Chitarra, basso, batteria e poche ciance. Piuttosto urgenti direttive, urlate come travolgenti intimazioni punk, comandi all’azione impartiti (con un piglio che non lascia scampo e che ricorda gli MC dei santuari della techno dei tempi d’oro) da una guardia armata di microfono e distorsore, in piedi sulla torretta di controllo di un campo di prigionia notturna, uno spazio in cui i forzati del rave party si dimenano, condannati a simulare, con adeguata solerzia, un feeling misto di regolarità techno e di caos tutto da pogare.
Una contraddizione solo sulla carta. Body Transmission è infatti un disco double-face e non certo per l’ovvia presenza di un lato A e un lato B. La duplice chiave di lettura consiste semmai nell’approccio all’ascolto: un album fatto di rudi e graffianti riff stoner e psichedelici se avvicinato nell’accezione rock blues, ma leggibili come frenetici loop eseguiti da esseri umani se, al contrario, ci convinciamo di ascoltare un disco della più eclettica EDM.
E una certa intransigenza la si percepisce già dal nome. MAQUINA., in caps lock e seguito dal punto finale. Scritto proprio così, come a dire zitto e balla, non sono ammessi contraddittori, o forse semplicemente a marcare il contrasto con il lettering scelto per i titoli dei brani resi completamente in minuscolo.
Halison Peres (batteria/voce), José "Mendy" Rego (basso) e João Cavalheiro (chitarra/effetti) sono i sacerdoti di questo nuovo manicheismo musicale e vengono da Lisbona. La formula non fa una piega. Loro hanno una innata predisposizione al live e lo hanno dimostrato partecipando a numerosi festival europei. D’altronde si cimentano in uno stile che sembra nascere proprio per catturare l’attimo con una frase di chitarra, un giro di basso o un pattern basato sugli elementi cardine della techno, e consentire che il brano vada da sé e si sprigioni attraverso l’esasperazione delle principali componenti identitarie contenute. Una sovrapposizione graduale fino a un punto di non ritorno delle parti strumentali, da cui si libra una sorta di audioguida, molto spesso effettata o distorta, a condurci verso l’esito desiderato.
Un modello da mettere in moto e lasciar sfogare all’infinito, ma che in Body Transmission ricorre magistralmente strutturato in tracce delimitate dalla lunghezza ragionevole. Una sorta di estratto di trance emotiva compresso in dosi omeopatiche ma che, grazie al flusso continuo fino all’ultima nota, rende pienamente l’idea delle potenzialità del trio che ha accettato la sfida del compromesso: sviluppare ad libitum le proprie jam session e trovare una durata rassicurante per il pubblico meno avvezzo alla club culture, con l’obiettivo di dare alle stampe qualcosa di esemplificativo di ciò che propongono.
Non a caso, è una traccia dal titolo “dança” che apre le danze, un incipit perfetto e che mette tutto subito in chiaro realizzato con la collaborazione di Viktor L. Crux alle macchine e dell’italiana Silvia Konstance alla voce, entrambi membri del duo industrial synth-punk Dame Area. Vi basteranno venti secondi (tre note in croce di chitarra, raddoppio all’unisono del basso, avvio della cassa in quattro) per indurvi a decidere da quale parte stare. E, di lì a poco, le furibonde urla dispositive, un vero e proprio marchio di fabbrica, per orientarvi meccanicamente a trovare la salvezza e, quando disponibile, l’uscita.
In “4-to-the-Floor” le note di chitarra, qui suonata con pennate a mitraglia, si riducono ulteriormente e l’andamento più metal e al contempo industrial ci sposta verso un territorio presidiato da Ministry e Killing Joke. “collapsing” è forse il brano più inquietante dell’ellepi, con tutti quei rumori e i botta e risposta di voce, tra ruggiti graffianti e folli declamazioni punk.
Decisamente interessanti anche i momenti in cui la varietà di spunti, tra strumenti tradizionali e mandate di effetti, genera risultati più articolati, come nell’ossatura centrale dell’album composta da “agony”, “bizarro” e “simulation”. Il riff grunge in sei ottavi di “step on me” sdogana anche i tempi meno convenzionali, ma non per questo meno coinvolgenti o addirittura in grado di spezzare il continuum, mentre la coda composta da “out of fear” e “pressure/pleasure” introduce a sviluppi meno intransigenti e a qualche automatizzazione esecutiva, spunti in grado di portare la sperimentazione dei MAQUINA. ancora più lontano.
Ne risulta un’opera astratta ma pensata per tradursi in forza motrice di corpi e di membra, un non luogo di scontro tra un dancefloor e un’area industriale dismessa e occupata illegalmente, in cui le corde che vibrano sfidano senza tregua le grezze pulsazioni regolari e costanti della batteria suonata in (e con) carne e ossa. Body Transmission è la testimonianza implacabile di una verve compositiva energica e allo stato brado, che solo un supporto materiale è in grado di domare. Dalla prima all’ultima traccia, i MAQUINA. non smettono mai di incutere paura, un sentimento cui è impossibile sottrarsi, travolti dal vortice dei loro cicli ritmici senza fine.
