L'aria attorno alla Cavea dell'Auditorium è immobile, un respiro caldo che avvolge le pietre e gli astanti. Non c'è vento a rinfrescare la notte romana, ma solo un abbraccio d'afa profonda, con la città che trattiene il respiro in attesa di una brezza, di un ricordo di fresco. A piccoli gruppi ci inerpichiamo per la salita Gianni Borgna e il ricordo toponomasticamente indotto, corre a chi ha saputo e voluto rileggere la musica leggera, nazionalpopolare, come ritratto significativo della storia e della cultura di un intero paese. Non era lui che diceva che “la canzone non è un'arte minore, ma lo specchio più fedele dell’anima e dei cambiamenti sociali di un popolo"? E chissà cosa penserebbe Gianni, in questa incandescente e fremente serata, dell’artista che mi accingo ad ascoltare?
Con questa domanda nella testa mi siedo: gli astanti fremono, molti si attardano per una birra e un panino consumato in fretta sopra gli spalti. Fioccano selfie e foto del tramonto che si spegne tra i palazzi in lontananza: c’è chi si videochiama per affetto e chi lo fa con una punta di malizia: “Peccato che stasera non potevi…”, quando una voce inaspettata richiama lo sguardo di tutti verso il palco. Sulla scena è comparso un giovane con la chitarra, accompagnato da un altrettanto giovane percussionista: si tratta di Amalfitano, fresco cantautore che, a giudicare dallo stile, strizza abbondantemente l’occhio al vecchio cantautorato italiano e canta con voce appassionata, di giornate assolate trascorse in casa e notti perdute nei piano bar con un’ironia amara piegata a raccontare la quotidianità e le relazioni con sarcasmo e ostentata leggerezza.
Il pubblico si ritrova in quelle che sembrano piccole sceneggiature gridate alla luna che occhieggia dietro gli spalti, e applaude con un raro moto d’affetto il cantautore che apre le danze con la sua chitarra solitaria, mentre si prepara ad accogliere il vero beniamino della serata.
Quando la band si affaccia sul palco tutta la cavea annega nel calor bianco di un’unica ovazione: l’attesa è finita, finalmente ed è arrivata la star della serata, Ben Harper, ovvero l’ultimo vero pontefice della musica roots americana. Più che un ingresso solenne, si avverte il tocco di un'introduzione leggera, intessuta di una confidenziale delicatezza, per un artista che sostiene con estrema confidenza il ruolo di fedele custode della tradizione e, al tempo stesso, di innovatore capace di fondere stili e spiriti solo apparentemente diversi.
Con grazia eterea, Harper e il gruppo si assommano ad un lato del palco e intonano il delicato gospel di “Below Sea Level”: è un’entrata in scena sommessa che riposiziona l’orizzonte e accorda il respiro, dando avvio ad una conversazione profonda tra passato e presente e impostando quel dialogo intimo e diretto con il cuore del suo pubblico che contraddistingue i live dell’artista.
Per decifrare questo personaggio in bilico tra tradizione e rivoluzione, dobbiamo tornare indietro nel tempo, fino al 1969. Ben non è un musicista che si è limitato a studiare la tradizione, ci è letteralmente cresciuto dentro: la sua culla è stata la leggendaria "bottega" dei nonni materni, il Folk Music Center di Claremont, in California. Il bambino di allora ha mosso i primi passi respirando la polvere di antichi strumenti, che divenivano quasi oggetti magici che popolavano questo santuario della musica popolare. Nel centro transitavano e dialogavano il folk più puro, il blues ancestrale e la grande canzone d'autore americana. È in questo ecosistema, per sfoderare una parola ormai abusata, che si forgia la sua anima musicale e dove inizia a splendere l'infatuazione di Ben per la sei corde, che si manifesta prestissimo. Infatti, a soli nove anni, il piccolo Ben rimane folgorato da un concerto di Bob Marley, un'esperienza mistica che lui stesso, negli anni della maturità, ricorderà come il momento decisivo della sua vita. È in quel giorno che si fissa nel suo DNA l’imprinting del reggae, nella sua accezione di vibrazione spirituale, di ritmo ancestrale, ma soprattutto come messaggio di emancipazione sociale: un marchio che non lo abbandonerà più.
Poco dopo, durante l'adolescenza, avviene il secondo incontro abbagliante: quello con il blues delle origini, in particolare con il mito faustiano di Robert Johnson. Questa fascinazione lo spinge a specializzarsi nell'uso della slide applicata alla Weissenborn, un’inquieta chitarra lap steel che diventerà il suo vero e proprio marchio di fabbrica, la sua inconfondibile firma timbrica. Il passaggio dall'apprendistato al professionismo è segnato dall'incontro ravvicinato con un gigante come Taj Mahal, con cui Ben incide e condivide l'esperienza formativa della strada e del tour. Negli anni '90 i primi album solisti pubblicati per la Virgin lo impongono sulla scena internazionale non come un semplice esordiente, ma come figura liminale e non sostituibile. Ben Harper si posiziona esattamente all’intersezione di tre mondi, di tre visioni musicali e forse esistenziali: la vibrante scena jam americana, il folk-soul militante di protesta e il rock d'autore più viscerale. Da quel momento, la sua musica ha incessantemente lavorato per superare le barriere tra i generi, soprattutto tra la "musica bianca" (il cantautorato folk) e la "musica nera" (soul, gospel, R&B), senza abbandonare una visione politica più ampia, declinata anche sull’impegno politico: difficile dire se ha inventato un genere nuovo, ma di certo ha contribuito a recuperare e rigenerare il passato, rendendolo accessibile e vitale per il pubblico contemporaneo.
Quando Ben imbraccia una delle sue fedeli slide guitars e con la band intona “Ground On Down”, l’incantesimo contemplativo si spezza e l’aria stessa freme, la voce acquista la sua grana e il blues più ruvido fa la sua comparsa. Si ripresenta il primo Harper, quello degli anni ’90 che ha trasformato lo studio del blues in un linguaggio vivo, per cantare la sua generazione e farne un manifesto vivente del proprio stile musicale.
Si prosegue con il soul minimale di “Need To Know Basis”, una confessione trattenuta e una meditazione sul dolore, l’intensa anima rock e soul di “Don’t Give Up on Me Now” che Ben trasforma in un gospel sofferto, quasi sussurrato alla platea. Poi si sfocia nel groove composito, che oscilla tra il modern R&B, il soul e il funk con “Where Did We Go Wrong”: la voce di Ben si muove su tonalità più calde e meditative, con un uso sapiente del falsetto e le cadenze del gospel e del soul ad accentuare l'urgenza sociale e il senso di smarrimento espresso nel testo.
Da questo momento Ben e i suoi innocenti criminali inanellano classici vecchi e nuovi, soprattutto il reggae compatto e ritmato di “Finding Our Way” e il blues basso e profondo di “The Will to Live” che chiariscono come lo stile musicale di Harper, pur tenendo al centro il blues delle origini, sia capace di assorbire tutti i generi senza perdere la propria identità, intessendo un dialogo appassionante, retto dalla voce eclettica, viscerale di Ben. E proprio la sua voce si riconferma uno strumento duttile che non cerca la perfezione tecnica, ma punta tutto sulla massima intensità emotiva, muovendosi tra la ruvidezza del blues e la purezza del gospel, tenendo insieme la trama ritmica e intima dei suoi pezzi, anche quelli più scabri, lottando strenuamente contro alcune scelte poco condivisibili nel dosaggio dei volumi, su alcuni brani purtroppo troppo impastati da una distorsione poco controllata.
Dove invece cambia l’atmosfera è sicuramente nei momenti acustici, dove la voce di Harper risplende con il suo timbro caldo, leggermente roco, che connota immediatamente ogni interpretazione, lasciando intravedere la vita vissuta tra le maglie dei suoi testi poetici. E allora ecco far capolino il suo falsetto limpido, che condisce di dolcezza e vulnerabilità le interpretazioni di molti dei suoi pezzi più intimi, come la nostalgica “Morning Yearning”, la romantica “Steal My Kisses”, o la malinconica “Diamonds on the Inside” e la dolente “She's Only Happy In the Sun”.
La voce di Ben ha una grandissima escursione emotiva: capace di sussurrare confidenzialmente nelle ballate folk, sa poi esplodere in un urlo potente, graffiante per incendiare i pezzi più rock. Il suo fraseggio, i vibrati accennati e le improvvisazioni rimandano direttamente alla tradizione della musica sacra afroamericana e del soul degli anni '70, che gli permettono di infondere un senso di urgenza e laica religiosità in ogni traccia. Il tutto viene splendidamente sostenuto dalla sua band: nel concerto abbiamo potuto apprezzare la straordinaria intesa dell'attuale formazione dei The Innocent Criminals. Dopo la scomparsa del leggendario bassista storico Juan Nelson, la band ha saputo rigenerarsi mantenendo intatta la propria impronta ritmica: Olivia Charles alla batteria, garantisce il groove solido, preciso e dinamico che definisce il sound della band fin dagli esordi; Chris Joyner alle tastiere, è il creativo tessitore di arie e tappeti sonori che orchestrano Hammond, piano e sintetizzatori con innata sensibilità soul, mentre un ottimo Alex Painter alla chitarra e la new entry Darwin Johnson al basso, arricchiscono l'impatto sonoro, assecondando e dialogando con le incursioni soliste di Harper.
Quando l’esibizione volge al termine, dopo un bis che dura quasi un altro concerto, non possiamo non ritrovarci conquistati da questo entusiasmante mattatore: la sensazione che ci domina è che ancora una volta che questo affascinante cantore delle radici ci abbia concesso di condividere non semplicemente un’esibizione di rara intensità, ma un frammento autentico della propria vita. Non si tratta solo di un’esperienza spirituale, intima e fortemente energetica: quello che Ben e la sua banda stabiliscono è una connessione profonda con il pubblico, celebrata con una cerimonia comunitaria, distinta da una forte connessione e racchiusa da una cornice essenziale ma colma di significati.
Ci siamo lasciati commuovere dall’affettuosa coreografia improvvisata durante tutto il concerto da due bambine al seguito della band, come ci ha scaldato ulteriormente il cuore l’affezionato interessamento di Ben alla sorte di una ragazza che aveva sofferto un malore e che lui ha salutato per nome (“Giorgia!”), non appena si è ripresa e ha potuto allontanarsi dal Pit. Questi momenti hanno ulteriormente sfumato di emozioni l’eccitante alternarsi di ballate acustiche bisbigliate a esplosioni rock e funk travolgenti. Ogni brano è sembrato dilatarsi in una lunga jam session strumentale che ha testimoniato, se mai ne avessimo avuto bisogno, la grandissima intesa tra i musicisti: su tutto ha brillato il suono della chitarra lap steel, che ha rafforzato un'atmosfera ipnotica, con accenti caldi e doloranti. E questo canto ferito, malinconico e appassionato che è partito dal palco è finito direttamente nel cuore delle persone, ricamando una lirica dell’anima che costantemente lotta per ricordare un passato sofferto, riafferma l’urgenza del corpo e approda, attraverso una intensa ricerca spirituale fino all’accettazione malinconica del fatto che il presente è difficile, complicato, ma è il nostro presente.
La forza della sua musica è questa: attraverso una preghiera privata, un’invocazione primigenia alla forza dell’amore e delle emozioni è capace di aprire la porta alla parte più profonda della sua vitalità e lasciarci accomodare in essa come gente di casa, come ospiti graditi di una sensibilità così ampia da abbracciare tutto il mondo, tutta la storia, tutti i generi. E su questo forse anche Borgna sarebbe d’accordo: con la sua voce sottile e lo sguardo incorniciato dai suoi occhiali spessi, avrebbe probabilmente descritto Ben Harper come un moderno "cantastorie globale", capace di saldare la radicalità della canzone di protesta con la grande tradizione della musica popolare transnazionale: forte di un approccio sincretico, ibridante ma ben radicato nelle radici più salde del blues, lo avrebbe definito un coraggioso travalicatore di confini, di barriere geografiche e musicali alla ricerca di un linguaggio universale che non tralascia l’impegno civile e continua nobilmente la memoria della "protest song" americana degli anni '60. Non ultimo, lo avrebbe definito come raffinato sacerdote di cerimoniali collettivi, eventi dove la musica si trasfigura in momento di aggregazione e catarsi comunitaria, riti laici dove, pur all’interno di un sistema commerciale, alla musica viene restituita la sua funzione sociale originaria.
Guardo il cielo: la luna sembra sorridere. Ancora una volta, in questa estate romana, abbiamo assistito a un piccolo miracolo: l’incontro tra anime, storie e prospettive diverse, raccolte per qualche ora dentro lo stesso spazio e lo stesso suono. Ben Harper resta uno degli esempi più limpidi di come una musica nata dalla radice popolare possa diventare linguaggio universale, cultura condivisa e persino impegno civile, senza mai perdere l’onestà delle proprie origini. E come chioserebbe Gianni, “una vita senza cultura, senz'arte, senza poesia è una vita senza senso”.
Le fotografie della serata, a cura di Gianluca D'Alessandria
