Sarebbe bello se Billy Ward, la voce maschile che si sente a tratti in Cannonball e che accompagna alla chitarra, fosse l’uomo e se la sua controparte femminile Vera Leppänen, anch’essa alla voce solista e al basso, la donna. Perché in questo caso, insistendo con una forzatura già abbastanza improbabile, tutto il resto del gruppo, che comprende Emmie-Mae Avery, terza voce e tastiere, Billy Doyle alla chitarra e basta, la violinista Clio Starwood e la batterista Lola Cherry, sarebbe parte della motosega, magari proprio quei denti aguzzi in grado di lasciare un segno indelebile, come è nel destino di questa band e di questo debutto.
Ma risulterebbe oltremodo scontato. Accontentiamoci del fatto che Man/Woman/Chainsaw, più che un biglietto da visita, sia un capriccio. Un modo per spostare l’attenzione sull’arguta caoticità di un album tutt’altro che noise, una trovata di self marketing per abbattere le responsabilità (già irrisorie per un disco di esordio) sul non aver messo le carte in tavola ora che è il momento di fare sul serio e scegliere dove collocarsi.
Tanto di cappello comunque per il coraggio dimostrato nella scelta di un nome di questa portata, anche se le vere ragioni (decisamente meno romantiche) devono essere ricondotte a un’ordinaria citazione del titolo di un libro (ordinaria ma solo perché non sarebbe la prima volta che ci si rifà alla carta stampata). Men, Women, and Chain Saws: Gender in the Modern Horror Film, un saggio pubblicato nel 1992 dalla studiosa statunitense Carol J. Clover dedicato ai ruoli delle donne nei film horror e al celebre luogo comune della “final girl”, cioè la ragazza che sopravvive al massacro e conquista viva e vegeta la fine della storia (trovate tutti i dettagli in questa intervista).
Resta il fatto che far parte di una band di sei elementi così strutturati, una ricchezza di organico che sta al rock come un’orchestra sta alle nove sinfonie di Beethoven, sprigiona una potente varietà espressiva tutt’altro che irrilevante. Di questi tempi poi, in cui tutti abbiamo accesso a tutto, e la babele di stili a cui ispirarsi ci espone a una gamma compositiva che, nella storia della musica e della cultura in sé, non ha precedenti. Se poi chi mette su un gruppo ha l’età da liceale (è il caso di questa band) e decide di crescere - nella vita e nell’arte - tutti insieme, le variabili di risultato possono essere impressionanti (sempre che non viviate in Italia, ça va sans dire).
Dopo una manciata di singoli di posizionamento pubblicati negli scorsi anni, Cannonball finalmente restituisce con precisione le stravaganti coordinate sonore su cui i Man/Woman/Chainsaw hanno deciso di assestarsi, combinando in una poetica originalissima (potremmo dire di altri tempi, se i sei non fossero così protesi al futuro) gli innumerevoli suoni e intuizioni già ampiamente sperimentati in avvio di carriera. La percezione dell’unità del gruppo, ragazze e ragazzi che si divertono con la musica sin dall’adolescenza, è costante in ogni traccia del disco. Non c’è dubbio che la band sia riuscita nell’intento di cristallizzare il proprio linguaggio attraverso una spiccata autorevolezza, una matrice di riconoscibilità destinata a mantenersi maledettamente e straordinariamente fresca.
Intanto la formula dei tre cantanti che si alternano alla voce solista tra le undici tracce, per poi convergere nei momenti più toccanti e drammatici dell’album, due brani tormentosi e tormentati come “Snakepit” e “Something Else To Give”, è un colpo basso a chi si accinge all’ascolto. L’impiego di registri così sontuosi ed emotivamente dilanianti si colloca ai limiti della legalità. Uno sfoggio maturo di una rara capacità di sovrapposizione tra temperamenti opposti (quello acustico e quello elettrico/elettronico) con il valore aggiunto di una sezione ritmica perfettamente complementare, in grado di amplificarne la carica dirompente.
Ma c’è di più. Nel disco trovano posto espedienti che ammiccano a un pubblico più avvezzo alle ballad, qui a volte rigogliose e altrove più sommesse, con trovate come “Still Angry” e “Lighter”. C’è spazio anche per intuizioni indie rock, ai margini del post grunge con “The Thing” e del post punk con “Goddamn, Lizard Man!”. Ci sono gli eccessi chamber pop della teatrale “Canyons”, traccia che si trascina dal grottesco al tragico in meno di tre minuti. L’indie pop di “Only Girl”, un conciliante impeto di apertura la cui ingenuità dura il tempo di una traccia. La trascinante “Nosedive” con la sua sequenza di synth in grado di accogliere - dalla prima all’ultima battuta - il rincorrersi delle melodie più rassicuranti e dei ricami di archi dichiaratamente folk utilizzati a corredo. La bizzarra “Get Up And Dance” che, paradossalmente, è la canzone meno ballabile di tutte. Fino a “Flick Of The Wrist” e la sua curiosa reminiscenza melodica di “Little 15” dei Depeche Mode.
Prodotto da Seth Evans e Margo Broom, Cannonball è un brillante disco di debutto, un’opera di grande impatto, un album che suona perfettamente riuscito grazie allo spirito con cui i Man/Woman/Chainsaw sono riusciti a rendere reciprocamente indispensabili, con la loro ingenua disinvoltura, componenti sonori distanti, dando vita a un sound compatto e fortemente innovativo.
