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REVIEWSLE RECENSIONI
22/09/2017
Idles
Brutalism
Di tangibilmente nuovo non v’è alcunché nella musica e nei testi degli Idles, ma sia lode sempiterna a chiunque possegga la capacità di trasfondere cotanta irosa passione e voglia di non arrendersi in tredici devastanti pugnaci pericolose bellissime canzoni che t’arrivano addosso come una “gragnuola di saette” e ti trapassano, depurandoti in poco più di quaranta minuti dalla monnezza turbocapitalista.

Un granitico monolito di obliqua ferocia. Un codice miniato per carbonari (post-)punk. Un corpo flagellato di rabbiose ecchimosi da battaglia in vece di tatuaggi da apericena. Una spalata di merda sul fallimento del post-war dream. Un cuore straziato dal dolore per una madre morta dopo interminabili mesi di agonia: la madre di Joe Talbot, voce degli Idles - passata a miglior vita durante la lavorazione dell’album - che campeggia in copertina, sopra una scultura/altare opera dello stesso Talbot e del padre.  Questo, in estrema sintesi, è Brutalism.

Il titolo fa riferimento al brutale (appunto) stile architettonico con cui, nella fase di ricostruzione dell’immediato dopoguerra, il Regno Unito decise di deturpare il proprio volto cementificando disumanamente città e periferie.

Il quintetto di Bristol (oltre al già citato Talbot: Adam Devonshire, basso; Mark Bowen e Lee Kiernan, chitarre; Jon Beavis, batteria) giunge al debutto sulla lunga distanza dopo cinque anni e due EP (Welcome del 2012 e Meat di due anni successivo), e, fin dall’introduttiva “Heel/Heal”, mena fendenti ch’è un piacere: batteria marziale, chitarre scartavetrate, basso tellurico e Talbot che ringhia sguaiato “I want to move into a Bovis home / And make a list of everything I own / And ride into the amber setting sun / Marching to the beat of someone's drum”.

Presto dette le ascendenze, se vi piace il gioco del “Chi somiglia a Chi?”: Sham 69 (più che Sex Pistols), echi hardcore, graveolenti miasmi industrial, Killing Joke dell’esordio, The Fall, e financo assonanze, per non dire comunione d’intenti, con i coevi Sleaford Mods. C’è, però, poco da discutere o menarsela col concetto di “derivativo” che tanto piace ai critici d’oggi: questa musica e la fierezza working class appaiata alla street credibility sono sincere e reali, tanto quanto una scazzottata tra ubriachi per una parola di troppo in uno sordido pub di provincia.

“My mother worked 15 hours 5 days a week / My mother worked 16 hours 6 days a week / My mother worked 17 hours 7 days a week/[…]/ I know nothing/ I'm just sitting here looking at pretty colours”: è l’alienante latrato di “Mother”, che segue “Well Done” – edita anche come singolo lo scorso autunno -, ennesimo esempio di come sia possibile mantenere un certo, diciamo, gusto pop, seppur deragliante, senza rinunciare a sbucciarsi le nocche con autolesionistica passione, omaggiando la madre e allo stesso tempo massacrando i tories.

Sotto le raffiche dei kalashnikov finiscono la religione (“Faith In The City”), il sistema sanitario (“Divide & Conquer”: “a loved one perished at the hand of the baron-hearted right” – altro da aggiungere?), i predicatori dell’ottimismo forzoso (il post-core della già citata “Heel/Heal”) e persino il privato dello stesso Talbot nella conclusiva e apparentemente mite (se confrontata con il devastante assalto delle dodici tracce che la precedono) “Slow Savage”, sincero ma anche cinico mea culpa rivolto alla sua ex (o così pare).

Di tangibilmente nuovo non v’è alcunché nella musica e nei testi degli Idles, ma sia lode sempiterna a chiunque possegga la capacità di trasfondere cotanta irosa passione e voglia di non arrendersi in tredici devastanti pugnaci pericolose bellissime canzoni che t’arrivano addosso come una “gragnuola di saette” e ti trapassano, depurandoti in poco più di quaranta minuti dalla monnezza turbocapitalista.

P.S. Arriviamo tardivi alla recensione (il disco è uscito in marzo) per due ragioni. La prima è che a marzo Loudd non era nemmeno stato pensato; la seconda è che lo abbiamo colpevolmente ascoltato in ritardo (la mole di dischi che ci arriva davvero enorme). E adesso, se ancora non l’avete fatto, correte ad ascoltarvi almeno, e sottolineo almeno, “1049 Gotho”.