
Parliamoci chiaro: Graham Coxon è un genio. Facciamo un passo indietro e proviamo ad argomentare. Gli artisti si dividono in due categorie: quelli che inseguono lo zeitgeist e quelli che lo zeitgeist lo creano, perché seguono solo il proprio istinto, la propria musa. Ebbene, Coxon appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Da più di trent’anni, infatti, il chitarrista dei Blur percorre una strada personale, spesso tortuosa, raramente accomodante, quasi sempre guidata da un’irrequietezza creativa che lo ha reso una delle figure più singolari del pop rock britannico. Se il perdurante successo dei Blur è il risultato di un equilibrio tra l’ambizione melodica di Damon Albarn e il gusto iconoclasta di Coxon, è altrettanto vero che gran parte dell’anima più inquieta e sperimentale della band proviene proprio dalla sua chitarra nervosa, capace di alternare eleganza e irruenza nel giro di poche battute.
Con Castle Park, nono album della sua carriera solista, Coxon torna a mostrarsi per ciò che è sempre stato: un artigiano della canzone pop, innamorato delle melodie britanniche degli anni Sessanta ma incapace di accettarne passivamente l’eredità. Il disco arriva nel 2026, ma porta con sé una storia più lunga e curiosa. Le registrazioni risalgono infatti al periodo di A+E, pubblicato nel 2012 e prodotto da Ben Hillier. In quel lavoro Coxon si era immerso in territori più ruvidi e post-punk, costruendo brani dominati da linee di basso possenti e chitarre abrasive, anticipando ancora una volta i tempi, visto che band come Idles e Fontaines D. C. sarebbero comparse sulla scena solo un lustro dopo.
Le canzoni che oggi compongono Castle Park sono nate in quel contesto, ma possiedono un’anima completamente diversa, verrebbe da dire più riflessiva e pastorale. Inizialmente Coxon pensava di tenerle inedite «finché quella musica non fosse tornata di moda», come ha raccontato a Guitar World, ma dopo che i fan gli hanno chiesto ripetutamente notizie al riguardo, alla fine ha deciso di pubblicarle.
È un dettaglio importante, perché spiega la natura del disco. Più che un album nuovo nel senso tradizionale del termine, Castle Park somiglia infatti a un tesoro rimasto sepolto per anni e infine riportato alla luce, complice anche la più ampia operazione di ristampa dell’opera di Coxon da parte della sua etichetta, la Transgressive. Nel frattempo, Graham ha pubblicato altri due album con i Blur, ha composto colonne sonore per Netflix (The End of the F***ing World e I Am Not Okay with This), ha dato vita al progetto The Waeve insieme alla compagna Rose Elinor Dougall, ha suonato con i Duran Duran e ha continuato a muoversi in molte direzioni diverse. Quando finalmente ha riaperto questo cassetto del passato, non lo ha fatto con spirito archeologico, ma perché quelle canzoni secondo lui hanno ancora qualcosa da dire.
Fin dalle prime battute di “Billy Says” (brano che apre l’album e unica canzone del lotto già suonata dal vivo da Coxon) si comprende subito quale sia il cuore del progetto. La melodia è immediata, quasi familiare, sostenuta da una chitarra e un basso che più Mod di così non si può. Da un punto di vista tecnico, Coxon non è mai stato un virtuoso, ma dalla sua ha un’inventiva senza pari (Noel Gallagher lo ha definito «uno dei chitarristi più talentuosi della sua generazione»), che gli permette di trovare sempre il suono giusto per trasmettere una determinata emozione. E qui accade esattamente questo – il suono è luminoso ma al contempo è intriso di quella malinconia che costituisce da sempre una delle caratteristiche migliori del pop inglese.
La successiva “Alright” prosegue sulla stessa strada, con un’energia che richiama certi momenti di Happiness in Magazines (2004), probabilmente il vertice della produzione solista di Coxon. Lungo i 36 minuti di Castle Park le melodie scorrono con naturalezza, senza forzature, e restituiscono l’impressione di un musicista che conosce perfettamente il suo mestiere. L’ombra dei Kinks aleggia su gran parte dell’album, e sarebbe inutile fingere il contrario. In particolare “There’s a Little House” sembra dialogare apertamente con quella tradizione di pop britannico fatta di personaggi comuni, ironia affilata e scene di vita minuta elevate a materia poetica. Tuttavia, Coxon evita accuratamente la trappola del revivalismo, dal momento che le sue canzoni non cercano di ricostruire un passato idealizzato; piuttosto, ne assorbono il linguaggio per parlare con una voce contemporanea – ed è qui che sta il suo genio.
Dal punto di vista sonoro, Castle Park è un disco sorprendentemente vario. Il fatto che Coxon suoni praticamente da solo tutti gli strumenti contribuisce a conferirgli quella sensazione di opera “fatta in casa” tipica dei primi lavori solisti di Paul McCartney. Eppure, al tempo stesso, il songwriting rimanda con decisione ai Blur degli esordi, con il risultato che tutto suona insieme familiare e sfuggente, come se queste canzoni esistessero da sempre. È in questo equilibrio che si inseriscono episodi come “Dripping Soul”, che, con le sue sfumature flamenco, interrompe con grazia il flusso di pop chitarristico che è al centro del disco, senza però spezzarne la coerenza. Ancora più interessante, per certi versi, è “Mélodie Pour Christine”, brano strumentale che si avventura in territori orchestrali e che conferma come Coxon ragioni da compositore oltre che da autore di canzoni.
La traccia forse più rappresentativa dell’intero lavoro resta però “Easy”, una ballata che sembra mettere d’accordo la sensibilità melodica dei Badfinger con l’indolenza slacker dei Pavement di Stephen Malkmus (la cui figura ha ispirato la svolta “americana” dei Blur di Blur e 13), riuscendo così a sintetizzare con successo le due più evidenti qualità del musicista inglese. La melodia è forte ma mai invadente, leggermente sbilenca, mentre l’arrangiamento è ricco senza per forza di cose essere ridondante, forte di un assolo di chitarra d’altri tempi.
Ciò che colpisce maggiormente, ascoltando Castle Park, è la sua coerenza interna. Nonostante provenga da sessioni vecchie di oltre quindici anni, il disco non suona come una raccolta di scarti o di materiale incompiuto – al contrario, possiede un’identità precisa e una notevole unità stilistica. Ogni brano sembra occupare il posto che gli spetta, contribuendo a costruire un racconto musicale che procede senza strappi. Naturalmente non siamo di fronte a un’opera rivoluzionaria e chi cerca la sorpresa a ogni costo potrebbe rimanere deluso. Ma forse il punto è proprio questo: Graham Coxon non ha mai avuto bisogno di inventare un nuovo linguaggio per dimostrare la propria rilevanza – gli è bastato prendere ispirazione dalle sue band preferite (The Smiths, The Jam, The Specials, The Kinks), aggiungendovi ogni volta una sfumatura personale. In Castle Park questa scelta raggiunge una forma particolarmente felice, perché il disco riesce a essere insieme nostalgico e vitale, rispettoso della tradizione ma non per questo prigioniero di essa.
Alla fine dell’ascolto resta la sensazione di aver incontrato un vecchio amico che, dopo anni di assenza, torna a raccontare una storia lasciata in sospeso troppo presto. È vero, la reunion dei Blur, il progetto The Waeve, le colonne sonore, i mille impegni, ma quattrodici anni senza un vero e proprio album solista di Graham Coxon (per quanto dalla genesi particolare come questo) sono stati effettivamente troppi. Me rieccolo finalmente tra noi, con un lavoro che celebra la musica Mod degli anni Sessanta, ma allo stesso tempo celebra anche qualcosa di più personale: il percorso di un musicista che non ha mai smesso di cercare la propria voce. E se oggi quella voce appare meno iconoclasta di un tempo, conserva tuttavia la stessa autenticità che lo ha reso una tra le figure più importanti del Britpop. Insomma, magari Castle Park non è l’album che cambierà la carriera di Graham Coxon, ma fa qualcosa di ancora più importante – la conferma e, in un certo senso, la completa.
