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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
14/03/2026
Live Report
Between the Buried and Me + Monosphere, 13/03/2026, Legend, Milano
Aver visto in azione i Between the Buried and Me e i Monosphere al Legend ci ricorda perché i concerti esistono e, soprattutto, perché continuiamo ad andarci. Il racconto di una meravigliosa serata a base di progressive metal.

Non è scontato che una band con quasi venticinque anni di carriera e tredici album alle spalle continui a suonare come se avesse ancora qualcosa da dimostrare. È la sensazione che attraversa il pubblico del Legend Club quando, nella serata milanese di venerdì 13 marzo, arrivano sul palco i Between the Buried and Me. Il gruppo della North Carolina è nel pieno del tour europeo dedicato al nuovo album, The Blue Nowhere, e quella di Milano è già la diciannovesima data di una tournée iniziata a metà febbraio che attraversa Europa e Regno Unito. Il rodaggio è evidente: la macchina è perfettamente oliata e la band sembra muoversi con naturalezza in un repertorio che da sempre sfida le convenzioni del metal progressivo.

Non è la prima volta che il quintetto incontra il pubblico italiano in anni recenti (tre anni fa li avevamo visti condividere il palco dell’Alcatraz con gli inglesi Haken) e l’affetto che la platea milanese dimostra fin dalle prime ore della serata suggerisce che il legame è tutt’altro che superficiale. Il locale è già pieno ben prima dell’inizio del concerto: è un pubblico partecipe, competente, che sembra conoscere a memoria ogni svolta della discografia di una band che nel tempo ha trasformato il progressive metal in un laboratorio dove convivono brutalità tecnica, ambizione compositiva e un gusto quasi da musical per la narrazione sonora.

 

Ad aprire la serata troviamo i tedeschi Monosphere, quartetto di Mainz che negli ultimi anni si è costruito una reputazione sotterranea ma solidissima nella scena europea. Hanno a disposizione appena trentacinque minuti, ma li sfruttano con una sicurezza sorprendente. La band passa in rassegna la propria discografia (tre album in tutto finora, incluso l’ultimo Amnesia, pubblicato proprio il giorno del concerto) offrendo una sintesi efficace della loro identità sonora. Il loro è un post-metal stratificato che non teme contaminazioni: passaggi di matrice mathcore, derive atmosferiche che sfiorano il post-rock, improvvise accelerazioni che richiamano il black metal più emotivo, il tutto attraversato da inattese suggestioni jazzistiche e persino classiche. È un mosaico stilistico che potrebbe facilmente scivolare nel manierismo, ma i Monosphere lo tengono insieme con una convinzione palpabile.

Il cantante (camicia nera attillata e presenza scenica intensa, a ricordare George Clarke dei Deafheaven) si concede qualche parola per ricordare che tre anni prima avevano suonato proprio qui al Legend, in apertura ai The Dear Hunter, e che quella data era stata la migliore dell’intero tour. Il pubblico milanese sembra determinato a confermare quella reputazione: gli applausi sono calorosi e sinceri, soprattutto considerando che la band opera completamente in autonomia, rifiutando contratti con le major pur di preservare la propria visione artistica. Se si vuole trovare un difetto, riguarda le tastiere programmate in base, probabilmente una scelta dettata dal budget. Ma è davvero una nota marginale rispetto a una performance intensa e sorprendentemente matura.

 

Alle 21 e 45 in punto, dopo un rapido cambio palco, tocca finalmente ai Between the Buried and Me. La loro attitudine informale è evidente già prima del concerto: entrando nel locale abbiamo intravisto il bassista Dan Briggs al bar mentre chiacchierava tranquillamente con alcuni fan. Non è un dettaglio secondario: la dimensione umana della band è parte integrante del loro fascino.

I settantacinque minuti di set sono un piccolo compendio della loro storia musicale. Sul palco ogni musicista sembra attraversato da una concentrazione quasi ascetica. Paul Waggoner domina la scena con una chitarra che alterna furia tecnica e fraseggi melodici di grande eleganza, mentre il giovane Tristan Auman dei Sometime In February lo affianca con l’entusiasmo di chi sembra vivere un momento di apprendistato sul campo –  e il frequente scambio di sguardi tra i due suggerisce quasi un rapporto tra maestro e allievo. Alla batteria, Blake Richardson offre una dimostrazione magistrale di controllo e inventiva ritmica: la prova vivente che non serve un kit monumentale per costruire architetture ritmiche complesse. Dan Briggs, dal canto suo, alterna basso e tastiere con una solidità impressionante, ritagliandosi anche un paio di assoli che strappano applausi spontanei.

 

Al centro di tutto c’è l’inconfondibile versatilità di Tommy Rogers. Cantante, tastierista e occasionalmente chitarrista (impugna lo strumento durante l’esecuzione di “The Blue Nowhere”), Rogers passa con disinvoltura dallo scream al cantato pulito, evocando per duttilità figure come Mike Patton. In alcuni momenti effettivamente si percepisce l’eco dei Mr. Bungle di Disco Volante, uno dei tanti riferimenti sotterranei della band. Le parole che il frontman scambia con il pubblico durante il concerto, in realtà, sono poche: giusto un rapido «Hello Milano!» e il canonico ringraziamento ai Monosphere – per il resto, parla la musica.

La scaletta attraversa diversi capitoli della loro carriera, alternando brani storici e nuove composizioni senza soluzione di continuità, con i vari brani che sfumano uno nell’altro, come se il concerto fosse un’unica suite. Oltre a The Blue Nowhere, rappresentato da “Absent Thereafter” (che ha aperto il concerto), “God Terror” e la title track, i Between the Buried and Me hanno recuperato brani da Alaska (“Selkies: The Endless Obsession”), Colors (“Sun of Nothing”) e il “gemello” Colors II (“Prehistory” e “Stare into the Abyss”) e Automata I (“Condemned to the Gallows”).

Il pubblico reagisce con entusiasmo crescente, ma è nella parte dei cosiddetti “bis” che l’energia raggiunge il picco emotivo. Quando partono “Silent Flight Parliament” e “Goodbye to Everything Reprise”, entrambe tratte da The Parallax II, il locale esplode. Accanto a noi qualcuno esclama incredulo: «Ma vi rendete conto cosa stanno facendo? È anni che questa non la suonano!». È il tipo di momento che solo una band con una storia lunga e una fanbase devota può permettersi.

 

Finito il concerto e riaccese le luci, accade qualcosa di semplice ma rivelatore. Quando i membri della band rimangono sul palco ad aiutare i loro roadie a smontare la strumentazione, alcuni fan si avvicinano e improvvisamente si crea una piccola scena di normalità: Briggs stringe loro le mani e Rogers (inforcati gli occhiali da vista) scambia due chiacchiere, firma vinili e magliette, e accetta persino il cd che qualcuno gli porge nella speranza di fargli ascoltare la musica della propria band. Non c’è alcuna posa da divi, nessuna barriera simbolica tra palco e pubblico.

Dopo una serata così (con il pubblico capace persino di scatenare mosh pit su brani pieni di tempi dispari) si esce dal Legend Club con la sensazione di aver assistito a qualcosa di più di un semplice concerto. In un’epoca in cui la musica dal vivo sembra spesso inseguire spettacoli sempre più monumentali e disumanizzati, vedere artisti e pubblico condividere lo stesso spazio con questa naturalezza ha qualcosa di quasi catartico. È il tipo di serata che ci ricorda perché i concerti esistono e, soprattutto, perché continuiamo ad andarci.