I Belle and Sebastian non suonavano in Italia dal 2018, un tempo incredibilmente lungo per un act che dalle nostre parti è sempre stato molto popolare. Sarebbero dovuti tornare qualche anno dopo il Covid (non ricordo di preciso la data) ma poi si erano trovati costretti ad annullare tutto il tour europeo, a causa di problemi famigliari del cantante Stuart Murdoch.
Finalmente pare che sia la volta buona: due concerti previsti, Milano e Bologna, e un'occasione decisamente speciale, vale a dire i trent'anni di If You’re Feeling Sinister, l'acclamato secondo album, uno dei preferiti in assoluto dai fan, arrivato appena poco prima dell'esplosione commerciale di The Boy With the Arab Strap, ma già in possesso di tutti i requisiti per fare comprendere a tutti che ci si trovava di fronte ad un gruppo dal talento fuori dal comune.
Siamo al Parco della Musica, location inaugurata lo scorso anno in zona Novegro, a pochi passi dal Magnolia e dal Parco dell’Idroscalo, e che non avevo avuto ancora modo di visitare.
Devo dire che, al netto delle zanzare (ma la zona la conosciamo) e dei soliti prezzi di cibi e bevande totalmente fuori controllo (ma anche questo è un aspetto che, a meno di avere a che fare con realtà di ultra nicchia, è ormai divenuto fisiologico) si è dimostrata funzionale e anche piuttosto piacevole: due palchi, posizionati perpendicolarmente uno all'altro, entrambi a coprire aree piuttosto contenute, da non più di qualche migliaio di persone, in modo tale da offrire una buona visuale anche a coloro che si fossero sistemati in fondo. Una venue utile per artisti e band di medie dimensioni (quelli, per intenderci, troppo grossi per un’Alcatraz ma troppo piccoli per riempire un Forum) e che ancora mancava dalle nostre parti.
Probabilmente per la band scozzese un luogo del genere risulta tuttavia sovradimensionato: al di là della scelta, non molto funzionale, di mettere le sedie, ad occhio mi è sembrato che l'affluenza fosse simile a quella dell'ultima volta al Fabrique, ma ovviamente potrei sbagliarmi.
Arrivando in ritardo, mi perdo l'esibizione dei riformati L’Officina della Camomilla, che stanno per tornare con un nuovo disco e che sembrano essere piaciuti particolarmente agli headliner, visto che ad un certo punto Stu li ha pubblicamente elogiati e ringraziati dal palco.
Il set della band di Glasgow viene preceduto da un breve filmato in cui Ciara MacLaverty, sullo stesso sfondo rosso utilizzato per la copertina di If You're Feeling Sinister, racconta il suo incontro con la band e le particolari circostanze per cui si è trovata a posare per quello scatto iconico. Tutto molto interessante, se non fosse che il suo accento marcato mi ha fatto perdere gran parte di quel che ha detto…
Dopodiché, ecco la band al completo salire sul palco e attaccare con le atmosfere minimali di “The Stars of Track and Field”.
Come più volte annunciato, nella prima parte dello show l'album sarà eseguito per intero, in rigoroso ordine di scaletta. Stuart, allegro e gioviale come sempre, parla parecchio tra un pezzo e l'altro, spezzando un po' la continuità dell’ascolto ma, paradossalmente, senza apparire fuori luogo: i suoi interventi sono perfettamente integrati in quelle canzoni malinconiche e dense di suggestioni letterarie, che offrivano un efficace spaccato della vita post adolescenziale a Glasgow alla metà degli anni Novanta. Nelle sue parole c’è tutto il rapporto col suo pubblico, che è sempre stato stretto e quasi personale, per quanto possibile, l’idea del tempo passato, dei fan che sono cresciuti assieme alla band e che, da ragazzini che erano, hanno messo su famiglia, hanno fatto dei figli che, in diversi casi, adesso sono lì anche loro sotto al palco.
Quelle canzoni da cameretta, rappresentazione fedele di una spasmodica ricerca della propria dimensione identitaria, dal rapporto con la religione alla scoperta della sessualità, sono ancora qui, in tutta la loro timida e un po' dimessa bellezza, ma assumono ovviamente un altro significato per chi le suona e chi le ascolta perché il tempo, in una sorta di riattualizzazione del celebre finale della Rechèrche di Proust, ci ha radicalmente trasformati e non saremo mai più quello che eravamo prima.
Non è un caso che il frontman dica una cosa che ho trovato particolarmente interessante: "noi abbiamo messo il cuore in questo disco (parafraso il discorso con parole mie) ma subito dopo averlo pubblicato siamo andati avanti, ne abbiamo fatto molti altri, questo qui ce lo siamo lasciato alle spalle. Siete stati voi a renderlo importante, perché lo avete ascoltato tanto, perché avete continuato a chiederci queste canzoni, e alla fine anche noi abbiamo compreso che cosa avevamo realmente fatto".
Vista in questi termini, l'operazione di stasera non è un mero tributo alla nostalgia, ma si configura soprattutto come un tentativo di narrare il presente attraverso il passato, guardare quello che si è anche alla luce di quel che si è realizzato prima. Perché è vero, i Belle and Sebastian in seguito hanno fatto tanti altri dischi, alcuni di essi belli tanto quanto il loro sophomore, ma l'urgenza e la delicatezza di quelle dieci canzoni racchiuse in quella copertina rossa non verranno mai più ripetute.
Va da sé che l'esecuzione è stata di altissimo livello, quella che può essere offerta da una band in grande spolvero, i cui nove elementi hanno saputo offrire tutta la profondità sonora e le variazioni di dinamica necessarie a rendere al meglio ogni singola sfumatura di questo capolavoro. Dalle malinconie pianistiche di “Fox in the Snow”, passando per l'ironia caustica della title track, la romanticheria di “Like Dylan in the Movie”, il divertissement in chiave Indie Pop di “Me and the Major” e dell'irresistibile “Get me Away From Here, I’m Dying” (che i Perturbazione anni fa resero superbamente in italiano - di fatto è grazie a loro che li ho scoperti), fino al minimalismo etereo di “Judy and the Dream of Horses”, che però nel finale si accende in un'esplosione festosa di chitarre, fiati e archi.
In tutto questo, le sedie durano lo spazio di una manciata di pezzi perché il pubblico, galvanizzato da una battuta di apprezzamento di Stuart verso coloro che si erano posizionati ai lati per ballare senza disturbare, ha pensato bene di riversarsi in massa sotto al palco (c'era parecchio spazio) e lì ci è rimasto fino alla fine. Nessuno si è lamentato e in fin dei conti va bene così: un concerto del genere, per quanto nella mia vecchiaia incipiente apprezzi molto stare seduto, va goduto in piedi e agitandosi il più possibile (parlo per chi ha ancora le energie per farlo, ovviamente).
La seconda parte è dedicata al resto del repertorio, cambia ad ogni data e a noi va particolarmente bene, perché il gruppo sceglie di pescare soprattutto tra le cose più datate (che per quanto sia scontato dirlo, sono di gran lunga le migliori), in un mix di vecchi classici e deep cuts. Tra queste ultime, particolarmente apprezzate sono state “Seymour Stein”, cantata dal chitarrista Stevie Jackson, e soprattutto “Put the Book Back on the Shelf”, tratta da uno dei primissimi EP, che la band ha deciso di riservare al pubblico italiano proprio perché si è resa conto che è uno di quelli che più segue la band dagli inizi.
Nel finale sono poi immancabili “Sukie in the Graveyard”, “The Boy With the Arab Strap” (con la solita scena dei fan che invadono festosamente il palco e Stuart che passeggia in platea durante il lungo finale strumentale, dialogando piacevolmente coi presenti) e “I Didn’t See It Coming”, in un tripudio di melodie perfette, nella migliore tradizione Indie Pop.
Non li vedevo da otto anni e non ricordavo che fossero così bravi. Può essere finito il loro impatto storico, ma lo spettacolo che offrono è ancora qualcosa che chiunque ami la musica dal vivo non può per nulla al mondo perdersi.
