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REVIEWSLE RECENSIONI
30/07/2026
Quicksand
Bring On the Psychics
Dopo oltre trent’anni di carriera, i Quicksand di Walter Schreifels dimostrano ancora una volta di non vivere di nostalgia. Bring On the Psychics è un disco maturo, potente e sorprendentemente vitale, capace di guardare avanti senza dimenticare le proprie radici.

A pensarci bene, la carriera di Walter Schreifels ha ben pochi eguali. Youth of Today, Gorilla Biscuits, Quicksand, Rival Schools: basta leggere questi quattro nomi per ripercorrere oltre trent’anni di hardcore, post-hardcore e alternative. Tutte band fondamentali, tutte autrici di dischi che hanno lasciato un segno profondo e influenzato intere generazioni di musicisti. E non è soltanto una questione di aver partecipato ad alcuni dei progetti più importanti della storia della musica alternativa americana: Schreifels ha avuto la rara capacità di trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto, contribuendo in prima persona a ridefinire i confini dei generi che attraversava. Se con Youth of Today e Gorilla Biscuits ha contribuito a scrivere il vocabolario dell’hardcore straight edge di fine anni Ottanta, con i Quicksand ha spalancato una porta verso qualcosa di completamente nuovo, fondendo la furia dell’hardcore con il groove del metal, aggiungendoci quel pizzico di tensione emotiva e gusto melodico che avrebbe influenzato gran parte del post-hardcore degli anni Novanta.

A distanza di oltre trent’anni dalla pubblicazione di Slip, un disco che ancora oggi continua a essere citato come uno dei manifesti del genere, i Quicksand arrivano al loro quinto album in studio con una consapevolezza diversa. Bring On the Psychics non è il tentativo di inseguire il passato né di dimostrare di essere ancora rilevanti, è piuttosto il lavoro di una band che ha ormai accettato la propria eredità e che, proprio per questo, si concede il lusso di continuare a evolversi.

 

Dopo la reunion del 2012, i Quicksand hanno evitato accuratamente la strada della nostalgia. Prima Interiors (2017) e poi Distant Populations (2021) avevano mostrato un gruppo interessato a espandere il proprio linguaggio, inserendo sempre più melodia, atmosfere psichedeliche e una scrittura meno immediata rispetto agli anni Novanta. Bring On the Psychics rappresenta la naturale prosecuzione di quel percorso, ma anche il punto in cui tutte queste intuizioni sembrano finalmente trovare un equilibrio perfetto. Registrato nell’arco di appena dieci giorni e prodotto da Jon Markson (Drug Church, Drain, Koyo), il disco colpisce immediatamente per il suo suono vivo, organico e potente. Non c’è alcuna ricerca della perfezione digitale: tutto respira, ogni strumento occupa il proprio spazio e restituisce quella sensazione di band che suona insieme, caratteristica sempre più rara nelle produzioni contemporanee.

L’apertura, affidata a “Get to It”, mette subito in chiaro le intenzioni del trio. Le chitarre conservano quel caratteristico muro sonoro che ha reso celebre la band, ma il riffing è meno monolitico rispetto al passato, più aperto, quasi arioso. Le successive “Regenerate” e “Agency” confermano questa impressione: l’impatto rimane devastante, ma viene continuamente bilanciato da melodie vocali più ricercate e da arrangiamenti che privilegiano la dinamica rispetto alla mera aggressività. È probabilmente questo l’aspetto più interessante del disco. I Quicksand non cercano più di dimostrare quanto possano essere pesanti – lo sono quando serve, ma hanno imparato il valore dello spazio e del silenzio. I riff respirano, le pause diventano parte integrante della costruzione dei brani e Walter Schreifels utilizza la propria voce con una varietà espressiva che negli anni Novanta sarebbe stata impensabile. È vero, alterna ancora momenti più abrasivi a passaggi quasi sussurrati, ma oggi tutto appare più naturale, meno legato alle convenzioni dell’hardcore.

 

L’altra grande forza del disco è una sezione ritmica semplicemente impeccabile. Sergio Vega continua a essere uno dei bassisti più sottovalutati del rock alternativo americano: il suo basso (o meglio, il suo Fender Bass VI, una chitarra baritona che ha iniziato a usare nei Deftones) non si limita a sostenere le chitarre, ma costruisce vere e proprie linee melodiche che guidano diversi episodi dell’album, come “Cool Guy”. Alan Cage, dal canto suo, conferma di essere un batterista raffinato, capace di passare da esplosioni di energia a pattern più essenziali senza perdere un grammo di intensità.

Non mancano nemmeno le sorprese. “Crystallize” lascia emergere un’anima quasi shoegaze, costruendo un muro di chitarre che privilegia le texture rispetto alla semplice potenza, mentre “In Full Color” gioca con aperture psichedeliche che ampliano ulteriormente il raggio d’azione della band. Ancora più sorprendente è “Days You Run To”, una ballata dai toni indie che richiama certe intuizioni dei Fugazi più riflessivi (tanto che ci immaginiamo Guy Picciotto a cantarla), ma anche il lato più atmosferico del rock alternativo degli anni Novanta. Un brano che, sulla carta, potrebbe sembrare fuori posto, ma che invece si inserisce perfettamente nel flusso dell’album, dimostrando quanto i Quicksand si sentano ormai liberi da qualsiasi aspettativa.

Persino quando affondano il piede sull’acceleratore, come accade in “Supercollider” (un brano che vent’anni fa sarebbe stato in heavy rotation su tutte le radio di rock alternativo), il gruppo evita qualsiasi esercizio di nostalgia. Non c’è il desiderio di replicare Slip o Manic Compression, quanto piuttosto la volontà di dimostrare che quel linguaggio può ancora evolversi senza perdere identità. È una differenza sottile ma fondamentale, che distingue le band ancora creative da quelle che si limitano a riproporre formule già collaudate.

 

Anche il titolo del disco riflette questa tensione verso il futuro. Ispirato a una citazione di Carl Sagan, Bring On the Psychics guarda al passato soltanto per trovare nuovi strumenti con cui affrontare il presente. Schreifels ha raccontato di essersi riavvicinato alle idee e all’idealismo dell’hardcore delle origini, a quel desiderio di “abbattere i muri” e immaginare un futuro migliore. Non è un caso che, pur senza diventare un disco apertamente politico, l’album trasmetta continuamente un senso di movimento, di ricerca, di possibilità. Ed è forse proprio questo il motivo per cui i Quicksand continuano a risultare così credibili. Non hanno mai cercato di inseguire le mode e, allo stesso tempo, non si sono mai trasformati nella caricatura di sé stessi. Hanno semplicemente continuato a scrivere musica seguendo il proprio istinto, lasciando che il tempo modificasse naturalmente il loro linguaggio.

Alla fine dell’ascolto, nonostante il disco duri poco meno di mezz’ora, rimane la sensazione di trovarsi davanti a uno dei lavori più completi della seconda vita dei Quicksand. Se Distant Populations rappresentava la fase di transizione verso una nuova identità sonora, Bring On the Psychics ne è la piena realizzazione. È un disco che conserva tutta la tensione emotiva e l’urgenza che hanno reso grande la band, ma le arricchisce con una maturità compositiva e una libertà espressiva che soltanto pochi gruppi riescono a raggiungere dopo oltre tre decenni di carriera.

Insomma, in un’epoca in cui molte reunion sembrano esistere soltanto per celebrare il passato, i Quicksand fanno esattamente l’opposto: utilizzano il proprio passato come punto di partenza per continuare ad andare avanti. Ed è forse questo il risultato più sorprendente di Bring On the Psychics: non suona come il ritorno di una band leggendaria, ma come il disco di tre musicisti che hanno ancora qualcosa di importante da dire.