La Sala Santa Cecilia si riempie velocemente, un ventre caldo e pulsante di umanità radunata in trepida attesa. Non è il pubblico patinato delle grandi occasioni, dei concerti sofisticati: qui stasera vagano facce scavate, capelli colorati, vestiti di pelle consumata dai tanti concerti, solcata dalle note e dal sudore. Vecchi rocker, ex punk, voci arrochite dall’età e dalle sigarette, affrante da quella fame ostinata di verità che solo poche voci riescono ancora a saziare.
Fuori, Roma dipinge se stessa sotto un cielo plumbeo, stratificato come una coscienza inquieta: le nuvole basse e opprimenti si sdilinquiscono e si lasciano squarciare a tratti da fenditure d’azzurro che vorrebbero rassicurare ma finiscono solo per amplificare il contrato. Il cielo è nervoso, instabile, preludio meteorologico, presagio accurato di quella atmosfera che animerà il palco stasera e che si annida dietro gli sguardi vogliosi degli spettatori: come se la stessa città si fosse accordata sulle stesse note possenti e nervose di Beth Hart.
Dentro, dopo un’attesa elettrica, le luci calano improvvisamente e il brusio si trasforma in un silenzio irrequieto, rotto dalle prime grida e i fischi acuti dei fan più accaniti. Qualcuno esce da una quinta, nell’ombra, e lascia un bicchiere sopra il pianoforte, quasi come se fosse un segnale implicito di prepararsi all’impatto imminente. Perché un concerto di Beth Hart non è mai solo musica: è una collisione emotiva, un’esperienza che scava, che ti strappa dalla sedia e ti proietta in un carosello di emozioni, costringendoti a riconoscere crepe che pensavi fossero ben nascoste.
E in questo equilibrio precario tra attesa e tensione, tra l’anelito ad essere travolti e la paura di esserlo davvero, si riflette perfettamente l’anima di una cantante che ha trasformato la propria instabilità in una cifra stilistica. Entusiasmo e disperazione non sono poli opposti, nel suo mondo: convivono, si alimentano, si rincorrono senza tregua. Proprio come quel cielo là fuori, che non riesce a scegliere se crollare o aprirsi.
Quando il palco si accende, non è solo l’inizio di un concerto. È l’apertura di una ferita condivisa.
Siamo a Los Angeles, metà degli anni Settanta: una bambina si siede al pianoforte, ha quattro anni e prova a imitare Ludwig van Beethoven, il più disperato tra i romantici. Non è un dettaglio, è un manifesto: da lì è facile disegnare una rotta di ispirazione appassionata: Etta James, Otis Redding, Led Zeppelin, e il passaggio dalla classica al blues è una destinazione inevitabile. “Il blues ti permette di sentire il dolore”, dirà più tardi. Questa è la prima chiave per capire il canto di Beth: non canta il dolore, canta dal dolore.
È quello stesso dolore che scava i tratti del volto di quella bambina ormai cresciuta, l’amazzone innocente che entra con passo deciso avvolta nel suo vestito nero e attillato, che saluta il pubblico con un affetto eccessivo, incontenibile. Beth finalmente si siede al piano e attacca “L.A. Song”, che con cruda energia smonta dall’interno il mito di Los Angeles, raccontandone la promessa fallita che si fa disillusione e voglia di fuga, immedesimandosi (svelandosi?) nel ruolo della protagonista che si ritrova in un sogno ormai tossico, la metafora di una aspirazione che divora dall’interno. È questo il ritratto di tante persone che si perdono nella città degli angeli oppure, come lei stessa ammette in uno dei tanti impeti di sincera onestà che contraddistingueranno questa serata, la storia di come abbia affrontato “her own shit”?
Il ghiaccio è rotto, e si prosegue con il blues struggente di “I’ll Take Care of You”, cover sfruttata che Hart trasfigura in una confessione personale, una supplica a potersi prendere cura delle fragilità dell’altro, o forse delle proprie. Anche se manca la chitarra infuocata di Joe Bonamassa, quella sorniona del buon vecchio Jon Nichols, efficacemente coadiuvata dalla ritmica sapiente di Tom Lilly (basso) e da Bill Ransom (percussioni), sostengono la voce suadente e sospirata che a tratti si fa canto possente e inesorabile costringendo anche la chitarra ad alzare la voce in un solo poderoso.
Concedetemi un altro flashback: sono appena iniziati gli anni Novanta, Hart è una creatura che spopola nei club di Los Angeles. Vince “Star Search”, incide i primi dischi, ma è con Screamin’ for My Supper (1999) che arriva il successo: sembrerebbe l’inizio di una carriera come tante, ma non lo sarà. La sua storia si incrina: il suo disturbo bipolare (di cui parlerà apertamente solo anni dopo) non è una nota a margine, ma una forza strutturante della sua vita e della sua musica. A questo si sommano dipendenze pesanti: alcol, droghe, un rapporto distruttivo con il proprio corpo e con il proprio talento. L’industria musicale, che ama che ama i talenti ma detesta le fragilità, la abbandona. Viene scaricata dalle major, e per anni sembra una promessa spezzata. Ma è qui che Beth Hart smette di essere “una cantante promettente” e diventa un’artista necessaria: si libera non attraverso una “epifania”, ma con un processo lungo, terapia, farmaci, accettazione. E soprattutto quello che nel rock è quasi un tabù: disciplina.
E sembra quasi alludere a questa faticosa conquista quando intona “Setting me free”, cantando di una libertà non trionfale ma dolorosa, quasi violenta. Una libertà che si acquista spesso perdendo qualcuno, magari qualcuno verso il quale si ha un’attrazione oscura, sinistra, distruttiva come in “Your Heart Is Black As Night”, una splendida cover di Melody Gardot, ispirata all’attrazione impossibile per ciò che ci distrugge. Ma è la vita che vince, come ricorda poco dopo, con un altisonante arrangiamento, in “Lifts You Up”, che ribadisce il tema del dolore ma come dolore creativo, come forza che se non ti abbatte, ti costruisce. Tema ripreso forse dalla seguente “Lie Me Down”, un’ode potente e rocciosa alla resa e alla vulnerabilità, alla dimensione quasi spirituale dell’abbandono all’altro e alla fine, la fine che diventa un nuovo inizio.
A questo punto le chitarre e le pelli dei tamburi tornano silenti anche se per poco: Beth incastona “St. Teresa” in questo rosario struggente, una delle canzoni più complesse e sofferte, una rappresentazione di come santità e peccato, misticismo e carnalità, siano eternamente avviluppati in un eterno dialogo tra religione e desiderio. Il canto, tormentato e sinuoso, si dispiega nel tentativo di dare forma alle proprie ragioni, per poi spezzarsi in un pianto liberatorio: è lì che Beth rivela la sua verità più intima, quella di un Dio che non misura la fede, ma resta comunque accanto, silenzioso e presente.
Questa speranza consapevole anima anche le note di “Wonderful World”, sorregge la malinconia sottesa all’ironia di “Sugar Shack” e le note sincopate di “Bang Bang Boom Boom”. I successi si inanellano in un ritmo incessante, in una giostra frenetica, dove si avvicendano “Love Is a Lie”, “Fire on the Floor” chiamata a gran voce dal pubblico, l’inoppugnabilmente autobiografica “Leave the Light On”.
Questa ridda forsennata di canzoni nella quala veniamo trascinati in uno spettacolo irresistibile, non viene semplicemente interpretata da Beth, ma viene vissuta con attitudine e mestiere: sirena imponente e provocante, la cantante si sposta in maniera sfrenata tra palco e platea, cantando, ballando, abbracciando il pubblico, arrivando a sedersi sulle gambe dei fan. Il pubblico è incontenibile: urla, fischia, si agita inquieto sulle sedie: l’eleganza lignea e formale della sala contrasta con il furore incontenibile del blues e del rock che esplodono nelle sue canzoni.
A guardarla e ascoltarla, emerge chiaramente l’impossibilità di definirla, di rinchiuderla in una conciliante ma al tempo stesso fuorviante etichetta: la sua specificità non è quella di appartenere ad un genere ma è quella di attraversare i generi. Proprio la sua potenza vocale e la sua tecnica allargano e moltiplicano l’estensione del suo talento. A fronte di una voce possente, Hart possiede un controllo dinamico rarissimo: può passare da un sussurro quasi jazzato a un’esplosione rock nel giro di pochi secondi, senza soluzione di continuità. E ciò che ha scelto di fare è proprio mettere al centro del proprio talento l’instabilità come cifra espressiva: dove altri lavorano per levigare, per smussare la performance, Hart fa l’opposto: lascia visibili le crepe, evidenzia le imperfezioni, le cavalca, anticipando o ritardando il tempo, sporcando il fraseggio, forzando la voce fino al limite della rottura. Forse il nome che a questo punto ci evoca più facilmente è quello di Janis Joplin, per la voce graffiante, potente, le radici blues e soul, capace di scolpire nelle interpretazioni il dolore, la passione e la gioia. Ma quella che in Janis era euforica ribellione, In Beth è mostra consapevole della propria umanità, delle proprie debolezze, imbrigliate e addomesticate grazie alla consapevolezza acquisita dopo la caduta. Lei può narrarla, perché si è rialzata. Lei deve cantarla, perché l’ha vissuta.
Lo spettacolo volge al termine, ma il pubblico non ne ha ancora abbastanza: a gran voce richiama la propria favorita che, con consumata consapevolezza, regala due ultimi gioielli dedicati proprio a quelle fragilità che diventano campi di battaglia fisica e spirituale. Il primo è un brano dedicato alla caduta, “Woman Down”, dedicato alle donne che espongono le proprie fragilità allo sguardo altrui, rendendosi visibili nella propria sconfitta. L’altro, una ballata dal titolo lampante, “War in My Mind”, che esplora la dimensione interiore, nascosta del conflitto, raccontando di una scissione sofferente tra chi sperimenta il dolore e chi lo osserva, forse un rimando sottile anche alla sua bipolarità, un’oscillazione che rimanda ad una incrinatura interna, insanabile, che si fa traduzione musicale di una frattura emotiva nella quale si fronteggiano eserciti contrapposti figli dello stesso sangue.
Ed ecco improvvisamente comprendiamo che quella ferita che ci ha raccontato Beth è anche la nostra: trasfigurato in questo caleidoscopio di generi musicali, il conflitto perenne tra amore e disperazione, tra dipendenza e salvezza, tra corpo e spirito, non trova redenzione definitiva: questa musica non risolve, è la testimonianza della sopravvivenza. Non ci sono storie da raccontare, o forse ce n’è solo una: quella viva e vibrante che declamano le nostre ferite ancora aperte e non quella rassegnata delle nostre cicatrici.
