Questi figli d'Albione sono il suono moderno di un mondo ostile e disumano, ricordandoci però che la gentilezza e la poesia sono sempre in agguato. Sotto le basse volte di un circolo iconico della capitale, ci importunano fino a farci riflettere seriamente sulla direzione da intraprendere. Emozionati per il loro primo tour italico, i Benefits cantano per chi di benefici proprio non ne ha, ma li rivendica.
Robbie Major si ferma a fare due chiacchiere prima di salire sul palco spartanissimo del Trenta Formiche. Abbiamo qualcosa in comune, cioè il tempo passato tra North Yorkshire e County Durham, da cui provengono. Bellezze di York a parte, sono da sempre terre dure per i lavoratori, spesso in contrasto con i poteri londinesi. Pescatori, operai, agricoltori, minatori rotti e allo stesso tempo orgogliosi del proprio lavoro. Famiglie esplose e segnate, giovani che lanciano sogni al di là di una barriera invisibile e spesso troppo alta per chi vuole spiccare il volo. Qui la resistenza si fa al pub, stringendosi in comunità piuttosto conservatrici ma, allo stesso tempo, capaci di slanci di umanità e buon senso e di non rassegnarsi all'imperiale "Keep calm and...".
Da qui Robbie e Kingsley Hall, la voce, osservano il mondo e no, non sono per nulla felici di quello che vedono. Ma sono ragazzi generosi, affettuosi con la vita e con il loro pubblico, perciò ci avvertono che il loro show sarà coinvolgente, rumoroso, spesso spiazzante. Ma sincero. Quindi, sotto le luci fisse rosso sangue, la loro fabbrica del rumore inizia a detonare. Non c'è la batteria e gli dispiace, in fondo la percussione è quell'elemento primordiale che non si sostituisce facilmente con l'elettronica (specialmente se è quella di collaboratori illustrissimi del passato). Un viaggio onirico inizio con "Constant Noise" e conferma come, dopo le cacofonie inquietanti del primo LP Nails, la band sia su una traiettoria altrettanto poetica, ma mai rassicurante.
Da subito non si fanno sconti, arriva così "Marlboro Hundreds", certamente uno dei pezzi più sfidanti di tutto il repertorio. La rabbia di Kingsley è teatrale, contorcendosi col volto e con il corpo intero. E sarà così per tutto il set, amplificando la potenza delle note e dei rumori. Poi, "Land of the Tyrants" espone la loro terza anima, con un piede piantato nell'EDM ed echi perfino di New Wave. L'effetto è una voglia di danzare allegramente verso il baratro, perfettamente raccontato dai testi scanditi con una voce piuttosto agile. Dalla distorsione disperata, i toni arrivano perfino al crooner, come commenta uno spettatore soddisfatto.
"Warhorse" è nella migliore tradizione Post-Punk, mentre "Lies and Fear" fa del Noise un Jazz inquietante, imprevedibile quanto tagliente. "Missiles" è semplicemente apocalittica e ammaliante. A pochi giorni dall'annuncio che il Doomsday Clock non è mai stato così vicino alla mezzanotte, la nenia rassicurante semplicemente non lo è per niente. La guerra è vicina, "And what are you doing about that?", chiede Kingsley arrabbiato.
Il resto della scaletta è una sinusoide che tocca tutti questi registri a ripetizione. "Divide" è un rap con riferimenti inequivocabili a quello che stà uccidendo la democrazia e si chiede a vuoto quale possa essere la soluzione. "Burnt Out Family Home" è un ritratto dolceamaro che si squaglia lentamente, come la nostra famiglia terrena. Si vuole tornare a casa al sicuro, al caldo che il tappetone sonoro ricorda. Eppure si è persa la via.
Chiudono "Traitors" e "The Victory Lap", ennesimo contrappunto tra il tono più militante della denuncia di Nails e la poesia proletaria più tipica del secondo lavoro, Constant Noise. Mi rivelano che ambiscono ad atmosfere cinematografiche per il loro lavoro in arrivo ma già il loro suono mi ricorda uno scenario da Blade Runner di periferia.
Frequenti sono le invocazioni alla Palestina libera, forse il conflitto più rappresentativo dei controsensi, della disumanità e delle ingiustizie sociali ai quali la nostra civiltà distratta è arrivata.
L'intrigo sonoro è ricercato e affascinante, incomprensibile e sconfortante nel migliore dei modi. Sia nel rumore che nell'idillio apparente, la performance dei Benefits è una delle più inquietanti mai sperimentate. Ci avvertono, ci spronano e ci ammoniscono che qualcosa, forse tanto e troppo, così non va. E l'unico beneficio è avere artisti con una visione così chiara che ce lo ricordano.
Le fotografie della serata
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