L’uscita di Britpop, tredicesimo album in studio di Robbie Williams, è stata tutto fuorché lineare. Annunciato nella primavera del 2025, rimandato più volte, promosso con iniziative bizzarre e teatrali degne del miglior Robbie, il disco è infine comparso quasi a sorpresa a gennaio, come un ospite inatteso che si presenta senza bussare. Una strategia curiosa, forse calcolata o forse dettata dall’istinto, che riflette perfettamente la natura dell’album stesso: affascinante, contraddittorio, a tratti spiazzante, ma impossibile da ignorare.
Williams aveva presentato Britpop come «l’album che avrei voluto fare quando ho lasciato i Take That» e come una celebrazione di una «età dell’oro della musica britannica». Due affermazioni che, messe insieme, suonano tanto ambiziose quanto problematiche. Perché se il Britpop degli anni Novanta è stato davvero un’epoca dorata, per Robbie Williams quel periodo rappresentò anche un momento di smarrimento personale e artistico: l’uscita traumatica dalla boyband, la dipendenza, l’insicurezza, il desiderio maldestro di accreditarsi come artista “credibile” in un panorama dominato da Oasis, Blur, Pulp e Suede.
Ripescare oggi quel suono, quell’atmosfera culturale, significa inevitabilmente fare i conti con un passato irrisolto. E Britpop sembra nascere proprio da questa tensione: non tanto un’operazione nostalgica in senso stretto, quanto una sorta di riscrittura della propria storia, un what if…? musicale che prova a immaginare cosa sarebbe successo se Robbie Williams avesse avuto, a metà anni Novanta, la consapevolezza e il peso specifico che possiede oggi.
Il modo in cui Britpop è stato presentato al pubblico è già parte integrante del suo racconto. Le false targhe commemorative sparse per Londra, la conferenza stampa al Groucho Club, il concerto di lancio a Dingwalls (storico locale di Camden) durante il quale Williams ha suonato per intero sia il nuovo album sia Life Thru a Lens (1997), il suo debutto solista. Un gesto audace, quasi provocatorio, considerando che proprio quel disco fu inizialmente accolto con freddezza e scetticismo, prima che singoli come “Angels” e “Let Me Entertain You” ribaltassero completamente la percezione pubblica dell’artista.
Il rinvio dell’uscita (inizialmente prevista per il 10 ottobre) motivato con disarmante sincerità dalla volontà di non competere con Taylor Swift, fresca di pubblicazione di The Life of a Showgirl, e la successiva comparsa improvvisa del disco a gennaio, sembrano rispondere a una logica insieme commerciale e simbolica. Da un lato c’è la corsa al record di album al numero uno nel Regno Unito, che Williams condivide attualmente con i Beatles («Potrei fingere che non sia così, ma lo è. È egoista. Voglio il sedicesimo album al primo posto»); dall’altro, l’idea di un lavoro che rifiuta il calendario tradizionale dell’industria musicale, scegliendo di arrivare quando meno te lo aspetti, proprio come certi ricordi che riaffiorano senza preavviso. (Spolier: alla fine Britpop è diventato il sedicesimo album di Robbie Williams a raggiungere la prima posizione nella classifica degli album del Regno Unito, superando i Beatles come artista con il maggior numero di album al primo posto in UK. Missione compiuta.)
All’ascolto, Britpop si rivela subito un album strano. Non nel senso di sperimentale o radicale, ma perché sfugge costantemente a una definizione univoca. L’inizio è programmatico: “Rocket”, con la chitarra di Tony Iommi dei Black Sabbath (e i cori dell’ex Deep Purple Glenn Huges), è un’apertura roboante che mescola glam, hard rock e un’idea molto personale di brit-rock. È la dichiarazione d’intenti di un artista che non ha più nulla da dimostrare e che può permettersi collaborazioni un tempo impensabili.
Non sempre però il recupero del linguaggio britpop funziona alla perfezione. “Cocky”, ad esempio, scritta con Gaz Combes dei Supergrass, richiama esplicitamente gli Oasis, ma più quelli stanchi e autoreferenziali di Heathen Chemistry che quelli iconoclasti di Definitely Maybe. È qui che il progetto rischia il corto circuito: l’imitazione di uno stile già codificato, filtrata attraverso decenni di distanza e una carriera solista mastodontica, può apparire goffa o fuori fuoco.
Quando però Williams centra il bersaglio, Britpop diventa sorprendentemente convincente. “All My Life” gioca apertamente con lo stile vocale di Liam Gallagher, allungando le vocali e costruendo melodie che sanno di stadi e pub fumosi. “Spies”, con il suo muro di chitarre distorte e il testo intriso di nostalgia disillusa, è uno dei momenti più riusciti del disco: uno sguardo malinconico e consapevole sui bagordi degli anni Novanta, raccontati non con compiacimento, ma con una punta di rimpianto e lucidità adulta. «Restavamo svegli tutta la notte, pensando di essere tutti spie, pregando che domani non arrivi», canta Williams, evocando un’epoca in cui tutto sembrava possibile e nulla aveva conseguenze. È proprio questa distanza emotiva a salvare Britpop dal rischio di essere un pastiche. Robbie Williams non finge di essere di nuovo giovane: osserva il passato come solo un sopravvissuto può fare, qualcuno che ne è uscito vivo e che ora può permettersi di raccontarlo senza mitizzarlo troppo.
Quando sembra che il disco abbia finalmente trovato una sua coerenza stilistica, Britpop inizia deliberatamente a divagare. Ed è forse qui che mostra il suo lato più interessante. “Morrissey”, scritta insieme a Gary Barlow, è un brano synth-pop ironico che avrebbe potuto trovare posto senza difficoltà nel sottovalutato Rudebox: vagamente omoerotico, in linea con un immaginario con cui Robbie ha spesso giocato (basti pensare al video di “Shame”, realizzato proprio con Barlow e ispirato a I segreti di Brokeback Mountain) e dedicato all’ex leader degli Smiths. Un’idea talmente improbabile da risultare irresistibile, che gioca con l’iconografia britpop in modo leggero e autoironico, senza mai prendersi troppo sul serio.
“It’s OK Until the Drugs Stop Working”, invece, guarda ancora più indietro, recuperando melodie che ricordano il bubblegum pop di fine anni Sessanta. Un riferimento anacronistico, quasi assurdo per un album che si intitola Britpop (però, a pensarci bene, non è – alla lettera – pop britannico anche quello?), ma che testimonia la libertà creativa di Williams, ormai svincolato da qualsiasi necessità di aderire a un manifesto.
Il momento più spiazzante (e probabilmente più riuscito) arriva però con “Human”, una ballata elettronica luminosa e malinconica che affronta il tema dell’intelligenza artificiale. Con la partecipazione del duo messicano Jesse & Joy (featuring spiegato con il fatto che Robbie è famosissimo in Messico, basti pensare che lì il suo album best seller è lo sfortunato Intensive Care) e di Chris Martin dei Coldplay alle tastiere, il brano è delicato, emotivamente potente, e dimostra che Williams sa ancora scrivere canzoni di grande impatto. Eppure, è lecito chiedersi cosa c’entri tutto questo con il Britpop. La risposta, probabilmente, è: nulla. Ma forse è proprio questo il punto.
Se Britpop ha un limite evidente, è l’assenza di una canzone destinata a diventare un classico immediato, un nuovo “Angels” o “Let Me Entertain You”. Non c’è un brano che sembri in grado di prendere il posto in futuro di una delle tante hit presenti nella scaletta di un normale concerto di Robbie Williams (impresa difficile, va detto, considerando il fatto che il Nostro è un artista che può vantare come minimo una quindicina di successi mondiali, come dimostra la tracklist del suo Greatest Hits); questo colloca l’album in una posizione strana nella discografia di Williams: non un capolavoro definitivo, non un semplice riempitivo, ma un’opera di riflessione, quasi di bilancio.
Detto questo, Britpop potrebbe davvero essere l’album che Robbie Williams avrebbe voluto pubblicare nel 1995, quando lasciò i Take That. Ma, ascoltandolo oggi, è impossibile non pensare che il vero colpo di genio della sua carriera sia stato non averlo fatto allora. Perché senza il successo planetario, senza il trauma e la rinascita, senza “Angels”, questo disco non avrebbe senso di esistere. Per completezza, infatti, va ricordato che all’epoca fu invece l’ex compagno di band Mark Owen a tentare di cavalcare l’onda Britpop con Green Man, prodotto da John Leckie, storico collaboratore degli Stone Roses: ne uscì un buon album di indie/alternative rock, ma dal punto di vista commerciale fu un fallimento clamoroso, tanto da costare all’ex Take That l’immediata rescissione del contratto discografico. E se fosse successa la stessa cosa a Robbie?
In definitiva, Britpop è un album imperfetto, irregolare, a tratti confuso, ma profondamente umano. Non riscrive la storia del Britpop, né pretende di farlo. Piuttosto, riscrive la storia di Robbie Williams, concedendogli finalmente la possibilità di dialogare con il suo passato senza esserne schiacciato. Ed è già molto più di quanto ci si possa aspettare da un’operazione nostalgica come questa.

