWS
16/02/2019
Ina Forsman
Been Meaning To Tell You
Dopo due anni da quel folgorante primo disco, Ina Forsman torna con un sophomore che conferma l’ottima impressione suscitata col suo primo album

Da dove spunta questa ragazza poco più che ventenne, che sta facendo letteralmente impazzire il sottoscritto e tanti appassionati di black music? Ina arriva dalla Finlandia, da Helsinky per la precisione, e ha iniziato, solo diciassettenne, partecipando a un talent nazionale, vinto a mani basse, fra lo stupore del pubblico pagante. Il tempo di essere presa sotto l’ala protettrice del bluesman Helge Tallqvist e del musicista belga Guy Verlinde, per farsi le ossa in giro per l’Europa, e la Forsman vola ad Austin, in Texas, dove registra il suo album d’esordio (Ina Forsman, 2016). Che è una bomba, uno di quei cd che metti nel lettore e non lo molli nemmeno sotto la minaccia delle armi.

Dopo due anni da quel folgorante primo disco, Ina torna con un sophomore che conferma l’ottima impressione suscitata col suo primo album. Registrato nuovamente a Austin sotto la guida esperta di Mark ‘Kaz’ Kazanoff, sassofonista e personaggio chiave della scena jazz e blues statunitense (ha suonato con Muddy Waters e Otis Rush, per citarne due) e con il contributo di una backing band di livello altissimo (Red Young al piano, Brannen Temple alla batteria, Laura Chavez alla chitarra, Chris Maresh al basso e la sezione fiati dei Texas Horns, capitanati proprio da Kazanoff), Been Meaning To Tell You continua la narrazione del suo predecessore, portandoci in territori contigui alla black music anni ’60 e ’70, con qualche concessione al pop, al blues e al jazz. Rispetto all’esordio, questo nuovo album possiede un taglio decisamente più funky e l’esuberanza di due anni fa è più trattenuta e convogliata in una solida cifra stilistica, che fa dell’eleganza il suo punto forte.

Nonostante una maggior consapevolezza e una più marcata attenzione ai dettagli e agli arrangiamenti, non viene tuttavia meno la freschezza della proposta, che continua a essere emotivamente coinvolgente. C’è la voce di Ina, in primo luogo: caldissima, duttile, e con un timbro che ricorda quello di Amy Winehouse, ma con accenti leggermente più rock e bluesy. Nulla a che vedere, dunque, con l’impostazione scolastica e omologata che abbiamo ascoltato, più o meno, in tutti i talent del mondo (come detto, Ina arriva proprio da lì). La ragazza ha personalità da vendere, i dischi di papà, lo si capisce, li ha ascoltati tutti, ma il suo talento vocale la tiene distante dal tratto calligrafico o dal mero recupero filologico. Non solo è credibile, quindi, ma possiede anche le qualità indispensabili per muoversi in un contesto musicale riconoscibilissimo, portando però con sé una ventata di disinvolta e giocosa leggerezza.Prova ne è il fatto che le undici canzoni in scaletta sono tutte autografe e denotano, nonostante la giovane età dell’artista, doti compositive decisamente interessanti.

Se il precedente disco iniziava con Hanging Loose, un r’n’b marchiato Aretha Franklin, che metteva subito in chiaro quanto brillante e coinvolgente fosse l’approccio di Ina alla black music, Been Meaning To Tell You si apre in toni decisamente più sommessi, con una ballad gospel per pianoforte, organo e voce (Be My Home), in cui la Forsman mette a nudo la raggiunta maturità e afferma un talento vocale di straordinario impatto emotivo.

Il resto del disco, poi, conferma la padronanza della materia da parte di Ina, perfettamente a suo agio quando cavalca scalmanati destrieri funky (Get Mine), seduce con stilosissime melodie soul jazz (All Good), compete con Beth Hart nello slow blues a lenta combustione di Miss Mistreated, travolge con sudatissimi r’n’b plasmati sotto l’egida Stax (Genius), riporta in vita il senso di Amy Winehouse per il soul (Watcha Gonna Do), cerca nuove strade rimasticando funky e jazz attraverso un performance vocale limitrofa al rap (la superba Why You Gotta Be That Way) o chiude la scaletta seduta sulle sponde del Mississippi, cimentandosi in un blues a cappella che lascia senza parole (Sunny).

Unico appunto: ancora una volta la copertina del disco svia l’ascoltatore dal tema principale del racconto, evocando musica pop o folk invece di uno straordinario affresco di black music. Particolare da poco, certo, perché una volta che entri in sintonia con questa ragazza, non la molli più. Talento impressionante, disco favoloso.