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REVIEWSLE RECENSIONI
19/06/2026
Peter Frampton
Carry The Light
Dopo sedici anni, Peter Frampton torna con un album di inediti, che s'innalza ai vertici della sua discografia e si candida a essere uno dei dichi più belli del 2026.

Si scrive Peter Frampton ma si legge Comes Alive, il leggendario live datato 1976 e uno dei dischi più presenti nelle case di ogni appassionato di rock a ogni latitudine del pianeta. A distanza di mezzo secolo da quel capolavoro e alla veneranda età di settantacinque anni, Frampton vive e lotta ancora insieme a noi, nonostante una rara malattia muscolare (IBM), caratterizzata da atrofia, infiammazione, debolezza e progressivo deperimento dei muscoli.

Un dramma per chi suona la chitarra, un crudele scherzo del distino che avrebbe abbattuto chiunque e che invece il musicista londinese è riuscito a combattere, trasformando il danno irreversibile in energia creativa, attraverso la quale ha cambiato il modo di suonare.

Così, dopo ben sedici anni, Frampton torna con un disco di inediti, che vede la collaborazione con il figlio Julian in qualità di coautore e si avvale di un parterre di ospiti di livello stellare: Sheryl Crow, Bill Evans, H.E.R., Tom Morello, Graham Nash e Benmont Tench. Il risultato è uno dei suoi dischi migliori di sempre, che mescola rock, pop, blues e jazz attraverso una visione ispirata, uno suono fresco ed arrangiamenti raffinati ed eleganti, anche quando il chitarrista accelera il passo verso lidi più movimentati.

I suoi riff di chitarra colpiscono il centro del cuore, con tocchi aggraziati e quelle splendide melodie che riempiono la spazio fra le note. C’è tanta passione e nessuna fretta, c’è il cesello dell’artigiano che lavora con cura ogni intarsio delle sue creature fino a raggiungere la perfezione. Un disco caldo e classico, che sa essere intimo e politico al contempo, e in cui le ospitate, lontano da essere una mera sfilata di stelle, arricchiscono davvero le canzoni

 

La brillante title track si apre con un canto primitivo, che rimanda a un tempo in cui l’uomo era connesso a madre terra, poi il ritmo tribale, il groove bluesy, le voci che scandiscono "Carry The Light", l’assolo graffiante e un ritornello in cui risuona la speranza come faro di luce in mezzo all’oscurità del mondo. Un canzone che è un monito a cercare il bene nonostante tutto il male che ci circonda.

"Buried Treasure" è un tributo a Tom Petty, un ricordo dell’amico, attraverso un testo composto da una raccolta di titoli di canzoni del musicista scomparso e un suono che più pettyano non si può. Ad accompagnare Frampton è Benmont Tench, tastierista degli Heartbreakers, la cui presenza sembra la chiusura di un cerchio perfetto. Il riff di chitarra è di quelli che portano le stigmate del super classico e ascoltare Frampton che canta "I keep on listening" lascia in bocca il sapore di una passione condivisa con quanti continuano a mettere sul piatto i dischi dell’intramontabile Petty.

La capacità di scrittura di Frampton (arricchita dal contributo del figlio) è a tratti superba. E’ impossibile, infatti, non restare a bocca aperta quando parte l’acustica e struggente "I'm Sorry Elle", con Graham Nash che si unisce a Frampton per le armonie vocali: una canzone sul dolore, che parla della separazione dai propri cari durante la pandemia di Covid per abbracciare, quindi, un sentimento universalmente condiviso. Una melodia stellare, di quelle che spappolano il cuore, trasforma il brano nel vertice emotivo di un album tutto magnifico.

Dal mid tempo elettro acustico di "Breaking The Mold", in duetto con Sheryl Crows, agli echi harrisoniani della chitarra nella suntuosa "I Can’t Let It Be" fino allo strumentale, in cui la chitarra di Frampton s’intreccia con quelle di H.E.R. in un susseguirsi melodico che lambisce la sommità del cielo, non c’è una nota che non sia puro piacere.

E stupisce che il chitarrista raggiunga questi risultati, coinvolgendo l’amico Tom Morello in "Lions At The Gate", anche con un brano di protesta rock, che trae ispirazione dalle sgargianti statue di leoni che si trovavano fuori dalle ville di Hollywood negli anni '20. Una canzone rabbiosa di sfida all'élite, un inno di ribellione contro la guerra e contro l'invio al fronte di persone che non hanno i mezzi per evitarlo. L'assolo di chitarra è come ci si aspetterebbe: ruvidissimo, ma con una precisione millimetrica su melodia, atmosfera e fraseggio.

C’è ancora spazio per due brani che vedono il contributo al saxofono di Bill Evans, il primo, "Can You Take Me There", dal respiro notturno, che si dipana fra trame blues/jazz con una raffinatezza unica, il secondo, "Tinderbox", un rock in tonalità minore (con intermezzo jazz), ruvido quanto basta per il messaggio politico e antimilitarista che veicola: "Insieme possiamo brillare, da soli non abbiamo alcuna possibilità".

Chiude "At The End Of The Day", una pacata riflessione sul tempo che passa, declinata con la serenità di chi sa di non aver vissuto invano e di aver lasciato dietro di sé pagine di musica straordinaria.