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REVIEWSLE RECENSIONI
Canale Paesaggi
Post Nebbia
2020  (Dischi Sotterranei/La Tempesta Dischi )
INDIE ROCK ALTERNATIVE
8/10
all REVIEWS
30/11/2020
Post Nebbia
Canale Paesaggi
In “Canale Paesaggi” comprendi che fuggire dal proprio destino di consumatore passivo è impossibile, le respiri dentro le canzoni il soffocamento e le catene che ti rendono schiavo anche nel tempo libero, della definitiva sconfitta dell’essere pensante di questo scorcio di ventunesimo secolo...

Forse non sono la persona più adatta a recensire il nuovo album dei patavini Post Nebbia, il seguito del già più che discreto “Primo Amore”, ma poi mi dico che sì, non sono ancora nella fascia del vecchio babbione che decanta i tempi andati. Quindi sotto con “Canale Paesaggi”, uscito per l’etichetta Dischi Sotterranei/La Tempesta Dischi e sotto con un’abbuffata di social e televisione. Sì, ad un primo ascolto può sembrare strano che a parlare sulla nuova alienazione da schermo elettronico retroilluminato siano dei ragazzi poco più che ventenni e non appunto i babbioni di cui sopra, sempre pronti a sputare acredine contro i nuovi e vecchi mezzi di comunicazione, per poi ritrovarteli onnipresenti ovunque a sparar sentenze come la bocca un rutto.

Nei nove brani, per ventotto essenziali minuti del disco, può sembrare fuorviante che il tema conduttore sia quello della dipendenza da televisione, quasi una cosa da consegnare al passato, vista la ormai quasi preponderanza dei nuovi mezzi di comunicazione, immersi come siamo tra social e streaming; poi pensi che le canzoni dei Post Nebbia, tra spezzoni di programmi di televendite televisive e notiziari locali dove si invoca l’arrivo dei carabinieri per non so quale presunta fola del conduttore (l’arrivo dei marziani, i jihadisti, vicini di casa che litigano?) siano il racconto in terza persona di vecchietti solitari nella loro casa e nelle loro solitudini che altro non hanno per compagnia che uno schermo ad lcd invecchiato precocemente.

Se in “Televendite di Quadri” l’io narrante si ritrova a guardare in loop il canale della casa di aste Orler o chi per lei - ricordo benissimo l’effetto che facevano su di me le televendite di coltelli della “Miracle Blade” o della “Plurimix”, pubblicità infinite che ti tenevano incollato al tubo catodico per vedere fino a dove sarebbe arrivata la sfacciataggine di quegli imbonitori atti a spillar soldi a dei poveri malcapitati in balia delle fregnacce che ascoltavano - in “La Mia Bolla” si punta l’indice sulla dipendenza da social, sulle ore passate alla mercé di post e flame, sugli algoritmi che ti consigliano quel determinato prodotto o che in un battito di ciglia ti uccidono digitalmente, bannandoti per una frase mal detta o perché hai pubblicato un’immagine giudicata volgare, sempre in cerca dell’ennesimo argomento che dura lo spazio di una giornata e quando ti va male hai la sfortuna di incontrare degli pseudo intellettuali esperti del nulla, ma sai già che non riesci a farne a meno perché, come nelle televendite televisive, vuoi vedere fino a che punto riescono a spingersi. “Adesso non mi accorgo di cosa succede là fuori/e quando lo farò/sarà come vedere per la prima volta i colori”, così recita una strofa de “La Mia Bolla”, a suggellare l’argomento una volta per tutte.

La nostalgia per un tempo mai vissuto, il desiderio di non fare i conti con il presente, la si coglie in “Vietnam”, un bellissimo pezzo dal tiro funk, o forse sono soltanto i sogni confusi di uno che ha visto troppi film polizieschi italiani degli anni ’70, tra inseguimenti di alfette e motociclette giapponesi e visioni di vecchi telegiornali in bianco e nero delle ore 20 con protagonisti Nixon, Kissinger e Mario Pastore.

Una cosa che forse capita anche a voi, o miei pochi lettori, è quello che ci descrive “Streaming”, ovvero il ritrovarsi immersi in canali dove hai veramente una scelta di contenuti impensabili solo fino a qualche tempo fa e dove già il fatto di dover scegliere qualcosa da vedere ti fa perdere di per sé delle mezz’ore intere, quasi come se il navigare tra le icone di film e serie tv sia già di per se stessa l’ennesima forma di alienazione post cena e post lavoro.

In “Canale Paesaggi” comprendi che fuggire dal proprio destino di consumatore passivo è impossibile, le respiri dentro le canzoni il soffocamento e le catene che ti rendono schiavo anche nel tempo libero, della definitiva sconfitta dell’essere pensante di questo scorcio di ventunesimo secolo; lo leggo nei testi come fossero delle sentenze già scritte, lo ascolto in “Nuoto Sincronizzato”, ammissione di una resa quasi definitiva da cui non riesci a sollevarti.

Musicalmente i Post Nebbia hanno aggiustato il tiro rispetto al precedente album, un pop ipnotico e straniante che se ne va a braccetto con la psichedelia, il basso che pompa funk ovunque, brevi accenni improvvisati, un ibrido che rifugge da qualsiasi derivazione e mal servizio faremmo loro nel volere ad ogni costo trovare paragoni fuorvianti e forzati.

I Post Nebbia vanno avanti con le loro gambe, entità quasi estranea nel panorama indie italiano fatto di cantanti che da grandi volevano essere Lucio Battisti e immersi fino al collo da pompatori di reggaeton e filistei della trap.

Bene così ragazzi, non smarritevi.


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