Quella di mettere rose sulle copertine dei dischi dev’essere una pratica occulta propria della loggia segreta dei Musicisti Elettronici Napoletani. Un messaggio in codice da trasmettere a qualche cellula latente in qualche parte del mondo per avvisare di qualcosa, considerate le aspirazioni internazionali di entrambi i componenti di questa struttura parallela della musica italiana, e mi riferisco a Liberato e ai Planet Funk. La versione del soggetto in diverse stilizzazioni e 2.0 dei tre album del primo, in linea con l’estetica delle ultime generazioni, riflette specularmente la rappresentazione in natura morta opera della band di Marco Baroni, Alex Neri, Alex Uhlmann e (saltuariamente) Dan Black, decisamente più alla portata di boomer e ascoltatori più maturi.
Intanto, a onor del vero, ai Planet Funk di napoletano loro malgrado resta ben poco, dopo il prematuro forfait di Alessandro Sommella e la tragica scomparsa degli altri due membri fondatori, Sergio Della Monica nel 2018 e Domenico Canu nel 2025, che costituivano la colonna partenopea del progetto.
E poi per loro più che di EDM occorre parlare di ADM - Adult Dance Music. La costante conferma nei loro dischi di un’elettronica gentile e rassicurante, nativamente simmetrica, resa da suoni di synth contemporanei, priva di forzature e così saldamente e magistralmente quantizzata sulla cassa in quattro - uno degli asset decisivi per il successo dei Planet Funk - non lascia dubbi sul target a cui un disco come Blooom (con tre “o”, un vezzo o, se anche voi assecondate il vostro istinto complottista come me, una scelta imposta dalla chiave crittografica a cui facevo riferimento prima) è rivolto.
Blooom risulta così un album composto di convincenti estratti (considerazione valida più o meno per tutte le tracce) confezionati ad hoc per passaggi radiofonici da introdurre con l’iper-inglese dei nostri speaker in forza ai network nazionali, e già pronti per accompagnare i futuri spot televisivi di modelli di automobili elettriche ripresi da un drone a violare, a velocità contenuta e a zero emissioni, paesaggi di nature incontaminate (generati dall’AI, non credo che nella realtà ne esistano più).
Un disco che sarà apprezzato dai non più giovanissimi, gente che non corre il rischio di fraintendere lo “sbocciare” della traduzione del titolo, inteso nell’accezione della fioritura e non della tecnica dello stappare una bottiglia di bollicine da supermercato. Persone a cui hanno fatto muovere i piedi sul dancefloor, più di vent’anni fa, le coinvolgenti pulsazioni di hit come “Chase the sun”, “Who said” e “Inside all the people”. Oggi, il techno-pop dei Planet Funk semmai è più adatto alle grandi arene gremite dagli adulti che possono permettersi i biglietti dei concerti di questi tempi, e sicuramente il tour che vedrà la band protagonista la prossima primavera (sono previste tappe nelle principali capitali europee) confermerà il successo del loro ritorno sulle scene.
A lanciare il nuovo album dei Planet Funk sono stati due singoli molto rappresentativi del disco: un non facile (ma riuscito) adattamento in 4/4 di “Nights in White Satin” dei Moody Blues, il lento terzinato già messo a regime disco-music dal sequencer di Giorgio Moroder nei primi anni 70 (e canzone da noi conosciutissima invece per la localizzazione dei Nomadi) e che la versione presente in Blooom supera in quanto a efficacia, e la più recente “Feel Everything”, pezzo che si apre su un ritornello orecchiabilissimo e che, considerato il significato del testo, accompagnerà i nostri buoni propositi di vita in armonia con il mondo, nonostante il momento non prometta niente di che.
Nell’insieme, il nuovo lavoro dei Planet Funk concede poche sorprese ma è ricco di spunti interessanti, a partire dal tributo a “It’s No Good” dei Depeche Mode di “The World’s End”, con cui il gruppo omaggia la band più al centro della loro ispirazione. La scommessa sui prossimi singoli riempipista può essere estesa a “You Are Not Alone” o alla veloce “There’s A Stranger”, ma è dove la vocazione a far ballare passa in secondo piano che si distinguono gli aspetti più originali. Brani come “Any Given Day”, “Two Lost Souls” e “Nowhere Nowhere”, traccia in cui un riuscito riff di chitarra spezza almeno in parte il monocolore digitale dell’album. Per non parlare dell’inconsueto downbeat di “Leap Into The Light” e delle vibrazioni di “Family Reunion”, l’unico brano che si concede un po’ di retromania verso gli anni 80 (in qualche arrangiamento di synth) e gli anni 90 (gli “hey hey” campionati sembrano gli stessi di “Firestarter”).
Tutti fattori che confermano quanto Blooom suoni come un compendio di ciò che ha favorito la fama internazionale dei Planet Funk. Il ritorno a casa di Dan Black, e il suo personalissimo stile vocale dal timbro indie, dimostra l’affetto con cui la formazione omaggia la storia del progetto in sé, i propri padri fondatori e l’anima che ha contraddistinto tutte le produzioni precedenti. Restare fedeli a se stessi, in musica, vale sempre la pena.

