Diciamoci la verità: quante volte abbiamo pensato che fosse finita? I Bluvertigo ci hanno abituati alle fratture, alle dichiarazioni e alle controdichiarazioni, ai ritorni annunciati e poi rimangiati. Nell’estate del 2024, leggendo su Rumore un’intervista ad Andy, avevamo definitivamente messo una pietra sopra all’idea di rivedere i quattro insieme su un palco. «Preferisco non parlarne [di Morgan] perché per me lui riguarda esclusivamente il passato. È stato una parte fondamentale della mia vita, però da anni non c’è più comunicazione», diceva Andy. Una frase che sembrava mettere il punto, non una virgola. E invece, come recita il celebre film (apocrifo) di James Bond: mai dire mai.
Dal congelamento del 2001, le reunion dei Bluvertigo non sono certo mancate. Nel 2008 arrivò l’MTV Storytellers, seguito da un breve tour estivo. Nel 2016 ci fu Sanremo, con un pezzo carino ma nulla più (“Semplicemente”), e l’annuncio di un nuovo album, Tuono – Tono, tempo, suono, rimasto poi nel limbo dei dischi promessi e mai pubblicati. Forse, però, la reunion più bella resta quella del 2015, proprio qui al Carroponte, per un’edizione fuori sede del Mi Ami. C’era Marco Pancaldi, il mitologico primo chitarrista, e c’era una band che sembrava essersi finalmente ricordata di quanto potesse essere pericolosa dal vivo: Morgan sugli scudi, gli altri tre a seguirlo in jam e improvvisazioni fino a sforare il coprifuoco. Un concerto superbo.
L’ultima vera apparizione dei quattro insieme, se la memoria non ci tradisce, risale al settembre 2021, per un tributo a Franco Battiato, quando hanno suonato una bellissima versione di “Shock in My Town” all’Arena di Verona. Una successiva apertura ai Duran Duran alla Prima Estate, l’anno dopo, non ha cambiato il quadro – al massimo si è aggiunto l’ennesimo annuncio di un disco pronto per essere pubblicato ma che non ha mai visto la luce. Poi sono arrivate le vicende di Morgan, tra X Factor e qualche questione personale, e l’impegno di Sergio Carnevale con i Marlene Kuntz, di cui è ormai il batterista ufficiale. Le temperature, insomma, erano tornate siberiane.
Per questo, l’annuncio del concerto all’Alcatraz dello scorso aprile è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Noi non c’eravamo, ma le cronache hanno raccontato di una band in splendida forma e di un Morgan insolitamente riconciliato con il proprio passato, fino al lungo discorso dedicato ai suoi tre compagni d’avventura. Adesso eccoci qui, all’ultima data della tournée estiva di Essere umani, una dozzina di concerti che, a quanto pare, hanno funzionato. Per il gran finale i Bluvertigo tornano al Carroponte, penultimo appuntamento della stagione (sabato prossimo toccherà a Carl Cox) e trasformano la serata in qualcosa di più di un semplice concerto. Nei giorni precedenti, infatti, sono stati annunciati gli ospiti: Alice, Francesco Sarcina delle Vibrazioni, Enzo Iacchetti, tre nomi che raccontano, ciascuno a modo proprio, la storia e le ossessioni di questa band. E che lasciano una domanda nell’aria: dopo stasera, cosa succederà?
Arriviamo al Carroponte troppo tardi per vedere per intero i Deshedus, band romana che mescola rock, pop e progressive, con testi attenti alle tematiche sociali e la produzione di Mauro Paoluzzi, collaboratore dei Bluvertigo. Da quello che riusciamo a sentire mentre siamo ancora in coda, la sensazione è che sappiano il fatto loro. Ci godiamo invece il set di Jo Paciello, dj e produttore internazionale che mette insieme house e jazz. Una volta terminata la sua esibizione, dagli altoparlanti arriva un mix di pezzi di Franco Battiato, Talking Heads, Roxy Music, David Bowie e Lou Reed. Il messaggio è chiaro: stiamo entrando nel mondo dei Bluvertigo.
Il concerto è annunciato per le 21:30, ma quando vediamo che sono le 21:40 e la band non è ancora salita sul palco, inevitabilmente ci passa per la testa il ricordo di quella volta in cui Morgan arrivò tardi a un concerto milanese dei Subsonica e Casacci si rifiutò di farlo salire sul palco perché il cantante monzese era arrivato fuori tempo massimo. Ma questa volta niente drammi, è soltanto il classico quarto d’ora accademico milanese. Poi parte il lungo video di introduzione e, finalmente, eccoli.
Morgan è in grande spolvero: capelli e pizzetto tinti di nero, ciuffo arancione, orecchino da pirata, camicia rossa e completo scuro. Sembra il Morgan del 1998, quello che abbiamo amato grazie ai video su MTV, filtrato attraverso l’immaginario dell’idolo David Sylvian dei Japan. Ma, soprattutto sembra estremamente concentrato: parla poco e lascia che sia la musica a fare il resto. Non l’abbiamo mai visto così addomesticato (non ci viene in mente un termine migliore) in una serata dei Bluvertigo. Per quanto riguarda gli altri, Andy è Andy: tastiere, sax, voce, presenza scenica e soprattutto quella capacità di tessere suoni che resta uno dei segreti della formazione brianzola. Sergio Carnevale è semplicemente il miglior batterista rock italiano. Mentre Livio Magnini è il vero asso nella manica della band, con un chitarrismo estremamente tecnico ma mai sopra le righe. A completare la formazione, per tastiere, basso e voci, c’è Lele Battista dei La Sintesi.
Appena partono le note della prima canzone, si capisce una cosa: questa non sarà una celebrazione museale. “Decadenza” e “Il dio denaro”, due brani dall’esordio Acidi e basi (1995), sembrano scritti ieri – o, forse, siamo noi a essere rimasti fermi lì: il denaro, la decadenza, il rapporto malato con il potere. La band parte subito in quarta, senza bisogno di riscaldamento, e quando arriva “Fuori dal tempo”, dal capolavoro Metallo non metallo (1997), si prende tutto il tempo necessario per replicare la lunga coda strumentale presente nella versione album. È uno dei momenti in cui i Bluvertigo ci ricordano perché, al di là delle vicende personali e delle interminabili pause, continuano a essere una band diversa dalle altre. “Sono=sono”, dal sottovalutato Zero del 1999, e “L’assenzio (The Power of Nothing)”, con cui arrivarono ultimi a Sanremo nel 2001, completano un primo blocco che mette subito in chiaro le coordinate: elettronica, rock, pop, avanguardia, melodie e improvvisazione. Duran Duran, Nine Inch Nails, King Crimson, Depeche Mode e Battiato che convivono nello stesso organismo: all’epoca sembrava un azzardo, oggi continua a sembrare stranamente contemporaneo.
Dopo una breve pausa, ecco che sale sul palco la prima ospite della serata, Alice. Morgan la presenta come un’artista «adorata da tutta la band», e non è una formula di cortesia: basta ascoltare quello che succede quando attaccano “Chanson egocentrique”, il brano scritto per lei da Battiato per l’album Azimut (1982) e poi rivisitato dalla cantante insieme ai Bluvertigo nel 2000 per Personal Juke Box. Morgan introduce il brano con una frase che sembra riassumere in pochi secondi il modo in cui questa band guarda alla propria storia: «Una cosa fatta trent’anni fa e che forse verrà capita tra trent’anni». Poi i Bluvertigo e Alice si lanciano in “Per Elisa”, un pezzo che appartiene alla memoria collettiva, avendo vinto il Festival di Sanremo del 1981. Del resto, se c’è un filo che attraversa la storia dei Bluvertigo è proprio quello che porta a Battiato. L’ospitata, quindi, è perfetta.
Durante il cambio palco, Morgan prende il microfono e arriva il momento più esplicitamente legato al titolo del tour, Essere umani. Morgan racconta di essere stato molto silenzioso durante questa tournée, ma di sentire particolarmente sue queste parole. Parla del potere e del modo in cui questo gestisce e manipola gli esseri umani. Ma non è un sermone, è una piccola dichiarazione d’intenti, che prepara bene alla successiva “La comprensione”, altro ripescaggio da Zero. Subito dopo arriva “Forse”, altra bella sorpresa della serata, con Andy alla voce solista per gran parte del brano.
Per “L.S.D. La Sua Dimensione”, invece, sale sul palco Francesco Sarcina. Il cantante delle Vibrazioni imbraccia una chitarra a dodici corde e si incarica di cantare il ritornello: una scelta azzeccata, va detto, perché con la sua voce il brano potrebbe essere scambiato tranquillamente per uno della sua band. Morgan lo ha introdotto sul palco ricordando che «abbiamo iniziato insieme, a qualche mese di distanza», una frase che dice molto dei legami esistenti tra i gruppi di quella generazione. Sarcina tornerà più tardi per il finale, ma per ora si prosegue con “Sovrappensiero”, “L’arte dei miscugli” e “So Low – L’eremita”, che vede Andy protagonista al pianoforte.
Poi tocca ad Enzo Iacchetti, ringraziato da Morgan per «tutto quello che fa per la questione Palestina». Il suo ingresso cambia completamente registro, con l’attore e comico alle prese con un monologo, mentre Andy e Morgan lo accompagnano sonorizzandolo dal vivo, improvvisando. L’idea è buona e il pubblico si diverte, ma il problema è che il bersaglio è fin troppo facile: per un attimo sembra di essere tornati indietro di vent’anni, ai tempi di Silvio Berlusconi al potere, solo che questa volta nel mirino c’è Giorgia Meloni. Un momento un po’ populista, diciamolo, ma il pubblico del Carroponte approva e va bene così. La band dedica a Iacchetti la successiva “L’eretico”, per poi passare a “Cieli neri”, ancora oggi una delle loro ballate più belle, con Morgan particolarmente ispirato alle tastiere. E infine “La crisi”, spinta in una versione decisamente rock, che chiude il set principale.
Dopo una breve pausa, che ha permesso ad Andy di cambiare mise, i Bluvertigo tornano sul palco e attaccano con “Complicità”, la loro versione (forse sarebbe più corretto chiamarla “adattamento”) di “Here Is the House” dei Depeche Mode. Al basso c’è Massimo Carnevale, fratello di Sergio, e l’arrangiamento del brano proposto questa sera dalla band ha qualcosa dei Duran Duran di “Ordinary World”. Alla fine, in un modo o nell’altro, si torna sempre lì.
Poi il pubblico riconosce l’attacco di “Iodio” e il Carroponte comincia a muoversi. È un medley tutto costruito su Acidi e basi: “Iodio” sfocia in “Il mio malditesta”, che a sua volta conduce a “Salvaluomo”. È un tuffo nell’inizio di tutto, e il boato che accompagna la chiusura dice quanto quel disco sia ancora vivo nella memoria di chi è qui questa sera. Per l’ultimo pezzo, ecco che torna Francesco Sarcina alla chitarra. L’attacco di basso synth di “Altre forme di vita” è inconfondibile, e il pubblico va in visibilio. Morgan scende dalla pedana, arriva in transenna e si prende l’abbraccio del pubblico. È il finale di concerto perfetto, con il cantante dei Bluvertigo in mezzo alle persone, senza distanza, a colmare idealmente tutto il vuoto lasciato in questi ultimi anni.
Mancano pochi minuti alla mezzanotte e siamo (letteralmente) ai titoli di coda: alle spalle dei Bluvertigo scorrono i nomi delle persone che hanno reso possibile la riuscita di questa tournée, mentre Morgan comincia a presentarli tutti, dai membri della band, ai tecnici, passando per il management e i fonici. In un impeto di entusiasmo, Morgan si fa dare un paio di nomi dai fan in prima fila, e chiude dicendo: «Se sapessi i vostri nomi, vi ringrazierei tutti, uno ad uno», un’uscita che conferma ancora una volta la bontà del titolo scelto per questo tour, ovvero Esseri umani.
Mentre lasciamo il Carroponte, è difficile non farsi la domanda delle domande: e adesso? I Bluvertigo hanno passato più tempo a separarsi e ritrovarsi che a costruire una continuità. Hanno avuto reunion, promesse di album, concerti memorabili, occasioni mancate. Hanno avuto anni in cui erano la band più famosa e venerata della scena indipendente italiana e anni in cui sembrava impossibile perfino immaginare i quattro nella stessa stanza, figuriamoci sullo stesso palco. Stasera, invece, hanno dimostrato che il meccanismo funziona ancora. E allora sarebbe davvero un peccato fermarsi qui. Morgan, poco prima di questo ultimo concerto, ha detto di avere 91 canzoni in archivio pronte per i Bluvertigo. Ecco, sarebbe ora che almeno una parte di quelle canzoni andasse a finire in un nuovo album. Non per nostalgia, non per completare una storia rimasta sospesa, ma perché una band capace ancora oggi di mettere insieme elettronica, cantautorato e rock con questa naturalezza ha ancora qualcosa da dire. La palla ora è tutta nelle sue mani – e, per una volta, speriamo che non la lasci cadere.
Le fotografie della serata, a cura di Antonio Rainò












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